Guai a vendere l’anima al diavolo, è l’eterna lezione del “Faust”. Benjamin Netanyahu lo ha compreso oggi quando ha deciso di compiere il passo atteso da tempo per riaprire le trattative per la pace a Gaza: una scusa ufficiale al primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, leader di un Paese che non riconosce ufficialmente Tel Aviv ma con cui i rapporti bilaterali sono stati continui, complice la mediazione con Hamas, fino al raid contro i negoziatori del gruppo islamista che controlla Gaza che ha colpito la capitale qatariota Doha il 9 settembre scorso.
In una chiamata a tre con Donald Trump, Netanyahu ha porto le scuse ufficiali dello Stato Ebraico, prerequisito fondamentale perché una trattativa possa tornare a esistere. E qui viene la dinamica faustiana: Netanyahu ha rivendicato l’attacco, ha detto apertamente che l’ha ordinato in prima persona, è arrivato a spaccare i suoi stessi servizi segreti in due cordate, ha messo in campo tutto il suo capitale politico per spingere sulla soluzione unilaterale e, soprattutto, ha fatto di tutto per nutrire l’ultranazionalismo dei dioscuri di estrema destra, Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, che sostengono il governo del suo Likud.
Vender l’animo di Israele al nazionalismo più parossistico, xenofobo e massimalista ha le sue conseguenze: e oggi Netanyahu si è trovato accusato duramente per la mossa compiuta alla vigilia della visita alla Casa Bianca.
“Le umiliate scuse di Netanyahu a uno Stato che sostiene e finanzia il terrorismo sono una vergogna”, ha detto il ministro delle Finanze Smotrich. Il politico di Sionismo Religioso ha paragonato la mossa di Netanyahu agli Accordi di Monaco con cui la Gran Bretagna e la Francia cercarono l’appeasement con la Germania nazista nel 1938. Senza senso del ridicolo, Smotrich è arrivato a scomodare anche Winston Churchill, dicendo che Netanyahu, novello Neville Chamberlain, e i suoi “hanno dovuto scegliere tra la guerra e la vergogna. Hanno scelto la vergogna. Avranno anche la guerra”. Come se Bibi di guerre non ne avesse già lanciate abbastanza, dall’ottobre 2023 a oggi..
Per Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale e leader di Potere Ebraico, Doha è un “nemico”. “È ora di dire al mondo la verità: il Qatar è uno Stato che sostiene il terrorismo, lo finanzia e lo istiga”, ha scritto il tribuno ultranazionalista su X, aggiungendo che “nessun denaro potrà mai liberare le loro mani dal terrorismo”. Ma è stata proprio l’estrema destra israeliana a accettare che il denaro del Qatar alimentasse Hamas e non è solo di Netanyahu la responsabilità di un atto pensato inizialmente per spaccare il campo palestinese.
Su pressione di Trump, Netanyahu ha compiuto un gesto a dir poco umiliante per la sua immagine di leader belligerante e desideroso di risolvere con la forza le questioni, arrivando a fornire scuse a uno Stato fondamentale per gli equilibri del Medio Oriente. Ma le stesse forze che egli stesso ha liberato, formando nel 2022 un governo etno-nazionalista per ottenere l’agognata riforma della giustizia e la difesa dai processi, oggi lo impantanano. E lo pongono di fronte all’annoso dilemma di dover scegliere tra la guerra senza limiti e la fine della sua carriera politica tra processi e inchieste. Tutto questo all’ombra di una guerra regionale presentata come operazione palingenetica. Questo è il grande dramma di Israele: veder la sommatoria tra i destini del Paese, quelli della regione, quelli del governo e quelli personali del primo ministro alimenta la guerra come fine, non come mezzo.

