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La Cina ha completato “con successo” le operazioni militari intorno Taiwan. Questo il comunicato del Comando del teatro orientale dell’Esercito popolare di liberazione che, se da un lato conferma la fine delle manovre intorno Taiwan, allo stesso tempo lancia un messaggio inequivocabile nei confronti di quella considera una “provincia ribelle: l’organizzazione di pattugliamenti regolari per mantenere in atto la piena prontezza operativa intorno l’isola.

La fine delle esercitazioni – scattate con l’arrivo della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi – a Taiwan non si è quindi concretizzata con la cessazione delle ostilità con Taipei, nemmeno momentanea. Se infatti Pechino ha comunque confermato l’avvio di pattugliamenti regolari, soltanto questa mattina il ministero della Difesa di Taiwan ha comunicato che nei dintorni dell’isola sono stati identificati 10 navi e 36 aerei da guerra cinesi, tra cui 17 caccia (SU-30 e J-11) che hanno sorvolato un’area a est della linea mediana dello Stretto di Taiwan che Pechino ha sempre considerato estranea ai suoi sconfinamenti. Non solo: la Difesa dell’isola ha anche ribadito che “le Forze armate di Taiwan adatteranno le modalità di dispiegamento delle loro forze considerando molteplici fattori, tra cui morale delle truppe e minacce compresi, senza abbassare la guardia”. Risposta che indica come lo Stretto rischia di trasformarsi in un palcoscenico di costanti tensioni con Pechino anche nel prossimo futuro.

I segnali servono a far capire come da parte della Repubblica popolare non ci sia l’interesse a mostrarsi troppo aperti nei confronti di un tema, quello di Taipei, diventato fondamentale anche (se non soprattutto) nel confronto con gli Stati Uniti. In questo senso, non è certo secondario che l’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese abbia deciso di pubblicare il suo nuovo “Libro bianco” sull’isola proprio lo stesso giorno in cui la Difesa ha annunciato la cessazione delle operazioni militari. Nel documento, rilanciato anche dall’agenzia cinese Xinhua, si legge che la Repubblica popolare considera un fatto storico incontrovertibile l’appartenenza di Taiwan alla Cina e “il suo status come parte della Cina è inalterabile”. Al punto 3 del documento del governo si legge inoltre che “la completa riunificazione della Cina è un processo che non può essere interrotto” e, tra le varie questioni sollevate nel documento, si ribadisce il fatto che il Partito comunista inserisce la riunificazione come un passaggio nel solco del “ringiovanimento nazionale” e che la Cina “non è mai stata così vicina a raggiungere” questo obiettivo di tornare a essere “una sola Cina”.

L’attenzione viene rivolta inoltre non solo alle forze interne a Taiwan che contrastano la riunificazione, e considerate da Pechino come “secessioniste”, ma ance agli Stati Uniti, o meglio, a quelle potenze che realizzano ciò che viene definito una “interferenza esterna” per colpire le ambizioni della Repubblica popolare. Il monito è chiaramente nei confronti di Washington: “Ancora perse nelle manie di egemonia e intrappolate in una mentalità da Guerra Fredda – si legge nel Libro bianco – alcune forze negli Stati Uniti insistono nel percepire e ritrarre la Cina come un importante avversario strategico e una seria minaccia a lungo termine. Fanno del loro meglio per minare e mettere sotto pressione la Cina, sfruttando Taiwan come uno strumento conveniente”. E proprio per questo motivo, pur ribadendo la volontà di arrivare a un processo di unificazione pacifico e graduale nel tempo, il documento pubblicato dal governo centrale non esclude del tutto la possibilità di usare la forza come extrema ratio. “Non rinunceremo all’uso della forza e ci riserviamo la possibilità di prendere tutte le misure necessarie. Questo per proteggersi dalle interferenze esterne e da tutte le attività separatiste” si legge nel comunicato.

La risposta dell’isola non poteva che essere contraria a ogni tentativo di riunificazione annunciato da Pechino. La presidente Tsai Ing-wen ha definito il contenuto del Libro bianco un “pio desiderio” che non comprende la realtà al di là dello Stretto. Ma l’impressione è che la soluzione dell’affaire più bollente dell’Indo-Pacifico non sia un tema che Pechino potrà procrastinare all’infinito. Per molti analisti, la svolta politica potrebbe esserci nel prossimo congresso del Partito comunista cinese, che sarà in autunno. Xi Jinping arriva a questo appuntamento in crisi: dall’economia che rallenta, la pandemia di Covid e le tensioni nell’Indo-Pacifico, la conferma per il terzo mandato appare altamente possibile ma non più assolutamente certa. L’opposizione interna al partito comunista non sembra contenta ed è chiaro che Taiwan sia un elemento fondamentale nell’agenda di governo ma anche nelle logiche per confermare la leadership del presidente.

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