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La scorsa settimana su due quotidiani italiani è stata pubblicata una petizione firmata da alcune centinaia di ebrei e intellettuali, concernente le azioni di Israele e degli Stati Uniti nella striscia di Gaza: gli autori si sono detti “costretti” ad agire in questo modo per via del silenzio delle istituzioni ebraiche sul cosiddetto piano Trump che, come noto, prevederebbe l’espulsione dei palestinesi e la creazione della cosiddetta Riviera del Medio Oriente. Mentre allo stesso tempo proseguono le violenze e le intimidazioni in Cisgiordania. La petizione, in estrema sintesi, parla di quella che i promotori definiscono una pulizia etnica in corso, chiedendo che “l’Italia non sia complice” delle azioni di Benjamin Netanyahu.

Non è la prima iniziativa del genere a livello internazionale: negli Stati Uniti e in Australia erano già comparse analoghe inserzioni a pagamento, cui fa seguito quella di Jewish Anti-Racist Laboratory, composto principalmente da giovani attivisti e Mai Indifferenti, cui aderiscono soprattutto ebrei anziani.

L’iniziativa non ha mancato di suscitare malumori e reazioni all’interno della comunità ebraica italiana. Tra gli altri, quella dell’ex presidente della comunità di Roma, Riccardo Pacifici, che l’ha qualificata con toni molto forti, che non riproporremo in questa sede.

Luciano Belli Paci, avvocato e sostenitore dello Stato ebraico, pur esprimendo il proprio dissenso sull’iniziativa, ha voluto ribadire la sua contrarietà al piano Trump per Gaza e alla violenza dei coloni in Cisgiordania, evocando il pericolo che si crei l’idea di una sorta di responsabilità collettiva per le azioni di Israele a Gaza, che non può essere accettata.

Giù le mani da Liliana Segre

Teniamo a precisare che condanniamo senza riserva le parole e le invettive, purtroppo riprese da diversi social media, contro la madre del legale, la senatrice a vita, e sopravvissuta all’Olocausto, Liliana Segre. Per quanto non fosse certamente nelle intenzioni dei promotori dell’iniziativa fomentare odio o discriminazioni, si tratta di eventi che suscitano non poche perplessità e preoccupazioni.

Non occorre mai dimenticare che fu proprio in occasione del processo di Norimberga contro i leader nazisti che, fin dalle prime fasi, venne chiarito che l’obiettivo del giudizio non era quello di scagliarsi contro l’intero popolo tedesco, ma perseguire i responsabili: un principio giusto, che dovrebbe valere sempre e comunque, senza per questo impedire a nessuno di manifestare il proprio legittimo dissenso.

Per parte sua Daniel Levi, portavoce del Jewish Anti-Racist Laboratory, ha voluto precisare che scopo dell’iniziativa non era affatto quello di suddividere gli ebrei in “buoni e cattivi”, quanto sottolineare l’esistenza di posizioni differenti. Sia ben chiaro che, per lo stesso principio, risulta inaccettabile che tutti i palestinesi possano essere messi all’indice come terroristi.

La lezione di “No other land”

Sabetay Fresko, esponente dell’altro gruppo promotore Mai Indifferenti, ha chiarito che l’obiettivo era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica circa una “situazione sempre più pericolosa, sia in Medio Oriente che in altre parti del mondo, dove le posizioni di estrema destra si stanno rafforzando”, oltre che contrastare quello che chiama “il silenzio delle istituzioni ebraiche ufficiali”. Fresko ha ribadito la volontà di combattere il fenomeno dell’antisemitismo, purtroppo in crescita nelle società occidentali.

Angelica Calò, attivista pacifista italo-israeliana del Kibbutz Sasa vicino al confine con il Libano, ha criticato la mancata menzione nella petizione dei fatti del 7 ottobre, oltretutto per averla resa pubblica proprio il giorno del funerale di Shiri Bibas, rapita assieme e ai suoi figli Ariel e Kfir, uccisi nella striscia.

In ultima analisi, ogni iniziativa che riguarda il contesto del Medio Oriente continua a suscitare divisioni e fratture, persino all’interno della comunità ebraica. In questo senso, abbiamo apprezzato molto di più il discorso, pronunciato in occasione della cerimonia per lo strameritato premio Oscar, dagli autori e registi del documentario No Other Land: unità contro ogni discriminazione, e soprattutto contro ogni violenza, a prescindere dal credo religioso e dal ceppo etnico di appartenenza.

Come disse Papa Francesco nel 2014, in occasione di un’altra cerimonia, quella in Vaticano per la firma della Dichiarazione congiunta dei leader religiosi contro la schiavitù: “Ogni persona e tutte le persone sono uguali e si deve riconoscere loro la stessa libertà e la stessa dignità. Qualsiasi relazione discriminante che non rispetta la convinzione fondamentale che l’altro è come me stesso costituisce un delitto, e tante volte un delitto aberrante.”

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