Guerra /

Il 30 ottobre scorso l’esercito congolese ha lanciato una massiccia operazione contro i jihadisti nella regione del Nord Kivu. Da quando sono entrate in azione le Fardc (Forze armate della repubblica democratica del Congo) l’attività delle milizie si è intensificata, la popolazione è stremata e protesta contro la presenza straniera nella regione, mettendo a nudo i limiti della missione delle Nazioni Unite e della sempre dubbia posizione dell’Uganda. A un mese dall’inizio dei combattimenti i militari esultano per l’eliminazione di due leader del gruppo armato Adf, ma a quale prezzo?

Un quadro sconcertante

Nella mattinata di Sabato il portavoce delle Fardc, Leon Richard Kasonga, annuncia l’uccisione di Mouhamed Mukubwa Islam, uno dei principali leader del gruppo jihadista. Il comandante sarebbe stato colpito da un proiettile durante un’operazione militare dell’esercito congolese, svoltasi venerdì. L’obiettivo era la bonifica della foresta di Mapobu, nel Nord Kivu, utilizzato come un vero e proprio campo base da parte delle milizie d’opposizione.  L’uccisione del comandante è arrivata a poche ore di distanza da un attacco al villaggio di Kukutama, in cui l’Adf aveva eliminato 13 civili. Nella stessa zona, a inizio settimana, erano stati uccisi 28 civili. Per completare il drammatico bollettino della settimana, bisogna aggiungere i 19 morti del villaggio di Maleki e le proteste nella città di Beni, in cui sono stati dati alle fiamme diversi uffici governativi e delle Nazioni Unite. Nelle proteste sono morte 7 persone e due sospetti jihadisti, marito e moglie, sono stati linciati. Il bilancio finale parla di 14 incursioni dei jihadisti e un totale di oltre 100 morti, solo nel mese di Novembre. Se allarghiamo lo sguardo alle altre province, il quadro peggiora: l’Ebola imperversa, mentre le milizie Mai Mai proseguono i loro attacchi – Provincia dell’Ituri – contro i centri di trattamento di Ebola dell’Oms e il morbillo è arrivato a causare oltre 5mila decessi (di cui il 90% sono bambini al di sotto dei 5 anni).

Adf perde un altro comandante

L’uccisione di Mouhamed Mukumba Islam segue quella di metà novembre di un altro leader dell’Adf: Nasser Abdu Hamid Diiru. Nonostante le illustri vittime, gli attacchi nel Nord Kivu sono aumentati nell’ultimo mese. È evidente, ma non scontata, la correlazione tra gli attacchi dei jihadisti e l’avvio delle operazioni militari. Il paradosso è che l’esercito sembra essere riuscito laddove lo Stato Islamico aveva fallito. L’affiliazione di aprile, infatti, non aveva portato a un cambio di operatività dell’Adf, a differenza di quanto accaduto in Mozambico. Il legame tra Adf e Stato islamico è molto labile e tutt’oggi deve esserne verificata e accertata la portata. Dopo mesi in cui le milizie del Ruwenzori hanno effettuato pochi e sporadici attacchi, i combattenti hanno trovato il modo di rispondere all’offensiva, rivolgendo gli attacchi, principalmente notturni, verso piccoli villaggi. L’obiettivo è evitare lo scontro diretto con le truppe congolesi e creare sfiducia, terrore e caos tra la popolazione. A Beni, dopo l’ennesimo attacco dell’Adf, i civili sono insorti contro le Fardc e la Monusco. Tra i manifestanti anche i membri di LUCHA, la stessa organizzazione che pochi giorni prima aveva appoggiato l’esercito contro le milizie. I civili incolpano la Monusco di non aver raggiunto i risultati prefissati e non hanno tutti i torti.

Le Fardc da sole non bastano

I caschi blu per mandato del consiglio di sicurezza hanno delle regole d’ingaggio ben precise. In questo caso il mandato della Monusco prevede la tutela dei civili e quindi l’uso della forza unicamente come strumento di difesa. È questa la motivazione, almeno in linea teorica, per cui le forze dell’UN non si sono unite all’esercito regolare nell’offensiva contro l’Adf. In queste settimane sono emerse tutte le criticità di questa missione, che, nonostante la visita a Beni di Jean Pierre Lacorix – sottosegretario generale per le operazioni di pace dell’UN – non riesce più ad assolvere al suo mandato.
Se la Monusco ha come scusante il rispetto di un mandato, l’Uganda dell’eterno Yoweri Museveni non ha alcun motivo valido per sottrarsi alla lotta contro i jihadisti, che galleggiano proprio sul confine tra Rdc e Uganda. Eppure, nonostante l’incontro con Tshisekedi, Museveni continua a sottrarsi a quest’impegno militare, alimentando le voci riguardo una connivenza tra Adf e Uganda, dove tuttora è detenuto l’ex capo dei miliziani Jamil Mukulu.

Quella che è stata presentata come l’operazione finale che avrebbe eliminato i jihadisti, dopo un mese, è ancora lontana dal raggiungere il suo obiettivo, la strada è ancora lunga e sarebbe necessaria una maggiore cooperazione tra le parti in campo. L’esercito congolese avanza a fatica, miete illustri vittime, ma non è appoggiato da coloro che, immobili o complici, avrebbero la possibilità accelerare il processo di pacificazione.

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