Questa settimana Erdogan ha di nuovo bombardato le postazioni dei curdi, sia in Siria che in Iraq. Operazioni che fanno parte di un progetto (Tigris Shield) annunciato dal leader turco e di cui avevamo parlato su Gli occhi della guerra . I bombardamenti hanno causato la morte di 5 peshmerga e di una ventina di combattenti dello Ypg e ora i curdi premono affinché gli Stati Uniti, di fatto loro alleati, condannino gli strikes dell’aviazione turca. I bombardamenti sono avvenuti in questi giorni perché nelle ultime settimane i curdi stanno portando a termine la liberazione di Raqqa, altro avamposto di cui vorrebbero appropriarsi una volta sconfitte le milizie dello Stato Islamico. Erdogan, nel frattempo, continua a cercare di impedire un ulteriore aumento dei domini territoriali dei curdi.I curdi, come viene raccontato su Al-Monitor , ora chiedono che gli Stati Uniti dichiarino una no-fly zone sulle zone dove stanno operando le loro milizie. La minoranza ha guadagnato grandi porzioni di territorio sia in Siria che in Iraq e lì, una volta sconfitti i miliziani di al-Baghdadi, si è insediata consolidando la sua autorità. Erdogan teme di ritrovarsi con due stati curdi ai confini della Turchia e ora è impegnato sia sul fronte siriano, dove cercare di fermare l’operazione dei curdi per liberare Raqqa dallo Stato Islamico, sia in Iraq, dove ha bombardato le postazioni del Pkk e dei peshmerga. Washington era consapevole dei bombardamenti che l’aviazione turca avrebbe portato a termine: la Turchia ha coordinato il bombardamento con il Centro Operazioni Aeree Combinate del Qatar (CAOC) che, oltre a controllare e comandare la campagna aerea da seguire in Siria e in Iraq, è in stretto contatto con gli Stati Uniti. Senza contare che prima di colpire le postazioni curde Ankara ha senza dubbio avvertito le forze americane, recentemente sempre più presenti sul suolo iracheno, perché nonostante l’apparente sprovvedutezza un leader del suo calibro non correrebbe il rischio di causare qualche vittima americana.Le milizie curde sono tornati ad accusare i turchi di aiutare i miliziani di al-Baghdadi, bombardando peshmerga e combattenti Ypg alle spalle mentre combattono i terroristi di Daesh. Gli Stati Uniti sono alleati dei curdi, ma Trump recentemente si è perfino spinto a chiamare Erdogan per congratularsi del successo del referendum che ha concentrato tutti i poteri sulla sua persona. Inoltre, il 16 maggio, sarà Erdogan a recarsi alla Casa Bianca per incontrare il presidente americano. Segnale di come Trump tenga all’alleanza con la Turchia.La Regione Autonoma curda dell’Iraq ha sempre cercato di mantenere una relazione stabile con Ankara, senza compromettere i rapporti con Erdogan ma anzi stringendoli progressivamente. Anche nel rapporto in questione, il petrolio – presente in grandi quantità nell’Iraq settentrionale – è stato il motivo principale di questo improbabile, reciproco, avvicinamento. Ma Erdogan accusa il Pkk di essersi insediato nelle montagne della regione curda e di avervi installato una decina di basi, inoltre non ha intenzione di lasciare che i curdi-siriani conquistino anche Raqqa consolidando così definitivamente la loro presenza e autorità nel Rojava. Gli Stati Uniti allora cosa faranno? Decideranno di condannare i bombardamenti dell’aviazione turca di questa settimana, magari dichiarando una no-fly zone – come richiesto dai curdi – per lasciare che i combattenti curdi completino la “pulizia” dell’Isis da Siria e Iraq, oppure preferiranno consolidare – fino in fondo – il loro rapporto con una Turchia sempre più rilevante nel panorama mediorientale (e non solo), chiudendo un occhio sulle operazioni militari turche?