Nuovi giochi politici in Palestina (ma il popolo viene tagliato fuori)

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Nei giorni scorsi nella striscia di Gaza si è tenuto uno storico incontro tra i leader di Fatah e Hamas con l’Egitto di al-Sisi a fare da mediatore. Era dal 2015 che il primo ministro palestinese, Rami Hamdallah non metteva piede nella città Portuale. Un incontro salutato con favore dalla maggioranza degli osservatori internazionali e anche da una larga fetta di popolazione palestinese.

 



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Gaza, dal 2006 è sotto il totale controllo delle milizie di Hamas, che dopo avere vinto le elezioni politiche si sbarazzò con la forza della controparte. Il 2006 fu anche l’ultimo anno in cui i palestinesi sono riusciti a recarsi alle urne per eleggere il loro presidente, da allora nessuna votazione si è più tenuta né all’interno della Striscia né nella West Bank, dove il presidente Abu Mazen è rimasto in carica fino ad oggi, ben oltre il limite del suo mandato scaduto nel 2009. Inutile dire che questa paralisi politica unita alla mancanza di un serio dialogo tra i due principali movimenti palestinesi non ha fatto che peggiorare una situazione già precaria, cosa che non è affatto dispiaciuta all’eterno nemico israeliano.

Da allora, uno dopo l’altro, tutti gli Stati arabi solidali (almeno a parole) con la causa palestinese hanno tentato di ripristinare i contatti tra Hamas e Fatah ma con scarsi risultati. Inizialmente furono i regnanti sauditi che nel 2007 tentarono di ricucire lo strappo facendo siglare alle due fazioni gli accordi di Mecca, ma dopo qualche settimana gli scontri continuarono e in pochi mesi tutta la zona della striscia ripiombò in una situazione di guerra civile. Poi venne il turno dello Yemen, nel 2008 l’ex presidente Saleh si propose come mediatore facendo siglare una serie di accordi noti col nome di Dichiarazione di Sanaa. Gli accordi sembrarono essere rispettati, ma nel frattempo lo scontro con Israele si era fatto inevitabile, e probabilmente i generali dello stato ebraico valutarono che la situazione caotica era la migliore per dare il via a quella che sarebbe stata conosciuta come “operazione Piombo Fuso”. Durante questa ennesima guerra, i militanti di Hamas ne approfittarono per condurre una serie di omicidi mirati contro i partigiani di Fatah accusandoli di essere spie israeliane.

Dopo la guerra del 2008 la situazione era ormai degenerata e le brigate al-Qassam, braccio armato di Hamas, avevano il pieno controllo di una città sventrata dai bombardamenti israeliani. Ci provò allora il presidente Assad, all’epoca con l’appoggio di quell’occidente che oggi lo disprezza, seguito ma senza risultati concreti. Infine tentarono, ma inutilmente le autorità del Qatar sperando che il carisma della fratellanza musulmana potesse fare da forza catalizzatrice, ma anche queste speranze vennero deluse mostrando che il conflitto non era (e non è) soltanto tre le due fazioni palestinesi, ma in tutto il mondo arabo Musulmano.

L’Egitto è rimasto l’unico di questi Stati musulmani a perseguire la strada verso una pacificazione organizzando ben cinque incontri ufficiali dal 2009 ad oggi insieme ai rappresentanti dei due movimenti. Rimangono moltissimi punti ancora incerti e non è detto che un risultato definitivo verrà raggiunto in tempi brevi ma rispetto agli ultimi fallimentari incontri di Doha la situazione è decisamente cambiata. In primo luogo Gaza e le altre città della Striscia sono devastate dagli ultimi conflitti con Israele.

[Best_Wordpress_Gallery id=”713″ gal_title=”Parata organizzata dalla brigata Al Nasser Salah Al Deen”]

Gli aiuti umanitari e i beni di prima necessità sono drasticamente diminuiti da quando l’Egitto ha bloccato il valico di Rafah al confine, anche (ma non solo) per contrastare le cellule dello Stato islamico che imperversano nel Sinai e che Hamas non riusciva a contenere. Se questa decisione ha certamente aiutato il Generale al-Sisi nella lotta contro le bandiere nere, non si può negare che ne abbia risentito soprattutto la popolazione civile della Striscia. Altro aspetto più che significativo è la mancanza di risorse idriche e di energia elettrica. Hamas non ha avuto in questi anni la capacità di gestire le poche risorse e i pochi fondi provenienti dall’estero; con mesi di salari arretrati ha deciso di investire i fondi internazionali per costruire tunnel sotterranei che collegano Gaza con l’Egitto, tunnel che puntualmente venivano distrutti dalle forze armate egiziane. L’energia elettrica poi, viene gestita direttamente dai palestinesi della West Bank e quindi da Fatah, non più disposti ad accettare i sopportare pagamenti di Hamas. La scorsa estate Abu Mazen ha deciso di mettere ulteriormente in ginocchio i suoi rivali politici privandoli della corrente elettrica e costringendoli a cambiare posizione, prima con la nomina come nuovo leader Hismail Haniyeh (rappresentante dell’ala “moderata” del movimento islamista) e poi con l’accettazione di un nuovo colloquio di pace.

Artefice di queste trattative, come detto, è stato sicuramente l’Egitto, ma colui che può già dirsi vincitore di questa lotta è Mohammed Dahlan. Ex uomo forte di Fatah a Gaza, Dahlan ha ottenuto l’appoggio di tutti i principali stati sunniti per succedere, senza passare dal consenso popolare, ad Abu Mazen. Pupillo di Arafat ha negli ultimi anni in esilio intrecciato rapporti con tutti: dal Qatar alla Turchia, dall’Egitto all’Arabia Saudita, riuscendo nell’impossibile impresa di mettere tutti d’accordo. Grazie a lui l’Egitto a riacceso, pur parzialmente, l’elettricità nella Striscia e grazie a lui gli stati sunniti si propongono di strappare definitivamente Hamas all’influenza sciita dell’Iran e di Hezbollah, galvanizzati da una vittoria in Siria ormai certa. Proprio per questo, Dahlan non dispiace nemmeno agli israeliani con i quali si è certamente incontrato questa estate per puntualizzare gli accordi che verranno formalizzati in questi giorni a Gaza. Resta da vedere se Hamas vorrà privarsi dell’unica freccia rimasta al suo arco, cioè l’appoggio delle masse di giovani estremisti, affascinati più dalle “gesta” dei martiri delle Brigate al-Qassam che dall’immobilismo dell’attuale classe dirigente. Un recente sondaggio condotto dal Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR) ha evidenziato come la popolarità di Abu Mazen sia decisamente in caduta libera (il 67% dei palestinesi non ha più fiducia in lui) e come invece se le elezioni dovessero tenersi oggi la maggioranza andrebbe a Ismail Haniyah. Motivo in più per Fatah di sbarazzarsi al più presto del vecchio leader e per Dahlan per uscire definitivamente dall’ombra nella quale finora ha tramato.

A cinquantasei anni Mohammed Dahlan ha un passato da combattente tra le file di Fatah, scontando anche diversi anni di prigione. Meno romantico del suo quasi coetaneo Barghouti, reduce da un semi-riuscito sciopero della fame, ma molto più abile e pragmatico del vecchio Abu Mazen e della sua schiera di faccendieri, tanto vicini al dio denaro quanto distanti dalle istanze del popolo. Un popolo, quello palestinese, che ha sempre meno voce in capitolo: trascinato in guerre e intifada perse in partenza e in balìa di una classe politica in cui la corruzione dilaga in maniera inquietante, vede in Dahlan colui che finalmente sfida la casta corrotta, scordandosi però che questo nuovo paladino della causa palestinese ha non poche ombre nel suo passato tra cui proprio quella di una condanna per corruzione.