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Stati Uniti e Norvegia stanno concludendo dei negoziati intesi ad aggiornare il loro accordo di cooperazione in materia di difesa che esiste sin dal 1950. Un documento che regola il modo in cui le forze statunitensi possono posizionarsi all’interno del Paese scandinavo e come le due nazioni coopereranno in ambito militare.

A dare la notizia è stato il sito Breaking Defense analizzando le misure messe in atto da Oslo per ampliare la capacità di proiezione di forza degli Stati Uniti sul suolo norvegese. Risulta infatti che il porto di Tromsoe, cittadina sita circa 300 chilometri a nord del Circolo Polare Artico, sia stato ingrandito per farne un vero e proprio hub per i sottomarini nucleari d’assalto statunitensi che così possono operare in un braccio di mare strategico posto a poca distanza dalla “tana” delle unità subacquee russe, ovvero le basi di Murmansk/Poljarnyj nella penisola di Kola.

Il 21 agosto scorso, il sottomarino d’assalto Uss Seawolf ha dato fondo alle ancore al largo della costa di Tromso per imbarcare nuovi membri d’equipaggio probabilmente dopo aver effettuato una missione di pattugliamento e raccolta informazioni sotto i ghiacci della banchisa artica.

A quanto sembra non è stata fissata una data in cui gli Stati Uniti e la Norvegia avranno completato i negoziati: è troppo presto per dire qualcosa di più ora secondo quanto ha riferito a NRK l’addetto stampa Lars Gjemble del Ministero della Difesa.

L’accordo in fase di negoziazione è l’Accordo di mutua assistenza per la difesa tra Norvegia e Stati Uniti introdotto per la prima volta nel 1950 che permise alla Norvegia durante la Guerra Fredda di ottenere gratuitamente 300 velivoli da combattimento e 8mila veicoli militari.

Fino all’accordo finale, stabilito nel 1996, il valore dell’aiuto americano per le armi fornite alla Norvegia dagli Usa era di 83 miliardi di corone norvegesi (pari a 8,66 miliardi di dollari).

La ricostruzione delle forze armate norvegesi dopo la Seconda Guerra Mondiale fu lenta poiché l’economia del Paese e la ricostruzione della società civile dovevano essere stabilite allo stesso tempo. L’appartenenza alla Nato e i legami diretti con gli Stati Uniti hanno fornito alla Norvegia grandi risorse militari: nel solo decennio 1950-1960 il valore degli aiuti per gli armamenti ammontava a quasi 4,5 miliardi di corone pari al 40% della spesa per le Forze Armate.

Gli aiuti militari statunitensi non devono essere confusi con gli aiuti civili forniti attraverso il Piano Marshall. A partire dal 1948, la Norvegia ha ricevuto ciò che oggi equivale a 60 miliardi di corone (6,3 miliardi di dollari), che sono stati spesi per l’acquisto di prodotti agricoli, petrolio, carbone e beni industriali.

Sebbene non vi siano informazioni in merito ai negoziati a parte le indiscrezioni trapelate da Breaking Defense, sembra che Stati Uniti e Norvegia abbiano accelerato i negoziati a lungo termine senza fornire spiegazioni. Il Dipartimento della Difesa Usa attualmente non commenta ma in Norvegia la notizia sta generando delle perplessità nella politica: il leader di Rodt, il partito comunista norvegese, Bjørnar Moxnes, ha inviato un’interrogazione scritta a Frank Bakke-Jensen (attuale ministro della Difesa) chiedendo che venga infornato il parlamento sul nuovo accordo: Moxnes crede che gli Stati Uniti stiano conducendo un’attività sempre più conflittuale nelle aree limitrofe della Norvegia e teme che un nuovo accordo porterà a cambiamenti nella politica di sicurezza del Paese in conflitto con gli interessi norvegesi. “Purtroppo, vediamo ripetutamente che il governo dà la priorità alla lealtà agli Stati Uniti rispetto all’apertura e alla democrazia. In generale, deve essere ovvio che lo Storting (il parlamento n.d.r.) sia informato su tutti i tipi di accordi che hanno un impatto sulla politica di sicurezza norvegese”, ha affermato il politico.

La Norvegia rappresenta la frontiera nord della Nato ed è l’unico suo membro, insieme ai Paesi Baltici e alla Polonia, ad avere un confine con la Russia. Le esercitazioni dell’Alleanza Atlantica nel Grande Nord si sono moltiplicate per numero e intensità negli ultimi anni: oltre alla ben nota Trident Juncture, una delle più imponenti esercitazioni Nato, recentemente la Us Navy si è riaffacciata nei gelidi mari artici quando i cacciatorpediniere Uss Donald Cook, Uss Porter e Uss Roosevelt e la fregata britannica Hms Kent, con il supporto della Usns Supply, hanno fatto il loro ingresso nel Mare di Barents “per affermare la libertà di navigazione e dimostrare una perfetta integrazione tra gli alleati”. Il gelido fronte nord si è infatti surriscaldato parecchio e l’Atlantico del Nord insieme all’Artico sono tornati prepotentemente, insieme ad altri teatri, al centro dell’agenda militare di Russia e Nato.

Qualche mese fa, a novembre, una piccola flottiglia di 10 sottomarini russi aveva “forzato” il Giuk Gap, il passaggio marittimo obbligato tra Regno Unito, Islanda e Groenlandia, come segnale agli Stati Uniti che Mosca non intende “farsi chiudere” nei suoi mari limitrofi.

Lo stesso Artico è diventato sempre più teatro di scontro a distanza tra le varie potenze globali, che vedono protagonista anche la Cina che ha capito l’importanza del Passaggio a Nordest (o Rotta Nord per i russi). La Norvegia, data la sua posizione geografica particolare, si trova ad essere naturalmente il fulcro delle tensioni tra l’Occidente e la Russia in quel particolare scacchiere strategico e al pari di altri stati scandinavi – se pur non formalmente allineati come la Svezia – cerca di rinforzare le proprie difese per fronteggiare la rinnovata attività militare russa: risulta quindi evidente che Olso guardi ancora una volta a Washington come suo partner preferenziale per questo fine.

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