Guerra /

Nuovi episodi di violenza hanno coinvolto il Kashmir e la situazione, nella regione, è sempre più delicata. Tre persone, tra cui due bambini, sono state uccise e cinque sono state ferite nel territorio del Kashmir amministrato dal Pakistan, in un’area vicina al confine militarizzato con l’India. Il ministero degli Esteri di Islamabad ha riferito che le truppe di Nuova Delhi avrebbero aperto il fuoco senza alcuna giustificazione e che da tempo le forze armate indiane colpiscono le aree popolate dai civili con colpi di artiglieria. L’episodio non è stato commentato da Nuova Delhi; le truppe pakistane, invece, avrebbero risposto al fuoco ostile e non è chiaro se abbiano provocato nuove vittime. La tensione nella regione è aumentata dopo la decisione presa dall’esecutivo di Narendra Modi, il 5 agosto, di abrogare l’autonomia di cui godeva lo Stato di Jammu e Kashmir, l’unico a maggioranza musulmana di tutta l’India.

 Una situazione difficile

La grave instabilità che sta colpendo la regione è destinata a  favorire il ritorno di spinte separatiste e del terrorismo, che ha insanguinato questi luoghi dal 1989 provocando decine di migliaia di morti. I segnali che sembrano indicare questi possibili sviluppi non mancano. Nella città di Anantnag le forze di sicurezza indiane hanno ucciso, nella giornata di mercoledì, tre uomini che, stando a quanto riferito dalle autorità, sarebbero stati membri del gruppo terroristico Lashker-e-Taiba, un movimento islamista che ambisce ad estendere la sovranità pakistana su tutto il Kashmir e che ha ripetutamente colpito l’India con attacchi violenti. L’organizzazione è riconosciuta come gruppo terrorista dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dalla Russia, dall’India, dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite.

Nel corso della settimana, invece, due civili indiani sono stati uccisi, nel Kashmir, in attacchi compiuti da militanti locali, identificati come terroristi. Il rischio è che gli attacchi contro i civili possano estendersi sempre di più e provocare risposte sempre più violente da parte delle forze di sicurezza indiane. Un circolo vizioso destinato ad esacerbare le conflittualità tra le diverse comunità della regione ed a favorire una sempre maggiore polarizzazione.

Le prospettive

I rapporti tra India e Pakistan, da sempre piuttosto tesi, si sono incrinati ulteriormente a causa della vicenda del Kashmir. Imran Khan, primo ministro di Islamabad, si è scagliato ancora una volta contro la decisione del suo omologo indiano Narendra Modi di revocare lo statuto di autonomia della regione ed ha lamentato la scarsa copertura mediatica di quanto sta accadendo nel Kashmir. Khan ha ricordato come i media seguano dettagliatamente  quanto accade ad Hong Kong ma, allo stesso tempo, ignorino la crisi umanitaria provocata dall’India. La prospettiva di un conflitto armato anche limitato tra Islamabad e Nuova Delhi, dotate entrambe di testate nucleari, non è escludibile e ciò porterebbe ad una grave destabilizzazione dell’Asia meridionale, con conseguenze sugli equilibri politici mondiali. Il premier Narendra Modi ha assicurato che la situazione del Kashmir verrà normalizzata nel giro di quattro mesi, ma lo scoppio di nuove violenze potrebbe impedire questo sviluppo e bloccare una piena integrazione dello Stato nella nazione indiana. L’unico modo di prevenire il peggio è probabilmente un intervento diplomatico della comunità internazionale che, però, al momento è distratta da altri focolai di tensione come la Siria ed Hong Kong e sembra trascurare la complessa questione delle violenze in Kashmir. Una dimenticanza che, nel medio periodo, potrebbe rivelarsi molto pericolosa.