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Un nuovo presidente, il curdo Barham Salih, un nuovo primo ministro, lo sciita Adill Abdul Mahdi, e un nuovo parlamento. Ci sono voluti cinque mesi di stallo e tensioni ma, alla fine, l’Iraq ha scelto il suo governo. Che per quattro anni dovrà mettere ordine in una delle aree più calde della regione. Perché Baghdad rappresenta, ancora, la zona centrale di influenza iraniana e un campo di battaglia politico e culturale tra i vari gruppi coinvolti. Per una rigida ripartizione dei ruoli al vertice, per la Costituzione irachena post bellica, a ogni etnia o gruppo religioso va affidata una posizione di rilievo.

Così, con 216 voti, il nuovo Parlamento iracheno ha eletto alla presidenza Salih, il politico che, nel 1979, fu arrestato e torturato dal regime di Saddam Hussein per le sue attività legate al movimento nazionale curdo. Salih, oggi ingegnere 58enne, nelle carceri irachene della Commissione speciale di Investigazione, a Kirkuk, ci finì a 19 anni e ci rimase per 43 giorni. Tra i motivi di quell’arresto, l’aver scattato alcune foto di cortei e proteste nella città di Sulaimaniya. Ma la sua vicenda politica e personale, in Iraq, la conoscono tutti. E non solo per quello. Il Paese lo lasciò molto giovane, una volta rilasciato e appena terminate le scuole. Si trasferì nel Regno Unito, ufficialmente per sfuggire alle persecuzioni di cui era vittima. Fu eletto membro del vertice dell’Upk (Unione Patriottica del Kurdistan) nella prima conferenza del partito, quando il Kurdistan iracheno riuscì a liberarsi dal Ba’th, in seguito alla Prima Guerra del Golfo.

Ma fu dopo la caduta di Saddam Hussein, nel 2003, che la carriera politica di Salih ebbe una forte impennata. Divenne prima vice-primo ministro nel governo “ad Interim” iracheno, a metà nel 2004, ministro della Pianificazione nel Governo di Transizione iracheno, nel 2005, e vice-primo ministro del primo governo iracheno guidato da Nuri al-Maliki. L’essere capolista dell’Alleanza del Kurdistan nelle elezioni parlamentari del suo Paese, nel 2009, gli permise di diventare anche primo ministro del Governo Regionale, dal 2009 al 2012. Quel mandato fu, però, contrassegnato da diverse turbolenze politiche. Anche se un risultato importante fu riuscire a firmare il primo importante contratto petrolifero con l’americana Exxon Mobil, dopo aver emendato una nuova legge relativa agli idrocarburi.

Nel settembre del 2017, l’ingegnere aveva annunciato di lasciare l’Upk per formare un nuovo partito, creando la Coalizione per la Democrazia e la Giustizia. Dopo la morte del leader dell’Upk Jalal Talabani e del leader dell’opposizione curda Nawshirwan Mustafa, infatti, l’alleanza sembrava avere il giusto potenziale per cambiare il panorama politico curdo.

Salih è stato, in queste ultime elezioni, un candidato di compromesso, in grado però di eliminare il leader “americano” Haidar al-Abadi e le due opzioni proposte dall’Iran, l’ex primo ministro Nouri al-Maliki e Hadi al-Ameri. E a poche ore dalla sua investitura, ha nominato l’economista di istruzione francese Adill Abdul Mahdi, come nuovo premier. Il primo non allineato. Così, i due nomi sembrano aver ottenuto l’approvazione di Teheran e di Washington, le due potenze avversarie che più di altre si contendono l’influenza sul Paese.

La candidatura di Mahdi era stata avanzata dai due principali blocchi parlamentari Sairun (con 54 seggi, guidato dal leader sciita Muqtada al Sadr) e Fatah (con 49 seggi, che fa capo a Hadi al Amiri). La sua nomina ha messo fine a 15 anni di monopolio ininterrotto del partito sciita Dawa. Per lasciare a Mahdi massima libertà nella nomina del governo, Muqtada al Sadr ha dichiarato che non lo costringerà a scegliere i ministri tra i membri della sua coalizione. Al primo posto, nel programma di governo, l’ex vicepresidente e ministro del Petrolio, ha messo la sicurezza e l’economia. Per i legislatori, la mossa di averlo eletto Primo ministro allenterà gli stalli che caratterizzano il Paese, bloccandone di fatto la governance.

In Iraq, la maggior parte del potere esecutivo spetta al premier e Mahdi è il primo, dal 2005, a non essere allineato al partito islamico sciita.