I numeri dell’intervento russo dall’inizio della guerra in Siria

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Mentre Vladimir Putin cerca, in ogni modo, di far finire il prima possibile la guerra in Siria, il ministero della Difesa russo rende noti i numeri della campagna russa. Numeri importanti non solo per le quantità, ma anche per capire cosa ha significato l’intervento in Siria per tutto l’apparato bellico di Mosca.

Innanzitutto per gli obiettivi colpiti. Secondo il ministero della Difesa, i raid russi hanno ucciso un totale di 830 leader dei gruppi  terroristi, oltre 86mila miliziani, fra cui 4.500 giunti dalla Federazione Russa e dai paesi della Comunità di Stati indipendenti”. Numeri che dimostrerebbero l’assoluta capacità distruttiva dei bombardamenti russi in territorio siriano.

I soldati schierati

Secondo i dati forniti dalla Difesa russa, dall’inizio dell’intervento militare – e cioè da settembre del 2015 – sono stati oltre 63mila i soldati russi impegnati nella campagna. Fra questi, 434 generali e 26mila ufficiali. Numeri che dimostrano il massiccio impiego di truppe da parte di Putin che ha da subito considerato la guerra a fianco di Bashar al Assad un obiettivo prioritario della propria agenda politica internazionale, tanto che ne ha caratterizzato gli ultimi anni di presidenza.

Ma alle evidenti motivazioni strategiche e politiche, si aggiungono le motivazioni più pratiche: testare e addestrare sul campo migliaia di soldati che la Russia non era mai riuscita a impiegare in maniera così numerosa. Mentre altre superpotenze, come appunto gli Stati Uniti, hanno avuto modo di utilizzare migliaia di soldati in numerosi fronti di guerra (basti pensare ad Afghanistan e Iraq), Mosca ha avuto conflitto molto più circoscritti. La guerra contro lo Stato islamico ha invece dato modo al Cremlino di utilizzare tutta la propria capacità di fuoco convenzionale.

Un esempio di questa chiave di lettura del conflitto ci giunge dalle stesse parole del ministero russo. Come riporta l’agenzia Sputnik, il ministero ha parlato di soldati che “hanno acquisito esperienza di combattimento in Siria”. Un concetto particolare per parlare di una campagna bellica, ma anche un segno del pragmatismo di Mosca nel considerare questa guerra non solo in chiave politica ma anche in chiave interna.

Sotto questo profilo, è interessante anche il dato per cui il 91% dei piloti da guerra ha avuto modo di combattere in Siria, così come il 60% degli equipaggi dell’aviazione impegnati nella parte strategica e sul lungo raggio. In particolare l’aviazione è stata essenziale in tutta la campagna. Come spiegato su questa testata, gli aerei russi hanno assunto da subito un ruolo di primo piano nella sconfitta del Califfato e per la riconquistata della Siria da parte delle forze governative. Dove sono intervenuti i jet di Mosca, il Califfato ha subito da subito prima un brusco stop alla propria espansione e poi è stato costretto alla graduale ritirata.

Le armi utilizzate in Siria

Anche per quanto riguarda le armi utilizzate, la guerra in Siria è stato un banco di prova importante per gli arsenali russi e per i soldati impegnati nell’utilizzo di nuovi e vecchi sistemi. Sempre secondo il ministero, la Russia ha testato 231 tipi di armi durante l’operazione in Siria.

“Navi e sottomarini della Marina russa hanno effettuato 100 attacchi con missili da crociera Kalibr sugli obiettivi dei terroristi”, spiega il ministero. A questi missili, si aggiungono poi quelli a lungo raggio lanciati dalle Forze aerospaziali russe che hanno visto 66 attacchi e 166 bersagli colpiti.

Importante anche l’utilizzo dei droni. Secondo il rapporto del ministero, sono stati circa 70 i veicoli aerei senza equipaggio, come Forpost e Orlan-10, che ogni giorno dall’inizio dell’intervento hanno effettuato voli nei cieli siriani. I voli di ricognizione sono stati circa 25mila, per un totale di 46.500 obiettivi nemici individuati.