Il cessate il fuoco faticosamente concordato e mediato dalla Russia la scorsa settimana, è durato appena poche ore: già nella giornata di sabato 10 ottobre infatti il conflitto nel Nagorno Karabakh era ripreso in tutta la sua violenza, tra bombardamenti e nuove schermaglie anche a terra. Gli armeni si difendono come possono, gli azerbaigiani attaccano soprattutto con i droni. E poi c’è il fronte dei combattimenti via terra, dove l’esercito di Baku prova ad avanzare sfruttando il quasi totale controllo dei cieli del Nagorno. Le battaglie tra le trincee e il filo spinato sono quelle che tra i militari stanno causando il numero maggiore di vittime: più di 500 tra le file armene, imprecisato ma comunque alto tra quelle azerbaigiane.

La battaglia nel fronte sud

Il conflitto è riesploso lo scorso 27 settembre, ma in realtà la disputa tra le parti è iniziata all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il Nagorno Karabakh è una regione giuridicamente parte dell’Azerbaigian abitato prima del conflitto da una maggioranza armena e una una minoranza azerbaigiana, espulsa totalmente dall’area a seguito dell’occupazione dell’Armenia. La Repubblica nata in quel contesto, che dal 2017 è ufficialmente chiamata Repubblica dell’Artsakh, non è riconosciuta a livello internazionale e il suo territorio è de jure dell’Azerbaijan. Lo stallo va avanti quindi da quasi trent’anni, con Baku intenzionata adesso a riprendere il controllo della regione.

L’esercito azerbaigiano sembra essere quello meglio equipaggiato. Nei giorni scorsi le autorità locali aveva smentito l’apporto di aiuti militari da altri Paesi, ma i droni usati a decine contro le postazioni armene sono in buona parte di fabbricazione turca e israeliana. Dall’altro lato, anche gli armeni dell’Artsakh hanno aiuti provenienti dall’estero: nei giorni scorsi sono arrivate accuse da Ankara secondo cui tra le trincee del Nagorno sono arrivate armi russe e francesi, mentre nelle prime fasi di guerra sono state ritrovate anche armamenti di fabbricazione serba. A questo occorre aggiungere che l’Armenia, per ovvi motivi prima sostenitrice dell’Artsakh, è legata da un accordo militare alla Russia.

Al momento sono due i fronti in cui si sta combattendo maggiormente: quello riguardante la parte settentrionale dell’Artsakh e il fronte meridionale. È in questi due settori che gli azerbaigiani stanno provando a sfondare. Se a nord la situazione appare più equilibrata, complice anche la natura montuosa del territorio, discreti guadagni territoriali sono stati registrati a favore di Baku lungo il fronte meridionale. Qui, in particolare, si stanno concentrando i combattimenti più intensi tra le due parti. Da alcuni giorni principale obiettivo della battaglia è la strategica cittadina di Hadrut: per gli armeni è essenziale difenderla, per gli azerbaigiani la sua conquista potrebbe rappresentare un punto di svolta nelle operazioni di terra. Alcuni report la assegnano all’esercito di Baku a partire da martedì scorso, lo stesso ministero della Difesa ha parlato di Hadrut come di una città “liberata già da alcuni giorni”. Ma fonti armene hanno smentito questa circostanza, parlando di una forte resistenza da parte dei propri uomini. Probabile che in questi giorni si procederà in feroci combattimenti casa per casa, specialmente nei quartieri più periferici della cittadina.

I bombardamenti su Stepanakert e Ganja

Oltre ai combattimenti lungo le linee del fronte, a essere interessati dal conflitto sono anche gli abitanti di importanti città più distanti dai combattimenti. A partire da quelli di Stepanakert, la capitale dell’Artsakh. Qui i bombardamenti, effettuati soprattutto con l’ausilio dei droni, sono frequenti già dalla prima settimana di guerra. Gli azerbaigiani hanno sostenuto di aver colpito diversi siti di interesse militare, gli armeni dal canto loro denunciano diverse vittime tra i civili. Stepanakert, così come documentato su InsideOver da Daniele Bellocchio, ha assunto l’aspetto di una città fantasma: gli abitanti vivono trincerati nei bunker e nei rifugi anti aerei, di notte e di giorni si susseguono le incursioni e gli allarmi che annunciano l’arrivo di nuovi droni sui cieli della città.

Dall’altro lato la situazione più critica è invece a Ganja, seconda città dell’Azerbaijan e distante alcuni chilometri dalle linee del fronte. Qui gli armeni domenica scorsa hanno fatto piovere alcuni missili: “Intorno alle 02:00 di notte dell’11 ottobre – è la denuncia del deputato azerbaigiano Azer Karimli – le forze armate dell’Armenia, facendo fuoco dal territorio dell’Armenia, hanno nuovamente preso d’assalto un palazzo residenziale plurifamiliare situato nella zona densamente popolata della città di Ganja. A seguito di tale crimine di guerra, commesso dalle forze armate dell’Armenia, 9 persone sono state uccise, 34 persone sono rimaste ferite all’interno delle abitazioni e sono state gravemente danneggiate numerose infrastrutture civili”.

L’appello all’Italia

L’onorevole Azer Karimli ha molti rapporti con il nostro Paese. È lui infatti a presiedere il comitato interparlamentare Azerbaijan-Italia, negli ultimi anni sempre più attivo visti i rapporti sempre più stretti tra Roma e Baku. Per questo nelle sue dichiarazioni ha voluto lanciare un appello affinché da parte italiana possa giungere solidarietà verso la sua popolazione. Non senza, anche in questo caso, puntare il dito contro Yerevan: “I bambini immersi nel sangue a causa dell’esercito dell’Armenia – ha infatti affermato il deputato – invitano le persone che aspirano alla pace in Italia, paese che non perde mai il senso di giustizia e uno dei luoghi più sacri della cultura, a non restare indifferenti di fronte alle tragedie umane, che si verificano davanti agli occhi dell’umanità”. Una tragedia, quella in corso nel Nagorno, che a giudicare anche dalle parole del deputato azerbaigiano è ancora ben lontana dall’essere risolta.

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