Il presidente degli Stati Uniti non ha fatto in tempo a pubblicare la serie di tweet in cui annunciava il ritiro delle truppe statunitensi dal Nord-est della Siria che già la Turchia aveva iniziato a schierare le sue truppe lungo il confine. Pronta a vendicarsi del suo nemico numero uno: i curdi del Rojava.

Da mesi il Sultano minacciava giornalmente di entrare con la forza in territorio siriano con il pretesto di difendere il proprio confine dai “terroristi”, con o senza il consenso degli Stati Uniti. Venuti meno gli Usa, i curdi si sono trovati ancora una volta soli, ma non si sono arresi. La popolazione delle zone lungo il confine, aree da cui le Sdf (Forze democratiche siriane) sono state costrette ad allontanarsi nelle settimane precedenti secondo un accordo raggiunto tra Usa e Turchia, ha cercato di fermare l’avanzata dell’esercito come uno scudo umano. Nella vana speranza che Ankara non osasse attaccare direttamente i civili. 

“Siamo una presenza costante a Serekaniye da quando la Turchia ha minacciato di invadere il Paese. Le persone si sono riunite a poche centinaia di metri dal confine con la Turchia, montando tende in città e aree diverse del Rojava. C’è chi fa discorsi, chi suona, chi danza e chi canta per ore intere, senza sosta”. A raccontare a InsideOver quanto accade nella zona più esposta al pericolo turco della Siria del Nord est è Berivan, attivista del Women Defend Rojava, il movimento che coordina le donne del Nord est della Siria, e impegnata in prima persona lungo il confine. “Quello che stiamo facendo è un simbolo di resistenza e del rifiuto di sottomettersi. Ma non è solo simbolico, è qualcosa di più. Questo movimento è radicato nella società. La tattica dello scudo umano dimostra che siamo ancora forti e questo è ciò che spaventa di più non solo la Turchia, ma anche le altre forze globali e i regimi fascisti di tutto il mondo”.

Un’azione, quella lungo il confine, che vede riuniti giovani e meno giovani contro l’invasione turca e che evidenzia la determinazione di un popolo che, ancora una volta, può fare affidamento solo sulle sue forze. A saltare all’occhio ancora una volta è l’alto numero di donne che hanno preso parte alle manifestazioni. “Come accade per tutte le azioni di questo genere in Rojava, le donne hanno un ruolo cardine nell’organizzazione”, ci spiega ancora Berivan, “e in ogni campo abbiamo dei nostri spazi autonomi e autogestiti. Molto spesso parliamo di gruppi nati proprio come propagazione del Kongra Star, per cui sono costituiti principalmente da donne”.

“Ci siamo organizzate per difenderci da sole in diversi modi e in tutti i livelli della società. Ovviamente centinaia di noi fanno parte delle forze armate e le stessa HPC (Forze di protezione della società) hanno una sezione tutta al femminile. Ognuna di noi ha bisogno di sapersi difendere da sola e in alcuni casi ciò significa anche prendere le armi, ma altre forme di autodifesa sono ugualmente importanti. Le donne pensano alla loro educazione e a quella delle altre per essere in grado di proteggersi dalla manipolazione e da tattiche di dominio basate sulla paura. Come ho già detto, il cuore del movimento del Rojava risiede nella società e sono sempre le donne a tenere insieme la comunità, prendendosi per esempio cura degli spazi comune e degli altri, cucinando, pulendo, occupandosi degli ammalati: anche in questi casi parliamo di metodi di autodifesa. Assicurarsi che tutti sappiano organizzarsi è un compito ugualmente importante e movimenti come la Kongra Star sono fondamentali in questo ambito. Noi donne siamo il punto di forza della collettività”.

L’invasione della Turchia però rappresenta una seria minaccia per la riuscita della liberazione delle donne, uno dei capisaldi del pensiero di Ocalan e tassello fondamentale per la distruzione non solo del maschilismo ma anche del capitalismo. Per capire cosa significa l’occupazione turca per le donne del Rojava “basta vedere quanto successo ad Afrin”, cantone in cui si è avuto un vero e proprio cambio di popolazione in favore della componente araba e dove i diritti delle donne sono di nuovo stati cancellati con la forza. “I nemici dei nostri valori, della libertà, della democrazia e di un’alternativa al capitalismo moderno sanno perfettamente quanto importante sia la liberazione delle donne. Ecco perché siamo sempre le prime ad essere attaccate, nella maggior parte dei casi in maniera brutale e con grande intensità. Erdogan è certamente spaventato da ciò che la società del Rojava rappresenta e dalla lotta delle donne per la libertà, ma non è il solo: ultimamente tutti i più grandi poteri globali e le differenti emanazioni del fascismo hanno paura della liberazione delle donne”. Le curde del Rojava però non hanno intenzione di arrendersi. “Siamo tutte coinvolte nella stessa battaglia e combattiamo spalla a spalla”, ha sottolineato Berivan. “Un attacco alla rivoluzione qui in Rojava è un attacco contro tutte le donne”.

Intanto la situazione sul campo continua ad essere tesa. “La situazione qui è sempre molto mutevole. Ci sono molte variabili da tenere in considerazione e nessuno è in grado di fare delle previsioni accurate su quello che succederà però per noi non si è mai trattato di capire se la Turchia avrebbe attaccato o meno. Ankara ci ha già colpito in passato e ha occupato buona parte dei nostri territori, come dimostra il caso di Afrin”, cantone occupato militarmente e isolato dal resto della Siria da un muro costruito dall’esercito turco. “La Turchia continuerà sempre a minare la nostra rivoluzione e i suoi valori”, muovendosi anche al di fuori della Siria e ricorrendo a strategie diverse da quella meramente militare. Per esempio “colpendo i curdi in Bakur (Turchia del sud-est, ndr), facendo propaganda e diffondendo false informazioni contro di noi , finanziano i gruppi jihadisti e persuadendo l’Onu e gli Usa a lasciare entrare il proprio esercito in territorio siriano con la scusa di voler costruire un ‘corridoio di pace'”.

Quando chiedo a Berivan cosa ne pensa della decisione del presidente Trump di ritirare i soldati americani del Nord est della Siria la risposta è netta. “Il recente voltafaccia degli Stati Uniti ha fatto arrabbiare molti, ma nessuno è sorpreso. Abbiamo sempre saputo che Washington non era nostro amico”. La soluzione per la sopravvivenza del Rojava e della sua rivoluzione è un’altra. “Dobbiamo dar vita a un movimento di stampo internazionale che coinvolga tutti coloro che vogliono un mondo migliore, per questo posso dire che a prescindere da ciò che succederà ci organizzeremo per cambiare la realtà attuale in Siria e in tutto il mondo”.

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