Commentando la fine del regime di Bashar al-Assad in Siria e la presa del potere da parte degli islamisti di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) e del suo capo, al-Julani, il presidente eletto Donald Trump ha spiegato che gli Stati Uniti non hanno nulla a che fare con il Paese siriano e che quella “”non è la guerra” dell’America. Un disimpegno dai maggiori teatri di guerra più volte evocato durante la campagna elettorale all’insegna dell’America First, che non significa affatto “isolazionismo” ma arrivare alla “pace attraverso la forza”, evitando lunghe ed estenuanti avventure militari e ponendo sempre al centro l’interesse nazionale degli Stati Uniti. Nel team dl tycoon, tuttavia, ci sono posizioni diverse e i “falchi” della sua amministrazione – come il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz – vorrebbero approfittare della situazione venutasi a creare in Medio Oriente con la caduta di Assad per colpire la Repubblica Islamica dell’Iran e inibire la sua capacità di costruire armi nucleari.
La rivelazione del Wall Street Journal
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il team di transizione di Trump sta sta valutando tutte le opzioni per impedire all’Iran di costruire un’arma nucleare, inclusa la possibilità di attacchi aerei preventivi. Alcuni membri del team stanno infatti pensando seriamente all’opzione militare, considerando anche il crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria (alleato chiave di Teheran), la presenza di truppe statunitensi nella regione e l’indebolimento delle milizie proxy iraniane come Hezbollah. La posizione regionale dell’Iran è considerata fragile, e secondo i “falchi” dell’amministrazione Trump un attacco preventivo potrebbe stroncare il programma nucleare iraniano. Una volta per tutte.
L’indiscrezione arriva dopo una serie di dichiarazioni piuttosto belligeranti nei confronti della Repubblica degli ayatollah da parte di Trump e di alcuni membri del suo team, tra cui lo stesso Waltz. Quest’ultimo ha recentemente affermato che la nuova amministrazione repubblicana adotterà una politica di “massima pressione” contro l’Iran in maniera analoga a quanto fatto durante il primo mandato del tycoon. “Dobbiamo limitare i loro soldi, dobbiamo limitare il loro petrolio. Dobbiamo tornare alla massima pressione, che aveva funzionato durante la prima amministrazione Trump” ha dichiarato.
Ora che Assad è fuori gioco e la Mezzaluna sciita è stata gravemente colpita, la tentazione di bombardare i siti iraniani proviene anche da Israele. Secondo i vertici militari israeliani, Teheran, isolata dopo la crisi in Siria e l’indebolimento di Hezbollah in Libano, potrebbe accelerare il suo programma nucleare per compensare la perdita della propria capacità di deterrenza. Per questo motivo, riporta il Times of Israel, l’IDF ritiene che l’indebolimento dei gruppi proxy iraniani in Medio Oriente e il crollo del regime Assad in Siria offrano un’opportunità unica per colpire le strutture nucleari iraniane dopo che Tel Aviv si è assicurata il predominio nei cieli a seguito della massiccia campagna di bombardamenti contro il Paese siriano.
Moderazione o politica aggressiva?
Anche se i membri del team di Trump sono convinti che un attacco all’Iran possa fermare le sue ambizioni nucleari, alcuni esperti, come l’ex ambasciatore USA presso la NATO Robert Hunter, avvertono che una mossa di questo tipo potrebbe avere l’effetto opposto ed essere addirittura controproducente. Inoltre, i funzionari iraniani ribadiscono di non volere armi nucleari, ma minacce esterne potrebbero spingerli a cambiare strategia. Teheran, infatti, ha sempre negato di voler sviluppare armi nucleari, sostenendo che il suo programma spaziale e nucleare abbia finalità esclusivamente civili.
Va detto, in aggiunta, che non tutti i membri della futura amministrazione statunitense appoggiano una scelta drastica e altrettanto pericolosa come un attacco preventivo. Altri esponenti della stessa amministrazione, infatti, si sono mostrati ben più cauti e potrebbero convincere Donald Trump a non dare retta ai “falchi” come Waltz e il Segretario di Stato designato, Marco Rubio. A cominciare dal vicepresidente J.D. Vance il quale, lo scorso ottobre, ha affermato: “Il nostro interesse non è entrare in guerra con l’Iran, è qui che la diplomazia intelligente conta davvero”. Inoltre, Elon Musk, uno dei principali sostenitori di Trump, ha incontrato diplomatici iraniani alle Nazioni Unite il mese scorso in un apparente tentativo di ridurre le tensioni tra i due Paesi. Rimane da capire ora se quella dell’attacco preventivo è solo un opzione oppure se è uno scenario da prendere in seria considerazione. Per scoprirlo, bisognerà attendere il 20 gennaio 2025, data dell’insediamento ufficiale del tycoon alla Casa Bianca.