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Per Rafah ci sarebbe già una data e l’esercito oramai sarebbe pronto a entrare: questa almeno la posizione espressa dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, il quale in un discorso ha sottolineato come il suo governo sia orientato ad avviare l’operazione nella città che segna il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. Ma da Washington sono arrivate non poche frenate: alcuni funzionari hanno infatti affermato di non essere a conoscenza di una data fissata dalle forze israeliane per l’ingresso a Rafah, circostanza peraltro ribadita sui network Usa dallo stesso segretario di Stato, Antony Blinken.

Qual è dunque la verità? Sul Jerusalem Post alcuni analisti hanno provato a dare una spiegazione sull’ambiguità della posizione di Netanyahu partendo dalle preoccupazioni di rango politico da parte dello stesso premier israeliano. “Bibi” deve guardarsi su più fronti: a livello internazionale, il suo cruccio riguarda lo spettro dello stop alla normalizzazione dei rapporti con i Paesi arabi, Emirati e Arabia Saudita in testa; a livello interno invece, la sua preoccupazione è legata all’aut aut di Ben Gvir, leader dell’ultradestra religiosa, secondo cui senza un’operazione a Gaza l’attuale governo è destinato a cadere.

Le pressioni internazionali su Netanyahu

Il presidente Usa Joe Biden ha più volte rimarcato la sua assoluta contrarietà a ogni operazione su Rafah. Qui sono attualmente ospitati i rifugiati provenienti dalle altre aree della Striscia di Gaza coinvolte nel conflitto: si calcola, in particolare, che più di un milione di persone sono assiepate nei campi allestiti nella periferia della cittadina, un’operazione militare rischierebbe di far precipitare definitivamente la situazione a livello umanitario. Anche perché, come più volte sottolineato, al di là di Rafah c’è l’Egitto: è impossibile per i palestinesi qui presenti andare oltre e trovare altre aree di protezione.

Si basa principalmente su questo l’obiezione della Casa Bianca all’avvio immediato di un’operazione nel sud della Striscia. I funzionari dell’amministrazione Biden, prima di dare eventualmente sostegno all’alleato israeliano per l’inizio delle ostilità, vorrebbero trovare soluzioni alternative volte a evitare ulteriori problemi per la popolazione: “Gli incontri per discutere delle operazioni a Rafah – ha dichiarato ai media Usa il segretario di Stato Blinken – inizieranno la prossima settimana”. Un modo per ribadire che ancora, a dispetto di quanto dichiarato da Netanyahu, una data per l’avvio delle azioni di terra nel sud della Striscia non è stata fissata da nessuno. Tanto meno dal gabinetto di guerra israeliano.

Ed è difficile pensare che quanto dichiarato da Blinken non corrisponda a verità. Al contrario, come sottolineato sul Jerusalem Post, è molto probabile in effetti che lo stesso premier israeliano non abbia ancora pianificato nulla in termini concreti. A dimostrarlo è anche il parziale ritiro dal sud della Striscia di Gaza dell’esercito israeliano, annunciato nella tarda serata di domenica. Secondo gli analisti israeliani, Netanyahu avrebbe cambiato approccio: non più una strategia volta a tirare dritto su Rafah, ma consultazioni e negoziazioni con gli Usa sia per timore di perdere il sostegno della Casa Bianca e sia per il rischio di vanificare i percorsi di normalizzazione con alcuni Paesi arabi.

Nei report pubblicati nelle scorse ore sui quotidiani israeliani, è stata fatto esplicito riferimento soprattutto ad Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Con il primo, Israele ha ufficialmente normalizzato i rapporti nel 2020, nell’ambito degli accordi di Abramo. Con il secondo invece, lo Stato ebraico sta procedendo a un lungo e importante iter per arrivare a stringere quanto prima un’intesa politica ed economica. Netanyahu non vorrebbe rinunciare alla via degli accordi con i Paesi arabi del Golfo, Biden nelle ultime conversazioni avrebbe fatto rifermento proprio all’impossibilità dei governi di Abu Dhabi e Riad di dialogare con Israele in caso di attacco su Rafah. Da qui un cambiamento della posizione del premier e una più attenta valutazione sul proseguo del conflitto.

Il monito di Ben Gvir

E allora, tornando alla domanda cardine, come mai Netanyahu ha annunciato che esiste già una data per l’inizio delle operazioni a Rafah? Il motivo è probabilmente da ricercare nella sua necessità di placare le ire dell’area più estremista della coalizione. Itamar Ben Gvir, leader di Sionismo Religioso e ministro della sicurezza pubblica, ha dichiarato lunedì che senza operazioni nel sud della Striscia “è molto difficile vedere Netanyahu ancora in sella come primo ministro”. Una minaccia esplicita e che non lascia spazio a fraintendimenti: in caso di cessate il fuoco, di accordi o di semplice rinvio delle azioni a Rafah, il suo partito toglierà l’appoggio e farà cadere il governo.

Nel video pubblicato nelle scorse ore, probabilmente il premier israeliano ha voluto smorzare i toni e tranquillizzare Ben Gvir: esiste una data ed esiste un piano per avviare l’offensiva sull’ultimo bastione di Hamas. E probabilmente il messaggio di Bibi è stato lanciato anche nei confronti dello stesso movimento islamista: nonostante le consultazioni e i dialoghi avviati con gli Usa e altri attori internazionali, il governo israeliano è ancora intenzionato a colpire la roccaforte del gruppo palestinese che ha attaccato lo Stato ebraico il 7 ottobre scorso.

Non si spegne la tensione al confine con il Libano

Nel frattempo, anche il fronte nord continua a essere contrassegnato dalla tensione. Le esercitazioni avviate dall’esercito israeliano lunedì sarebbero già terminate, almeno stando ai resoconti dei vertici dell’Idf. Questo però non smorza le preoccupazioni: le forze israeliane sarebbero adesso pronte ad affrontare operazioni di vasta scala contro Hezbollah, il movimento sciita stanziato nelle regioni meridionali del Libano.

Proprio ieri il sindaco di Haifa, Yona Yahav, ha invitato i cittadini a fare scorte di viveri e cibo bastevoli per almeno due settimane nel caso di una guerra su vasta scala con Hezbollah. Media arabi, hanno anche parlato di un possibile attacco notturno con due droni proprio contro il porto di Haifa. Il raid sarebbe stato organizzato dal gruppo delle Resistenza Islamica dell’Iraq, ma non ci sono state conferme di allarmi nel porto della terza città israeliana sui media dello Stato ebraico. Forse solo propaganda, ma tanto basta per sottolineare ancora una volta come il fronte nord potrebbe diventare, nel giro di poco tempo, quello principale.

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