Se l’attenzione mediatica – e diplomatica – è giustamente concentrata sull’escalation in Ucraina, non vanno tuttavia trascurate le ultime mosse dell’amministrazione statunitense nel quadrante Indo-Pacifico. Un focus crescente da parte degli Usa che, dalla pubblicazione della “Strategia Indo-Pacifica” nel febbraio 2022, vedono nelle sfide “poste dalla Repubblica Popolare Cinese” la grande competizione del futuro. Secondo Washington, infatti, la Cina sta “combinando potere economico, diplomatico, militare e tecnologico” al fine di “consolidare una propria sfera di influenza nell’Indo-Pacifico”, con l’obiettivo di “diventare la potenza più influente al mondo”. Le sue “azioni coercitive e aggressive sono globali, ma raggiungono il massimo impatto proprio nell’Indo-Pacifico”. Non è un mistero, infatti, che la disputa tra Stati Uniti e Cina sul Mar Cinese Meridionale e su Taiwan rappresenti uno dei principali punti di tensione geopolitica del XXI secolo.
Pechino rivendica quasi il 90% del Mar Cinese Meridionale basandosi su mappe storiche, incluse aree vicine alle coste di altri Paesi come Filippine, Vietnam, Malesia e Brunei. La Cina ha inoltre costruito isole artificiali per stabilire basi militari e infrastrutture in aree contese, come nelle Isole Spratly e nelle Isole Paracel. Tuttavia, nel 2016, un tribunale internazionale all’Aia ha respinto le rivendicazioni cinesi sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). Pechino non riconosce questa sentenza, mentre Washington non riconosce le rivendicazioni cinesi e sostiene la libertà di navigazione (Freedom of Navigation Operations, FONOPs).
Perché l’Indo-Pacifico è importante
Perché questa regione del mondo è così importante? I dati parlano chiaro. In quest’area vive oltre metà della popolazione mondiale (incluso il 58% dei giovani); dal punto di vista economico, rappresenta il 60% del PIL globale e contribuisce ai due terzi della. Ma è anche un’area di enorme interesse geografico, che comprende il 65% degli oceani mondiali e il 25% delle terre emerse.
Secondo Washington, la “prosperità degli americani” è strettamente legata all’Indo-Pacifico. Anche qui parlano i numeri: nel 2020, il commercio tra Stati Uniti e Indo-Pacifico ha raggiunto 1,75 miliardi di dollari, sostenendo oltre cinque milioni di posti di lavoro nella regione. Gli Usa hanno investito più di 969 miliardi di dollari nella regione nel 2020, con una crescita quasi raddoppiata nell’ultimo decennio. In tal senso, gli Stati Uniti sono il primo partner d’investimento per i Paesi membri dell’ASEAN, con investimenti superiori alla somma dei successivi tre maggiori partner.
L’alleanza AUKUS in funzione anti-cinese
In queste ultime settimane, l’amministrazione Biden non ha per nulla trascurato il quadrante Indo-Pacifico. Anzi. Il Pentagono, insieme ai Ministeri della Difesa di Australia e Regno Unito, ha annunciato nei giorni scorsi un accordo per potenziare i test sui veicoli ipersonici e accelerare lo sviluppo delle tecnologie correlate. Questo accordo, denominato HyFliTE Project Arrangement (PA), fa parte del secondo pilastro dell’alleanza AUKUS. Prevede l’uso condiviso delle strutture di test e lo scambio di informazioni tecniche per sviluppare, testare e valutare sistemi ipersonici. Il piano HyFliTE prevede fino a sei campagne di test trilaterali entro il 2028, con un budget complessivo di 252 milioni di dollari: i test si concentreranno su tecnologie chiave come materiali ad alta temperatura, sistemi di propulsione avanzati e sistemi di guida e controllo, essenziali per migliorare le capacità operative delle armi ipersoniche.
Si tratta chiaramente di un’alleanza in funzione anti-cinese. Tant’è vero che, nei mesi scorsi, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha criticato l’alleanza AUKUS tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, affermando che il Pacifico non dovrebbe diventare un campo di competizione tra grandi potenze. Durante una conferenza stampa con il ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea, Justin Tkatchenko, Wang ha espresso preoccupazioni per l’accordo AUKUS, sottolineando che l’introduzione di sottomarini nucleari nella regione è contraria agli obiettivi del Trattato di Rarotonga, che dal 1985 mira a mantenere il Pacifico meridionale libero da armi nucleari.
Il patto con le Filippine
Un’altra notizia rilevante per ciò che riguarda la regione è la recente firma di un accordo per la condivisione di informazioni militari tra Filippine e Stati Uniti. Anche in questo caso, con l’obiettivo di “contenere” Pechino e la “crescente influenza” della Repubblica Popolare nella regione. Il patto, denominato General Security of Military Information Agreement (GSOMIA), è stato firmato a Manila dal Segretario alla Difesa filippino Gilberto Teodoro e dal suo omologo statunitense Lloyd Austin. L’accordo consente lo scambio di informazioni classificate per rafforzare la difesa nazionale delle Filippine e facilita la vendita di tecnologie sensibili. Negli ultimi anni, i legami tra Manila e Washington si sono intensificati: le due nazioni condividono un trattato di difesa reciproca firmato nel 1951, che prevede supporto in caso di attacco a una delle parti, incluso nel Mar Cinese Meridionale.