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L’Afghanistan al centro di un’insurrezione che ormai dura da oltre 17 anni, dove la milizia talebana è pronta a lanciare l’ennesima offensiva che potrebbe destabilizzare gravemente e ulteriormente il paese, nasconde delle enormi ricchezza naturali : ricchezze che sono state stimate per un 1 triliardo di dollari – di cui 1 miliardo in sole “Terre rare” (Ree) – che potrebbero rivelarsi più che sufficienti a garantire un futuro prospero ad una nazione martoriata dalla povertà e dalla guerra.

Inviati occidentali, compresi quelli del Pentagono, hanno via via scoperto importanti giacimenti di materie rare fino a soprannominare  l’Afghanistan come “l’Arabia Saudita del litio“, e questo potrebbe giustificare l’interesse internazionale per gestire ed estrarre, o rendere possibile la stabilizzazione e la conseguente gestione da parte del governo centrale di Kabul di queste importanti risorse. Ma ci sono problemi legali, oltre a quelli della sicurezza. Il governo di Kabul ha spesso rilasciato concessioni a fronte di tangenti senza aver tratto un profitto minimamente adeguato dall’estrazione sul proprio suolo. Le aree dove si localizzano le risorse inoltre sarebbero costantemente a rischio di ricadere nelle mani dei talebani, che troverebbero in un commercio più redditizio e “semplice” ulteriore denaro per finanziare la loro guerra in nome del Jihad.

Il paese, noto per le sue distese di papaveri da oppio dai quali viene tratto il 90% del commercio mondiale dell’eroina, nasconde nel sottosuolo enormi risorse minerarie e una vasta quantità di terre rare, oltre ad altri beni preziosi e indispensabili per l’economia moderna. Abbondanti quantità di ferro e rame, litio, cobalto e oro, non solo oppio dunque nella nazione che si è classificata al 177 ° posto su 180 paesi e territori nella classifica della qualità della vita. Dove le forze armate governative sono messe a dura prova dagli insorti, che nei distretti rurali guadagnano terreno e continuano a incalzare le forze statunitensi e quelle britanniche che hanno messo gli “scarponi a terra” da oltre 15 anni senza aver sconfitto definitivamente il loro avversario. 

I problemi i Kabul e l’interesse dei talebani 

Recentemente il governo centrale di Kabul, ora presieduto dal presidenteAshraf Ghani, ha assegnato altri due importanti contratti di esplorazione per la ricerca di rame e oro alla Centar Ltd, compagnia fondata dell’ex presidente di JP Morgan che sta conducendo nuovi scavi a Badakhshan a Sar-i-Pul, entrambe province situate nel nord dell’Afghanistan.

Entrambi i siti, situati in zone a rischio di attacchi da parte dei talebani, che guadagnano terreno e pongono in scacco le guarnigioni delle forze di sicurezza, non possono procedere all’estrazione poiché il governo, che violerebbe una legge sulle estrazioni minerarie, potrebbe non essere ancora in grado di monitorare efficacemente l’attuazione la situazione. Il settore minerario infatti è ancora privo di un adeguato quadro giuridico e della capacità organizzativa per gestire gli accordi.

La scoperta di giacimenti, quando non tenuti segreti, riscuote inoltre l’interesse dei talebani e potrebbe mettere a rischio l’incolumità delle forze di sicurezza internazionali. In particolare Badakhshan, un’importante provincia settentrionale che non era mai stata sotto il controllo dei talebani – neanche anche quando erano al potere dopo la rivoluzione degli anni ’90 – e che in precedenza non era mai stata oggetto d’interesse da parte della milizia jihadista, sta registrando una proliferazioni di gruppi armati che rischiano di rivelarsi una seria minaccia per il governo locale e i suoi interessi. Questa proliferazione di gruppi talebani è una diretta conseguenza della scoperta delle ricchezze minerarie. Altro esempio è rappresentato dalle miniera d’oro nel Baghlan, già attiva ma con poca supervisione dal governo che ha palesato i gap della gestione e dei rischi corsi dai lavoratori inviati nel sito.

Il tesoro dei Contractors

Queste dinamiche legate alla sicurezza e alla difesa dei siti che non possono essere presieduti da guarnigioni di militari “regolari” di paesi esteri, sono oggetto d’interesse per i contractors. Recentemente infatti il fondatore di Blackwater (oggi Academi), Erik Price, avrebbe avanzato ad alti funzionari di Kabul e Washington la possibilità di “privatizzare” la guerra in Afghanistan come “exit strategy” per l’amministrazione Trump, senza trascurare però l’obiettivo di stabilizzare la situazione nelle aeree d’interesse, per garantire la possibilità di operare in sicurezza lì dove sono custodite queste importanti risorse. 

Il futuro dell’Afghanistan si decide sulle sue risorse dunque. Se il governo di questa terra martoriata saprà muoversi con cautela, traendo profitto dalle sue risorse nella ricerca di stabilizzazione, pace e prosperità, senza lasciare che gli insorti o le nazioni esterne riescano ad imporre il loro dominio su di esse, forse in fondo a questo lungo tunnel intriso di sangue, potrebbe intravedersi uno spiraglio di luce.

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