La Nigeria vive un paradosso: è un Paese giovanissimo, ma spesso ostile verso i più piccoli.Un nigeriano su due (dati Unicef del 2025) ha meno di 18 anni, per un totale di 98 milioni di bambini e adolescenti. Tuttavia, uno su nove muore prima di aver compiuto cinque anni. Un abisso, se paragonato all’Europa, dove la stessa tragedia colpisce appena un bambino ogni 333.
Nelle aree rurali più isolate inoltre, la povertà e l’assenza di cure mediche si intrecciano a superstizioni ancestrali. Gemelli, albini, disabili ed orfani di madre non arrivano nemmeno al mese di vita. Si dice che siano presagi di sventura, “nati per morire”. E per questo, vengono uccisi.
C’è chi salva i bambini condannati a morte
In questo scenario opera la Vine Heritage Home Foundation. Fondata nel 2004 ad Abuja dai coniugi Olusola e Chinwe Stevens, l’organizzazione che opera nel Territorio della Capitale Federale della Nigeria ha la missione di “salvare i bambini in pericolo, crescerli e riunirli alle famiglie originarie quando è sicuro riportarli nelle loro comunità”, spiega a InsideOver il pastore Stevens Olusola.
Tutto ebbe inizio nel 1996, quando gli Stevens scoprirono la pratica dell’infanticidio grazie “a una donna che implorava di salvare il proprio figlio”. All’epoca, la fondazione era solo un “modesto appartamento di due stanze dove accoglievamo i piccoli”. Oggi, la struttura ospita 225 bambini; il più piccolo “ha tre settimane, mentre la più grande frequenta l’università”. Nel corso degli anni la fondazione ha salvato 300 bambini dall’infanticidio.
Scarse cure mediche e superstizioni: l’infanticidio in Nigeria
La storia dell’infanticidio in Nigeria ha radici profonde. Secondo Stevens viene praticato da “oltre un secolo. Dal nord-est, al centro-nord, fino alla fascia centrale e ad alcuni villaggi nella parte meridionale del Paese”.
Avverrebbe spesso attraverso soffocamento, annegamento, esposizione, strangolamento e sepoltura in vita. Anche se, secondo un articolo dell’ICIR, i decessi vengono spesso archiviati come “circostanze misteriose”.
Nella parte centro-settentrionale della Nigeria, secondo Stevens, la pratica era avvolta nel segreto: “Noi l’abbiamo portata alla luce e ciò ha spinto il ministro della capitale federale a istituire una commissione d’inchiesta. Il rapporto dell’ufficio del ministro ha confermato la nostra storia: venivano uccisi gemelli, trigemini, bambini che hanno perso le madri durante il parto, albini, bambini nati con difetti alla nascita e infine bambini a cui cresce prima il dente superiore”.
Nonostante sia illegale, la pratica spesso resiste grazie al silenzio e al suo radicamento, alimentato dagli anziani dei villaggi. Un sondaggio di ActionAid (2019) ha rivelato che, in alcuni villaggi intorno ad Abuja, quasi due uomini su dieci sostengono apertamente queste tradizioni. “In alcuni luoghi il cristianesimo e l’Islam stanno frenando il fenomeno, ma le tradizioni hanno radici profonde”.
“Sette neonati su dieci hanno perso la mamma”
Oltre alle superstizioni, uno dei principali fattori che alimentano l’infanticidio è l’elevato tasso di mortalità materna nelle comunità rurali. La Nigeria è oggi uno dei Paesi più pericolosi al mondo per partorire: una donna su 100 muore durante o subito dopo il parto. Nei villaggi la situazione è emergenziale. Spesso molto distanti dalle strutture ospedaliere, le zone rurali fanno affidamento su ostetriche locali e molti parti hanno complicazioni che portano alla morte delle donne. Inoltre, le credenze e le pratiche radicate nella tradizione (trattamenti erboristici o allattamento non praticato per motivi religiosi) aumenterebbero i decessi. “Il 70% dei bambini curati dalla nostra fondazione è stato salvato in seguito alla morte della madre”, racconta Stevens.
Per contrastare questa emergenza, il Governo Federale ha avviato “Il Health Sector Investment Renewal Plan, volto a potenziare i servizi sanitari di base. L’infanticidio è considerato la forma più estrema dell’incapacità di investire nella salute nella prima infanzia”, spiega Stevens.
Come gli Stevens salvano i bambini
Il processo di contrasto dell’infanticidio, secondo Olusola Stevens è stato avviato con l’arrivo dei missionari, in particolare“la missionaria scozzese Mary Slessor ha portato alla luce la piaga dell’infanticidio nella zona sud-orientale della Nigeria; anche nelle colline di Koma, nel nord-est del Paese, questa pratica era diffusa finché i missionari non l’hanno affrontata”.
Inizialmente i coniugi Stevens facevano visita alle comunità, implorando le famiglie di consegnare loro i bambini “maledetti”, piuttosto che ucciderli. Successivamente i due hanno creato una rete di informatori tra i missionari locali. Quando ricevono una segnalazione, entrano in azione per prelevare il bambino, spesso affrontando strade rurali quasi impraticabili. Nonostante non manchino le resistenze, l’intervento della fondazione è sempre pacifico: “Non accusiamo nessuno, manteniamo un approccio amichevole come missionari di pace”. Oggi sempre più comunità stanno diventando consapevoli del lavoro degli Stevens e portano direttamente i neonati, prima che le loro condizioni possano aggravarsi ulteriormente.
Quando un bambino arriva alla fondazione, la prima assistenza che riceve è quella sanitaria. “La maggior parte dei nostri bambini arriva che è neonato, in una situazione molto delicata”. Infatti molti possono essere indeboliti a seguito di avvelenamento o grave malnutrizione. “Dopo il primo check-up medico, il bambino inizia il ciclo di vaccinazioni in una struttura governativa, mentre i casi più critici vengono trasferiti in reparti specializzati di terapia intensiva neonatale”.
Come si vive all’interno del rifugio
La giornata inizia alle cinque del mattino con “la devozione familiare, un momento di preghiera comune a cui tutti sono tenuti a partecipare, fatta eccezione per i neonati”. Poi ognuno fa il bagno, fa colazione e si prepara per andare a scuola. La fondazione fornisce istruzione a tutti i bambini a partire dai tre anni. “Abbiamo la scuola primaria, secondaria e l’università”, spiega Stevens. Tutti i bambini tornano alla struttura dopo l’orario scolastico dove “consumano il pasto del primo pomeriggio e fanno i compiti”. La giornata si conclude con la cena e la preghiera notturna.
Tutti i bambini partecipano ad attività sportive ed extra-curriculari: “Abbiamo una squadra di calcio per gli adolescenti, un gruppo di canto che riceve inviti per esibizioni esterne” ed è concesso ai ragazzi “frequentare scuole pubbliche o private con altri bambini così da stimolare il loro impegno sociale. Possono mescolarsi con la società all’esterno per evitare la stigmatizzazione”. La fondazione fornisce anche supporto psicologico. “Tutte le nostre assistenti sono esperte, fungono da madri surrogate ai bambini quando arrivano al nostro rifugio, fornendo costantemente il supporto finché i bambini non raggiungono l’adolescenza”.
Il ritorno ai villaggi
Di solito, gli Stevens aspettano che i bambini abbiano almeno dieci anni prima di raccontare loro come sono arrivati alla casa. Qui rimangono finché non finiscono la loro istruzione universitaria ma, ogni tanto, capita che alcuni si riuniscano in anticipo alle famiglie originarie. Il ricongiungimento non avviene se “la comunità d’origine è ancora ostile”.
Infatti, non sempre le persone dei villaggi accettano i bambini una volta cresciuti, perché continuano a pensare che siano di cattivo presagio. È capitato che alcuni bambini ricongiunti venissero ricondotti nuovamente alla Vine Heritage Foundation che, prima di acconsentire al ricongiungimento, cerca in tutti i modi di verificare che, oltre al ragazzo, tutto il villaggio sia concorde al reinserimento.
Per chi torna a vivere in comunità, è spesso complesso adattarsi alla vita rurale, molto distante da quella che la fondazione cerca di fornire ogni giorno. Mentre nelle città si corre verso il futuro, i villaggi isolati sembrano rimasti prigionieri di un altro secolo. I bambini della Vine Heritage sono abituati all’acqua corrente, all’elettricità e ai pasti regolari, condizioni spesso assenti o precarie nei villaggi. Per i bambini della fondazione abituati a questi standard, tornare nei villaggi d’origine significa spesso affrontare un vero e proprio “shock culturale” e materiale.
La svolta istituzionale e la fine del negazionismo
Nel 2013, quando decisero di parlare pubblicamente di infanticidio, il governo del Territorio della Capitale Federale accusò gli Stevens di diffondere falsità e danneggiare l’immagine della Nigeria, solo per attirare l’attenzione e raccogliere donazioni. Ma lo scetticismo è svanito dopo le prove fornite. L’esposizione mediatica sul lavoro della fondazione “ha favorito l’indagine governativa sulle pratiche culturali che mettono in pericolo la vita dei bambini nelle comunità rurali”, spiega Stevens.
Il governo ha così incaricato la coppia di condurre campagne di sensibilizzazione nelle comunità colpite e da allora “ha fatto grandi passi avanti: se inizialmente si limitava a indagare sulla nostra storia, oggi ci sostiene attraverso diverse agenzie e organi parastatali, che ci fanno visita soprattutto durante i periodi festivi per offrire il loro contributo. Anche la First Lady della Repubblica Federale della Nigeria, la moglie del Presidente Bola Tinubu, ha inviato personalmente il proprio sostegno per il benessere dei bambini”.
Secondo quanto racconta Stevens, nel 2014 “è stato avviato un programma di sensibilizzazione in dieci comunità, in collaborazione con il Centre for Democracy e con il patrocinio di Amnesty International Nigeria”. L’esito positivo del progetto ha spinto “sette di queste comunità a sottoscrivere una dichiarazione ufficiale per porre fine all’uccisione dei neonati”.
Nel 2018 è stato lanciato un nuovo progetto, denominato MATAI, in collaborazione con ActionAid Nigeria: “L’iniziativa coinvolge 55 comunità distribuite in cinque distretti del Territorio della Capitale Federale. Dopo tre anni di costante impegno con le comunità rurali, i risultati sono stati straordinari: molte famiglie hanno iniziato a farci visita, chiedendo la possibilità di riportare i figli nei villaggi. L’idea è che questi ragazzi possano diventare un punto di riferimento e un esempio vivente per tutti coloro che, in futuro, si troveranno ad affrontare la nascita di bambini con storie simili”.
Di recente, la fondazione è riuscita a “raggiungere un’altra tribù nella regione del Centro-Nord dove questa pratica era ancora in uso, facilitando il trasferimento dei bambini dalla loro comunità verso luoghi sicuri all’interno dello Stato”.
Come sostenere la fondazione
Qualche anno fa la Vine Heritage si è trasferita da una struttura più piccola a una più grande a Gwagwalada, costruita con finanziamenti dell’UE in collaborazione con l’organizzazione benefica ActionAid. “Abbiamo cuochi, un elettricista, un infermiere e autisti che lavorano tutto il giorno fornendo servizi per la casa”, racconta Stevens. La casa, secondo un articolo del The Guardian, conta 18 dipendenti dedicati che lavorano a turni per fornire assistenza 24 ore su 24 ai neonati e ai bambini piccoli.
Crescere questi bambini però non è semplice: “Abbiamo bisogno di molti soldi per mantenere la struttura operativa su base giornaliera. Parliamo di oltre 800 euro a settimana per il vitto, oltre 300 euro al mese per le spese mediche, in assenza di bambini ricoverati; di oltre 3200 euro di spese scolastiche per trimestre; di oltre 300 euro per i costi di mobilità per ogni mese e di circa 90 euro per i costi mensili dell’energia.Vestiti e altri articoli vengono acquistati man mano che sorge la necessità”.
Stevens si dice certo che “molto presto l’infanticidio sarà solo un ricordo del passato e verrà definitivamente cancellato dalla storia della Nigeria”. Ciò è possibile solamente “attuando e integrando il Child’s Right Act in tutti i 36 Stati della Nigeria. Si tratta di una legge del 2003 che disciplina in modo completo le questioni relative all’infanzia e alla vulnerabilità nel Paese”, ma anche attraverso “una maggiore sensibilizzazione sui diritti dei minori attraverso la National Orientation Agency, ente sotto il Ministero dell’Informazione” e soprattutto con una “maggiore attenzione da parte del Ministero Federale della Salute ai servizi sanitari di base nelle comunità rurali: assistenza prenatale e postnatale per le donne delle campagne, per ridurre drasticamente l’alto tasso di mortalità materna tra la popolazione rurale”.