Il 24 maggio 2024 in un post su Facebook Eta Water, azienda attiva nel settore delle acque che con diversi impianti decalcifica l’acqua marina nella Striscia di Gaza, producendo quasi 4 milioni di litri di acqua al giorno, ha annunciato che gli impianti rimasti avrebbero dovuto presto chiudere per mancanza di energia. I problemi di Eta Water però sono incominciati sei mesi prima, nella mattina del 17 novembre 2023, quando una colonna di fumo densa e alta, osservabile a migliaia di metri di altezza, spiccava al centro della Striscia di Gaza.

Dopo aver isolato ed ingrandito la zona interessata, confrontandola con alcuni thread di discussione di GeoConfirmed, le coordinate esatte del sito bombardato da un attacco israeliano sono apparse subito quelle di Eta Water. L’azienda è stata una delle più grandi nel settore della depurazione di acqua ad operare in maniera continua nella Striscia prima dell’invasione israeliana. Tanto che proprio sul sito della compagnia viene dichiarato che l’azienda ha mantenuto contratti con diverse organizzazioni di aiuti umanitari come OXFAM, UNRWA, HAI.
Mesi dopo, la comunicazione sui social media di Eta Water continua, e proprio in un post di maggio 2024 l’azienda promette: “Un giorno ricostruiremo la nostra sede”.

Oggi, senza una sede fissa e con i pochi macchinari rimasti, Eta Water continua ad operare nella Striscia di Gaza, tanto che sono diversi i post in cui l’azienda chiede disperatamente risorge energetiche, evidenziando che l’unica energia che si trova in Gaza è quella del mercato nero con costi proibitivi.
Annientare le riserve di acqua? Una metodologia di guerra.
La storia di Eta Water evidenzia in maniera chiara l’obiettivo di Israele: annientare le risorse idriche. Il territorio di Gaza è costantemente esposto a periodi di forte caldo, tanto che i mesi di caldo estremo nella regione sono molto lunghi e afosi. Motivo per cui proprio l’annientamento strategico delle infrastrutture idriche, negli anni, è diventato uno degli obiettivi cardine di Israele per colpire i Territori occupati. Ecco perchè già nel 2017 Amnesty International in un articolo dal titolo “L’occupazione dell’acqua”, raccontava uno scenario simile a quello che vediamo oggi nei Territori palestinesi occupati. Già nel 2017 i numeri ci dicevano che il 90-95% di approvvigionamento idrico in Gaza era contaminato e inadatto al consumo umano. Inoltre, Israele non ha mai permesso lo sviluppo di una rete idrica-ponte tra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, cosa che ha reso la Striscia ancora più isolata.
Scriveva sempre Amnesty International nel 2017: ” Il consumo di acqua da parte degli israeliani è almeno quattro volte quello dei palestinesi che vivono nell’OPT. I palestinesi consumano in media 73 litri di acqua al giorno a persona, che è ben al di sotto del minimo giornaliero raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di 100 litri pro capite. In molte comunità di pastori in Cisgiordania, il consumo di acqua per migliaia di palestinesi è di 20 litri a persona al giorno. Al contrario, un israeliano medio consuma circa 300 litri di acqua al giorno”. Sette anni dopo, dopo l’inizio dell’invasione israeliana, la disponibilità pro-capite di acqua in Gaza è scesa drasticamente fino a raggiungere 3 litri di acqua pro-capite al giorno.
Come arriva l’acqua a Gaza?
L’acqua di Gaza proviene per il 95% dalle falde acquifere costiere, venendo poi purificata attraverso grandi sistemi di aziende private (qui NPR ha raccontato l’assedio israeliano ad un depuratore) o di organizzazioni umanitarie. Ma ci sono anche altri modi in cui arrivava l’acqua, prima del 7 ottobre.
A Gaza l’acqua viene prodotta con 3 modalità.
La prima è attraverso impianti di desalinizzazione, come quelli di Eta Water, che possono produrre non più del 7% del fabbisogno di acqua. Dopo il 7 ottobre, molti di questi impianti o sono stati distrutti o non possono lavorare per mancanza di energia. Nel 2017 l’Unicef ha annunciato la realizzazione nel sud di Gaza di un grande depuratore che avrebbe trasformato l’acqua di mare in acqua potabile, con un risultato fino a 6.000 litri di acqua al giorno per servire oltre 275.000 persone residenti in Rafah e Khan Younis. Oggi sappiamo che a causa della mancanza di carburante ed energia, quel depuratore lavora ad intermittenza a non più del 30% della sua capacità.
Il secondo metodo di approvvigionamento è attraverso 3 acquedotti israeliani che riforniscono direttamente la striscia di Gaza. Subito dopo il 7 ottobre, tutti e 3 gli acquedotti israeliani sono stati limitati o chiusi diminuendo la portata del 95%.
Il terzo metodo è un sistema di pozzi e di falde acquifere che, attraverso una rete di oltre 300 unità in tutta Gaza, rifornisce in diversi punti le decine di migliaia di abitanti palestinesi. Oggi, grazie ad un’indagine Osint della BBC sappiamo che più della metà dei pozzi sono stati distrutti dai pesanti bombardamenti israeliani.
Non solo bombardamenti mirati. A gennaio 2024, con un tweet sul profilo X, l’IDF (Israel Defense Force) ha annunciato l’utilizzo di una nuova metodologia di guerra: inondare con grandi volumi di acqua di mare il gigante sistema di tunnel sotto Gaza. Il Wall Street Journal aveva già raccontato l’avvio di questa complessa operazione a dicembre evidenziando che 3 grandi pompe avrebbero riversato milioni di litri di acqua marina nel sottosuolo di Gaza. Come riporta AlJazeera, l’inondazione dei tunnel sotterranei della Striscia, ha portato inevitabilmente ad una contaminazione totale delle falde acquifere rimanenti.
Dai resoconti pubblici dell’Unicef sappiamo che nei territori di Rafah e Khan Younis, martoriati da bombardamenti e con una quasi totale assenza di altre risorse idriche, nel periodo tra il 28 dicembre e il 3 gennaio sono stati distribuiti 780.000 litri di acqua in bottiglia per 260.000 persone. Un calcolo veloce ci racconta uno scenario catastrofico: un approvigionamento di 3 litri a testa.

