La risposta iraniana agli attacchi di Israele contro la sfera di influenza di Teheran in Medio Oriente, culminata nell’uccisione in Libano del capo di Hezbollah Hassan Nasrallah, è arrivata e ha visto gli Stati Uniti schierarsi convintamente al fianco di Tel Aviv nel respingere il lancio di missili balistici della Repubblica Islamica.
Washington si è confrontata direttamente con l’offensiva missilistica di Teheran, schierando i cacciatorpediniere al largo delle coste israeliane al fianco della Fionda di Davide di Tel Aviv contro gli attacchi della Repubblica Islamica. E ora lo scenario pone gli Stati Uniti di fronte a delicate scelte strategiche. Come ha ricordato Giuseppe Gagliano su queste colonne, nelle scorse settimane gli Usa hanno diviso il campo nelle guerre mediorientali, separando il teatro di Gaza da quello libanese. Dubbiosi sul primo, hanno dato via libera a Tel Aviv sul secondo. Il motivo è legato al vecchio imperativo strategico statunitense: rendere il Medio Oriente inservibile a potenze rivali.
La grande strategia attorno all’Iran
Contenere l’avventurismo iraniano significa contenere la postura geopolitica di Teheran e la possibile sinergia tra quest’ultima e i suoi partner. Chi chiede agli Usa di muoversi per fermare l’escalation in Libano e in altre aree spesso dimentica che a Washington conviene, in questa fase, l’escalate to de-escalate.
Chiunque sarà il prossimo presidente, Donald Trump o Kamala Harris, si troverà di fronte un imperativo strategico: puntellare l’egemonia americana, difenderne le aree di pertinenza tramite interdizione, a partire dal quadrante mediorientale ove si vuole evitare l’insediamento di potenze rivali come la Cina. Il contenimento dell’Iran chiama quello di Pechino (e della Russia) contro il rischio di insediamento nell’area.
Ragion per cui a Washington fa comodo il “lavoro sporco” di Benjamin Netanyahu contro l’Iran e i suoi alleati. Disarticola la potenza del fronte sciita da un lato, contribuisce a destrutturare l’ordine regionale. Applicando la dottrina Wolfowitz alla base della difesa della supremazia americana: se una regione non è controllata dagli Usa, non deve essere di nessun altro. La risposta iraniana alla crescente escalation di attacchi israeliani è stata, in quest’ottica, calcolata e prudente. Il governo di Masoud Pezeshkian ha invocato l’Articolo 51 dello statuto Onu e il diritto all’autodifesa; il politologo Ian Brenner ha parlato addirittura di un attacco di cui gli Usa sarebbero stati avvisati in anticipo; i danni sono stati limitati. Ma il confronto diretto c’è stato, e ora gli Usa si trovano all’inseguimento della reazione che Netanyahu intende sviluppare.
Il falco israeliano chiede gli attacchi al nucleare
Il rischio è che gli Usa abbiano liberato dalla bottiglia il genio della conflittualità regionale, dando carta bianca a Netanyahu e dividendo il teatro di Gaza, oggi rubricato a secondario, da quello tra Iran e Israele.
Tel Aviv non poteva permettersi la giornata di panico vissuta ieri, e c’è il sospetto che Netanyahu e il suo Governo vogliano cogliere al balzo la palla per alzare la portata degli attacchi contro Teheran. Tre indizi puntano in questa direzione: l‘ingresso in coalizione del falco anti-iraniano Gideon Sa’ar, che ha puntellato il governo Netanyahu con la sua formazione di destra nazionalista; i raid in Yemen contro Hodeida, prova generale per un’operazione a lunga distanza con F-15 e F-35; l’opera sistematica di attacco alle batterie antiaeree in Siria, per aprire un’autostrada ai caccia dello Stato Ebraico in caso di operazione verso l’Iran. Ora Washington ha promesso sostegno a Tel Aviv, ma come farà se lo Stato Ebraico punterà al bersaglio grosso, ovvero le basi del programma nucleare militare dell’Iran? L’ex premier Naftali Bennett sta già pressando a riguardo Netanyahu: “Abbiamo un’opportunità unica per distruggere il programma nucleare iraniano”, ha detto alla Cnn.
Parole che richiamano quelle che negli Stati Uniti sono state pronunciate da Matthew Kroenig, alto funzionario dell’Atlantic Council del cui Scowcroft Center for Strategy and Security è vicepresidente. E che dimostrano come anche a Washington alcuni pensatoi strategici ragionino sull’idea di cogliere al balzo la palla dell’attacco iraniano.
Colpire il petrolio iraniano?
La prospettiva di colpire il nucleare iraniano non è però dominante nell’apparato americano. Edward Luttwak, studioso di studi strategici a lungo membro del National Security Council e vicino al Partito Repubblicano, nonché acceso sostenitore del contenimento dell’Iran, ha sottolineato che sarebbe un errore puntare ai siti nucleari, ben difesi, e suggerito a Washington di assistere Tel Aviv nel colpire un ganglo vitale del Paese, quello dell’industria petrolifera.
Luttwak su Unherd ha scritto che “il flusso di dollari che sostiene i nemici di Israele, e che ha causato così tanti problemi agli interessi occidentali dal deserto siriano al Mar Rosso, deriva quasi interamente dal petrolio caricato sulle petroliere al terminal di esportazione sull’isola di Khark, un granello di terra a circa 25 chilometri dalla costa meridionale dell’Iran”. Ebbene, “a 1.516 chilometri dalla principale base aerea di Israele, è molto più vicina del principale terminal di importazione di petrolio degli Houthi a Hodeida nello Yemen”, colpita la scorsa settimana. Un dibattito, quello in corso, che lascia pensare, in ogni caso, che a tenere in mano il pallino del gioco sia Netanyahu con la sua personale volontà di alzare la soglia della deterrenza.
Cosa farà l’amministrazione di Joe Biden? A un mese dalle elezioni presidenziali, con la diplomazia di Anthony Blinken in Medio Oriente vicina al naufragio e dopo un’ambivalenza verso Israele che appare ogni giorno più palese, Washington si divide tra il dettame strategico di lungo corso, che aprirebbe una finestra d’opportunità per obliterare l’Iran, e la cautela del breve periodo, che invita a consolidare la vittoria. Certamente un dato appare assodato: la stabilità del Medio Oriente è per Washington anti-strategica, perché potenzialmente in grado di favorire la penetrazione di attori rivali. Meglio un caos crescente di un ordine con Washington in declino. E su questo la politica è trasversalmente d’accordo. Per la gioia di Bibi.

