Durante la notte tra sabato 13 e domenica 14 aprile, l’Iran ha effettuato un attacco di rappresaglia su obiettivi militari israeliani come risposta al bombardamento della sua legazione di Damasco, capitale della Siria, in cui è stato ucciso il generale delle Irgc (Islamic Revolutionary Guard Corps) Mohammed Reza Zahedi.
Il defunto ufficiale faceva parte di al-Quds, che oltre a essere il ramo dell’intelligence militare iraniana è anche lo strumento utilizzato da Teheran per organizzare le attività dei suoi proxy all’estero, nella fattispecie Zahedi era ufficiale di collegamento con Hezbollah e secondo quanto riportato avrebbe avuto anche un ruolo attivo nell’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso.
L’attacco iraniano di sabato è avvenuto in due fasi distinte e ha attivato contemporaneamente anche gli Houthi ed Hezbollah. Dapprima sono stati lanciati droni e missili da crociera, successivamente missili balistici a medio raggio (Mrbm – Medium Range Ballistic Missile).
L’esercito israeliano afferma che in totale sono stati utilizzati 180 droni suicidi, 30 missili da crociera e 120 Mrbm e dalle immagini giunteci sino a oggi possiamo dire che i modelli di droni erano gli Shahed-131 e 136 insieme a, probabilmente, i Ra’ad 85 (con fusoliera del Mohajer 2), mentre per quanto riguarda i missili da crociera alcune fonti riferiscono che sarebbero stati usati i Paveh (o progetto 351), ma verosimilmente il vettore è ancora in fase di sviluppo, e le versioni locali del russo Kh-55 , costruite con tecniche di retroingegneria, che prendono il nome di Soumar e Hoveyzeh (entrambi da 1350 chilometri di gittata). Per quanto riguarda i missili balistici, le fotografie degli esemplari abbattuti dalle difese israeliane (ma non solo come vedremo) non permettono un’identificazione sicura, ma sappiamo che nell’arsenale missilistico iraniano sono presenti e operativi gli Mrbm del tipo Shahab-3 (con 1300 chilometri di gittata) e il Sejjil (2mila chilometri di gittata).
Come accennato, l’attacco iraniano è stato coordinato coi suoi proxy: dal Libano Hezbollah, che ha il più numeroso arsenale di razzi non guidati della regione, ha effettuato lanci verso il nord di Israele mentre gli Houthi, dallo Yemen, hanno cercato di colpire la parte meridionale dello Stato ebraico con droni suicidi e missili.
Le difese di Tel Aviv hanno sostanzialmente tenuto, anche perché l’attacco iraniano è stato largamente propagandato in anticipo dagli Ayatollah, ma soprattutto perché sono intervenuti direttamente alcuni alleati, come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia che hanno utilizzato i loro assetti già predisposti nell’area per intercettare droni, missili da crociera e Mrbm.
Il Centcom statunitense, il comando per le operazioni militari in Medio Oriente, Asia centrale e parte dell’Africa, ha affermato di aver abbattuto 80 tra droni suicidi e missili balistici provenienti sia dallo Yemen sia dall’Iran da cacciatorpediniere che incrociavano nel Mediterraneo Orientale, Mar Rosso e da una batteria di missili Patriot dislocata in Iraq. Regno Unito e Francia hanno utilizzato cacciabombardieri per abbattere droni e missili da crociera e molto probabilmente anche le unità navali da guerra presenti nell’area.
L’aiuto alleato è stato fondamentale anche per la scoperta e il tracciamento dei lanci iraniani: oltre a sistemi di sorveglianza in volo e in mare, Tel Aviv ha potuto contare su un radar di lunghissima portata tipo AN/TPY-2 che solitamente opera insieme al sistema Thaad (Terminal High Altitude Air Defense) e al Gmd (Ground-based Midcourse Defense) che da tempo (circa dal 2012) è dislocato nel deserto del Negev. Questo radar ha una portata massima di 3mila chilometri.
La rete di sorveglianza e di difesa aerea alleata si è integrata con quella casalinga rappresentata dal noto sistema Iron Dome. Si tratta di un complesso sistema multistrato di missili terra aria in grado di fornire protezione da diversi tipi di minacce: dai razzi non guidati sino a missili balistici a corto e medio raggio. Iron Dome usa infatti i vettori Tamir, Arrow 2 e 3 e David’s Sling. Filmati della notte dell’attacco mostrano quella che è sembrata un’intercettazione di un missile balistico al di fuori dell’atmosfera terrestre (in termine tecnico “esoatmosferica”) probabilmente ad opera di un missile del sistema Arrow (2 o 3) ma non è nemmeno da escludere l’intervento di qualche sistema americano visti gli assetti presenti nell’area.
L’Iran ha cercato di coordinare l’attacco come meglio ha potuto per tentare la saturazione delle difese antimissile israeliane, ma il supporto dato dagli alleati di Tel Aviv ha permesso di evitare che il complesso di difesa aerea andasse in crisi, nonostante ci siano stati diversi missili balistici che hanno raggiunto il proprio bersaglio, soprattutto nella parte meridionale di Israele dove ha sede la base di Nevatim in cui sono presenti gli F-35I israeliani che sarebbero stati utilizzati per l’attacco a Damasco. Apparentemente nessuno di questi velivoli di quinta generazione è rimasto colpito e i danni alla base aerea appaiono leggeri.
Quanto visto, dal punto di vista strettamente militare, rivela che in realtà se non ci fosse stato l’aiuto di Francia, Regno Unito e Usa, il numero di missili/droni che ha colpito il proprio bersaglio sarebbe stato sicuramente maggiore. Inoltre l’attacco iraniano, come detto ampiamente previsto perché ribadito più volte da Teheran, è stata la minima delle massime risposte possibili ma non va affatto sottovalutato: l’Iran ha utilizzato per la prima volta il suo arsenale di missili e droni in modo coordinato (con qualche lacuna dal punto di vista temporale) e ha dimostrato che la saturazione delle difese aeree israeliane sarebbe possibile senza l’intervento dei suoi alleati.