La nuova amministrazione statunitense ha dato il via a un’intensa campagna di bombardamento dello Yemen controllato dagli Houthi per cercare di rimettere in sicurezza le linee di navigazione nel Mar Rosso, o per meglio dire, usando le parole del presidente Donald Trump, per farli smettere “di sparare alle navi americane” così che “noi smetteremo di sparare a voi”.
Gli USA sostengono che la campagna stia funzionando: il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz ha affermato che sono stati uccisi diversi leader Houthi, ma ogni nuovo attacco provoca più ribellione.
I bombardamenti statunitensi, portati da assetti aeronavali presenti nell’area, hanno bersagliato depositi, centri di comando e controllo, personalità Houthi e molto probabilmente della Forza Quds iraniana che sta sostenendo i ribelli yemeniti da tempo, però gli attacchi al traffico marittimo non si sono interrotti e, al contrario, gli Houthi sarebbero riusciti ad abbattere un altro drone MQ-9 “Reaper” statunitense, sottolineando quindi come le loro capacità non si siano del tutto deteriorate.
La Casa Bianca ha deciso di risolvere la questione Houthi e mediorientale adottando una politica di massima pressione sull’Iran, ritenuto l’unico responsabile della destabilizzazione della regione: bombardieri strategici B-2 sono giunti a Diego Garcia, isola posta al centro dell’Oceano Indiano da cui hanno già operato, insieme ai B-52, per colpire l’Afghanistan, il Carrier Strike Group della portaerei “Carl Vinson” ha doppiato lo Stretto della Malacca diretto verso il Medio Oriente, e risulta che diversi assetti aerei, tra cui anche ulteriori aerei da attacco A-10 siano arrivati nella regione. Senza dimenticare l’aspetto economico: il Dipartimento del Tesoro statunitense ha colpito con ulteriori sanzioni il settore petrolifero iraniano, considerato vitale per la sussistenza di Teheran.
Tutto farebbe pensare che si stia per allargare il conflitto, e molto probabilmente sarà così: la CNN riferisce che Washington starebbe per suggerire, e sostenere, una nuova campagna terrestre delle forze regolari yemenite appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Il sostegno statunitense si ridurrebbe a fornire munizionamento, coordinamento degli attacchi e il coinvolgimento limitato di forze speciali. Secondo analisti e fonti diplomatiche, solo un’operazione di terra può cambiare la situazione sul campo di battaglia: gli Houthi controllano Sanaa, il porto chiave di Hodeidah e gran parte del nord del Paese. Tuttavia molto difficilmente si osserverà il pieno dispiegamento di truppe di terra statunitensi in quanto è un’opzione che Washington sta cercando in tutti i modi di evitare, come è possibile osservare dall’aumento del dispositivo aeronavale USA che non vede la presenza nemmeno di unità di assalto anfibio dei Marines, le uniche che potrebbero entrare in forze in un Paese in cui l’unico porto adatto a uno sbarco è in mani nemiche.
Gli Emirati Arabi Uniti dovrebbero “sostenere silenziosamente” l’operazione, poiché da molto tempo assistono le forze governative, mentra la posizione dell’Arabia Saudita è meno definita: Riad teme attacchi di rappresaglia, poiché gli Houthi potrebbero colpire le infrastrutture petrolifere con droni e missili come hanno già fatto in passato. Allo stesso tempo, però, gli Stati Uniti hanno accelerato la consegna di sistemi di difesa aerea al Regno. Fonti diplomatiche riferiscono che sono attualmente in corso i preparativi per coordinare un’offensiva di terra da sud, est e lungo la costa, e all’operazione potrebbero facilmente partecipare le marine degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita per riprendere il controllo del porto di Hodeidah.
Il momento potrebbe essere propizio, anche in considerazione che l’Iran, come riporta la stampa britannica, avrebbe ordinato ai suoi consiglieri militari dei pasdaran di ritirarsi dallo Yemen a causa dei bombardamenti statunitensi e del pericolo di un attacco diretto contro il proprio Paese.
Una campagna di terra potrebbe però fallire: i ribelli yemeniti andrebbero prima “strangolati” eliminando le linee di rifornimento che trasferiscono armamenti e munizioni, linee che passano attraverso il mare ma anche via terra. Un’offensiva terrestre da parte delle forze regolari, sostenute da US, EAU e Arabia Saudita potrebbe comunque non essere risolutiva per eliminare gli Houthi, e richiederebbe un costante supporto aeronavale che inciderebbe non poco sulle forze statunitensi: sino a oggi, la nuova campagna di bombardamenti voluta dal presidente Trump è costata un miliardo di dollari (in circa tre settimane). La campagna sta già assorbendo forze da altri fronti come abbiamo visto: il CSG della portaerei “Carl Vinson” è stato prelevato dal quadrante indo-pacifico, dove gli Stati Uniti stanno riposizionando personale e assetti per “trincerarsi” e fungere da deterrente nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, sostenendo gli alleati che hanno nell’area.
Gli Houthi, poi, sono sopravvissuti a diverse offensive delle forze regolari, e anche a un’offensiva saudita dieci anni fa, oltre ad aver dimostrato una certa resilienza agli attacchi aerei più recenti di Israele, Regno Unito e Stati Uniti. Una nuova campagna terrestre avrebbe successo? Senza il taglio dei rifornimenti e un’ottima conoscenza del territorio e delle dinamiche locali (cioè intelligence), lo dubitiamo.