Più che un cessate il fuoco, quello vissuto nelle scorse ore nel Nagorno Karabakh è stato un vero e proprio time out. Giusto il tempo di apporre la firma sui documenti concordati tra i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaijan a Mosca, dove il Cremlino aveva organizzato un incontro tra le parti, e di tornare nelle rispettive capitali che lungo le linee del fronte i combattimenti hanno ripreso in tutta la loro intensità. Del resto la sensazione era che gli accordi siglati con la mediazione della Russia non fossero destinati a rimanere in vigore a lungo: “Dureranno giusto il tempo per far organizzare alla Croce rossa lo scambio dei prigionieri e la restituzione delle vittime”, aveva dichiarato di rientro da Mosca il ministro degli Esteri dell’Azerbaijan, Jeyhun Bayramov. Così è stato. E ora Yerevan e Baku si lanciano reciproche accuse sulla violazione del cessate il fuoco.

Città sotto tiro

Che la tregua fosse finita nel giro di poche ore se ne sono accorti soprattutto gli abitanti delle due principali città coinvolte, direttamente o indirettamente, nel conflitto. A partire da Stepanakert, capitale dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, l’entità armena che controlla de facto i territori del Nagorno Karabakh. Qui già nella serata di sabato le sirene di allarme antiaereo hanno iniziato a suonare e a riecheggiare, con i cittadini rimasti in città immediatamente diretti verso i rifugi. Diverse le esplosioni registrate, almeno sette secondo quanto raccontato da diversi testimoni sui social. I bombardamenti sarebbero stati effettuati da parte azera soprattutto con i droni, i mezzi più usati dall’esercito di Baku in queste prime due settimane di conflitto. Diversi gli obiettivi, militari e non, colpiti e imprecisato il numero dei feriti e delle vittime. Stepanakert, per via della sua importanza a livello politico, nonostante la lontananza dalle prime linee del fronte di guerra è una delle città più colpite da questa guerra. Da inizio mese, come raccontato da Daniele Bellocchio su InsideOver, sono numerose le incursioni segnalate e ingenti i danni alle infrastrutture.

Se nel territorio del Nagorno è Stepanakert la città più coinvolta, dall’altra parte del fronte invece a subire gli effetti del conflitto nelle ultime ore è stata soprattutto Ganja. Con i suoi oltre 300mila abitanti, si tratta della seconda città più importante dell’Azerbaijan dopo la capitale Baku. Anche Ganja non si trova a ridosso delle prime linee, tuttavia è abbastanza vicina al Nagorno da poter essere colpita dall’artiglieria armena. E così è stato anche nella notte tra sabato e domenica: alcuni razzi, hanno denunciato le autorità azerbaigiane, sono caduti nel centro cittadino provocando numerosi danni e almeno sette vittime tra i civili. A essere attaccati, hanno fatto sapere dal ministero degli Esteri dell’Azerbaijan, anche i distretti di Agdam e Tartar. Un ulteriore segno di come, sia da una parte che dall’altra, il conflitto rischia di estendersi ben oltre le zone attraversate dalle linee del fronte.

Le accuse

Immancabile anche in questa occasione il reciproco addossamento delle responsabilità sulla violazione della tregua. Secondo l’Armenia sono stati gli azerbaigiani ad attaccare per primi, mentre per Baku la fine prematura del cessate il fuoco è da attribuire unicamente agli armeni. Da Yerevan un portavoce del governo ha comunicato che “Alle 12.05 di sabato le truppe dell’Azerbaijan hanno lanciato un attacco verso Karakhanbeyli“, circostanza quest’ultima che avrebbe dato il via ai nuovi scontri registrati nelle ore in cui in realtà doveva vigere ancora la tregua. Sempre il governo armeno ha denunciato attacchi verso i villaggi di Yeritsvank e Artsvanik.

Da Baku invece le autorità hanno puntato il dito contro le forze filo armene del Nagorno, colpevoli secondo il governo locale di aver violato per primi la tregua. Ad InsideOver l’ambasciatore dell’Azerbaijan in Italia, Mammad Ahmadzada, ha espresso la sua posizione circa quanto accaduto: “L’Azerbaigian, nonostante sia il Paese aggredito militarmente e i suoi territori rimangano sotto l’occupazione, ha accolto positivamente gli appelli della comunità internazionale per un cessate il fuoco – ha dichiarato il diplomatico – poiché noi siamo sempre stati per una soluzione pacifica del conflitto. Ma ciò che è avvenuto durante le ultime 24 ore dimostra ancora una volta il disprezzo dell’Armenia per le norme e i principi fondamentali del diritto internazionale e il suo tentativo, vittimizzandosi, di trarre in inganno il mondo”.


Gli attacchi di artiglieria armena a Ganja

“Questo accordo ha incoraggiato l’Armenia a rafforzare i suoi atti terroristici contro l’Azerbaigian, ad attaccare le nostre città e ad uccidere i nostri civili, con l’uso di bombe a grappolo – è la denuncia di Mammad Ahmadzada – L’esperienza ha dimostrato un’altra volta che l’approccio bilanciato verso le parti del conflitto e il metterle sullo stesso piano non ha portato nessun risultato, anzi ha favorito l’aggressione dell’Armenia e la sua mancanza di rispetto per il diritto internazionale”. “Aspettiamo che il governo italiano – ha concluso il rappresentante diplomatico di Baku a Roma – tutto il mondo politico, la società civile d’Italia condannino le barbarie e il terrorismo di stato dell’Armenia e adottino misure decisive per costringere l’aggressore Armenia a rispettare il diritto internazionale e i suoi obblighi internazionali”.

Gli scenari futuri

La mediazione russa al momento dunque non è servita. Gli forzi di Mosca, legata all’Armenia da un accordo di difesa militare ma in buoni rapporti politici e commerciali con l’Azerbaijan, per adesso non hanno sortito gli effetti sperati. Il cessate il fuoco raggiunto dopo difficili trattative nella notte tra venerdì e sabato, ha rappresentato solo un primo tentativo di natura diplomatica volto a risolvere la questione e a far tacere, almeno per alcuni giorni, le armi. Ma la guerra è proseguita e sta continuando a mietere vittime tanto tra i militari quanto tra i civili. E per il momento non si intravedono all’orizzonte spiragli di luce. Al contrario, il rischio è che il conflitto si allarghi e coinvolga direttamente anche altri attori internazionali. Oltre la Russia, osservata speciale in tal senso è la Turchia, la quale è legata politicamente e culturalmente all’Azerbaijan.

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