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(Fizuli) Il posto di blocco che apre la strada verso il Karabakh è un via vai di mezzi militari e civili. Si alternano camion, moderni suv delle compagnie che si stanno occupando delle infrastrutture della regione (Azersu e Azerenerji) e vecchie auto sovietiche. Quando arriviamo a Fizuli sembra tutto normale anche se, poche ore prima, la guerra tra Azerbaigian e Armenia è tornata ad infiammarsi. Quello che è accaduto tra i due eserciti che si fronteggiano da decenni non è ancora chiaro. Baku sostiene di esser stata attaccata da Erevan. E viceversa. Come spesso accade da queste parti, è impossibile sapere chi ha premuto il grilletto per primo.

Restano così solamente le due versioni dei contendenti, come sempre discordanti. “Alcune posizioni, rifugi e roccaforti delle forze armate azere nelle regiorni di Dashkasan, Kalbajar e Lachin sono state sottoposte a un intenso fuoco da parte delle unità dell’esercito armeno con armi di vario calibro, compresi mortai. Di conseguenza, si sono registrate perdite tra il personale e danni alle infrastrutture militari”, fanno sapere gli uffici stampa di Baku. Erevan sostiene invece che gli azerbagiani avrebbero condotto dei bombardamenti in tre diverse direzioni, utilizzando veicoli senza pilota, probabilmente i potenti droni turchi Barakhtiar.

Per alcune ore si è temuto che gli scontri potessero degenerare e che una nuova guerra, come quella del 2020, potesse iniziare. Poi in mattinata, alle 8 ora italiana, è arrivato l’annuncio di un accordo di cessate il fuoco tra Erevan e Baku. Un’intesa raggiunta grazie a una mediazione della Russia, fa sapere il ministero degli Esteri di Mosca. “Ci aspettiamo che il cessate il fuoco venga attuato in modo integrale”, fa sapere una nota del dicastero russo.

Fizuli, l’ingresso del Karabakh, ci accoglie con i suoi campi aridi. Un tempo erano vigne rigogliose, ma adesso entrarci è impossibile. Restano solo i pali che un tempo reggevano i frutti, come tante sentinelle ancora in piedi. Qui non cresce più nulla: l’area infatti è stata disseminata di mine. “È il primo problema che stiamo affrontando – spiegano le autorità azerbagiane – ma non è un compito facile perché ci sono chilometri e chilometri quadrati di campo di mine”.

Poco distante c’è quello che resta di un cimitero. Le lapidi sono state completamente distrutte. Un tempo c’erano marmi neri e bianchi. Ora nulla. Solo la desolazione. “Gli armeni lo hanno fatto per tre ragioni: rubare i marmi per usarli come scalini, per avere sempre il nostro popolo sotto i loro piedi; per rubare i denti d’oro dei morti, un vezzo durante l’epoca sovietica e per il semplice gusto di farlo”. Ai morti dei decenni passati si aggiungono così quelli delle ultime ore. Sperando che, almeno loro, possano riposare in pace.

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