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Il 2025 si preannuncia come un anno decisivo per il futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Iran. Donald Trump sta per tornare alla Casa Bianca intenzionato a limitare o distruggere il programma nucleare iraniano, ma con meno tempo per decidere e, apparentemente, meno opzioni rispetto a otto anni fa. “Può succedere di tutto,” ha detto Trump a Time a novembre, rispondendo a una domanda sulla possibilità di una guerra con l’Iran. “La situazione è molto volatile.” Teheran è sempre più sotto scacco, in un Medio Oriente ormai spartito tra un Israele in espansione e una Turchia rilanciata come potenza regionale. Così, le recenti avanzate del programma nucleare iraniano per resistere all’escalation voluta da Benjamin Netanyahu pongono sfida cruciale per il nuovo capo della Casa Bianca: sarà possibile neutralizzare la minaccia allo strapotere israelo-statunitense attraverso negoziati e pressioni, o sarà meglio optare per un attacco militare?

La decisione di Trump nel 2018 di ritirarsi dall’accordo nucleare voluto da Barack Obama ha spinto Teheran ad accelerare il suo programma nucleare, portando il Paese a inasprire l’autarchia economica interna e a cercare maggiore integrazione diplomatica ed economica con Russia e Cina. Il ritiro dall’accordo, insieme alla campagna di “massima pressione” condotta tra il 2018 e il 2020 da Trump contro l’Iran furono applauditi tra l’altro anche dalla galassia neoconservatrice occidentale, che pur contestando il populismo trumpiano ha sempre considerato il suo predecessore troppo debole e compromissorio con Islam radicale e ayatollah.

Le sanzioni statunitensi, però, nonostante l’effetto impoverente sulla popolazione, non sembrano aver scalfito più di tanto il regime o la classe dirigente iraniana più ricca. Ne è convinto anche Esfandyar Batmanghelidj, fondatore e Ceo del think tank Bourse & Bazaar Foundation, che spiega come la crisi economica in realtà freni, e non favorisca, le proteste in Iran. La giornalista e studiosa di Iran Luciana Borsatti, in un lungo ed equilibrato articolo su Valigia Blu, ci ricorda le responsabilità europee nello stato di isolamento in cui si trova la repubblica islamica.

[…] se l’azione dei moderato-riformisti [iraniani] ci appare oggi indebolita – per quanto siano tornati all’offensiva nello scenario politico interno – è anche perché nulla è stato fatto dall’Europa per sostenerla, da quando la prima amministrazione Trump ha scelto la massima pressione. E purtroppo anche l’Italia ha perso – allineandosi gradualmente alla stessa linea dura – parte della capacità negoziale e di interlocuzione con Teheran che aveva solo fino a pochi anni fa. Basti pensare alla netta riduzione dei suoi investimenti e del suo interscambio con il paese e alla linea

Trump e i suoi consiglieri stanno pianificando un rapido ritorno alla “massima pressione”, ma il programma iraniano potrebbe essere così così avanzato che questa strategia potrebbe non essere efficace. Questo rende l’opzione militare una possibilità reale. Dopo un incontro tra il ministro israeliano degli Affari Strategici, Ron Dermer, e Trump a Mar-a-Lago, riporta il sito Axios, Dermer ha lasciato intendere che Trump potrebbe sostenere un attacco militare israeliano contro le strutture nucleari iraniane – o addirittura ordinare un intervento diretto degli Stati Uniti. Dietro le quinte, anche alcuni consiglieri di Joe Biden hanno recentemente suggerito un attacco preventivo ai siti nucleari iraniani prima che Trump entri in carica, ma con l’Iran e i suoi alleati regionali indeboliti dal conflitto in corso con Israele, il bombardamento da parte dei Democratici è stato accantonato.

Un nuovo accordo tuttavia non è escluso dal ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ha dichiarato in un’intervista a una televisione cinese che Teheran è pronta a riprendere i negoziati con gli Stati Uniti per raggiungere un nuovo accordo. Tuttavia, il percorso verso un compromesso è ostacolato da anni di ostilità reciproca, e dalle pressioni dei falchi filoisraeliani radicali del Team Trump che vorrebbero farla finita con gli ayatollah una volta per tutte.

Nel suo primo mandato, Trump si era circondato di falchi anti-Iran e neoconservatori come Mike Pompeo, Rudy Giuliani e John Bolton, che gli hanno fatto credere che intensificare le sanzioni avrebbe piegato l’Iran, permettendogli di ottenere un accordo migliore. Era una strategia in realtà pensata per spingere Washington verso una guerra con l’Iran. Le richieste, infatti, erano irrealizabili, per per Teheran. Tra queste, la rinuncia totale all’arricchimento di uranio, l’accesso illimitato dell’AIEA a tutti i siti iraniani e la fine del sostegno a Hezbollah, alleato storico dell’Iran. In sostanza, Pompeo richiedeva la piena resa dell’Iran.

Anni fa Teheran vedeva, non senza ragione, nella retorica aggressiva di Trump l’appiattimento sulla strategia di Pompeo e Bolton, la vicinanza a Netanyahu e al principe saudita Mohamed Bin Salman, con l’obiettivo di un regime change sullo sfondo. Il rifiuto di qualsiasi colloquio con Trump spinse il Pentagono a intensificare le pressioni.

Massoud Pezeshkian, nuovo presidente iraniano, definito da molti un “riformista” durante la sua campagna elettorale ha insistito sulla necessità per l’Iran di rinnovare la diplomazia con gli Stati Uniti, inclusa quella con Trump, per risolvere i problemi economici del paese. Il problema è che adesso, dopo la caduta del regime di Assad in Siria e l’indebolimento di Hezbollah, l’Iran non può più mettere sul piatto dei negoziati la sua antica forza militare nella regione. Siria e Libano sono perduti, o quasi, e Trump potrebbe essere tentato dall’espellere Teheran per sempre.

Quel che appare certo è che politica interna di Teheran, e in particolare le correnti più conservatori del clero sciita, non permetterebbe a Pezeshkian di tentare la diplomazia in circostanze troppo umilianti.

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