L’amministrazione Biden ha sospeso l’invio di armi verso Israele. Quel che in precedenza era trapelato come indiscrezione, ieri sera è stato dichiarato in modo quasi ufficiale.
Anche se a breve non avrà conseguenze gravi per la macchina bellica israeliana, è un segnale forte, notificato dopo la decisione di Tel Aviv di inviare carri armati a Rafah per prendere il controllo del valico che collega l’ultimo ridotta di Gaza al mondo, chiudendolo (di ieri la chiusura anche della frontiera di Kerem Shalom, che collega la Striscia a Israele, riaperta oggi agli aiuti umanitari sotto la stretta vigilanza dell’IDF – Israel defence forces).
Non una vera e propria invasione, quella israeliana, spiega Anshel Pfeffer su Haaretz (anche perché l’IDF non è ancora pronto), ma una mossa decisa da Netanyahu per prendere tempo dopo che Hamas aveva accettato la proposta di tregua elaborata da Washington e il Cairo, la cosiddetta formula egiziana.
La campagna militare vera e propria resta ancora in sospeso, non volendo Netanyahu rompere di netto con gli Stati Uniti, che hanno più volte ribadito la loro avversione a tale sviluppo.
D’altra parte, però, il premier israeliano in tal modo ha dimostrato ai suoi sostenitori interni la sua determinazione a mantenere le promesse di agire contro l’ultima roccaforte di Hamas. Nella speranza di riuscire a spuntare successivamente da Washington un placet all’invasione o almeno un compromesso a lui favorevole.
Far saltare la tregua
Pfeffer non lo esplicita, ma è alquanto ovvio che la mossa dei carri armati serve anche, e soprattutto, a far saltare i negoziati, avendo Hamas dichiarato più volte che un attacco a Rafah avrebbe avuto tale conseguenza. Lo dice la tempistica della mossa, giunta subito dopo l’annuncio di Hamas, che aveva fatto dilagare nel mondo, compresa tanta parte di Israele, la speranza di endgame.
Ma lo dice anche il pregresso, come spiegava, sempre su Haaretz, Yossi Verter, dal momento che Netanyahu ha fatto di tutto, attraverso dichiarazioni pubbliche e manovre segrete, per far saltare i negoziati, soprattutto negli ultimi giorni nei quali le trattative si stavano finalizzando.
Così l’arrivo dell’IDF al valico di Rafah sembra nascere più dall’isterismo che da una decisione lucida, avendo difficoltà il premier a rigettare la proposta di tregua accettata da Hamas. Ciò anche perché la formula egiziana aveva in precedenza avuto il placet di Israele e la variante accolta da Hamas, elaborata in accordo col Cairo e Washington, presenta modifiche minimali rispetto alla precedente.
La mossa di Hamas, ha “sorpreso” il governo israeliano, che ha reagito, appunto, in maniera isterica, sia rigettando la variante egiziana prima ancora che gli fosse notificata, sia con l’iniziativa di Rafah. Un’isteria dettata anche dall’impegno dispiegato dagli Usa per arrivare al risultato, nonostante le resistenze israeliane.
D’altronde, l’amministrazione Usa e lo stesso Biden hanno chiarito a più riprese che l’attacco a Rafah, come delineato da Israele, è una linea rossa da non superare. Uno strappo in tal senso sarebbe un vulnus per l’autorevolezza dell’imperatore, una sfida inaccettabile.
Così Netanyahu ha deciso di prendere tempo, come annota Pfeffer, mostrando la sua determinazione con la mossa di Rafah e, allo stesso tempo, inviando una delegazione al Cairo per proseguire le trattative.
Il dilemma di Netanyahu
Su quest’ultimo punto appare illuminante quanto scrive Pfeffer: “Il gabinetto di guerra ha volutamente inviato al Cairo una delegazione di basso profilo e non la squadra negoziale”, cioè gli alti funzionari dello Shin Bet e del Mossad.
“La posizione di Netanyahu resta che nella risposta di Hamas alla proposta egiziana ci sono richieste che Israele non può accogliere. Dietro le quinte ha informato i media israeliani che gli americani lo hanno ‘ingannato’, promettendo ad Hamas che la guerra sarebbe finita dopo il cessate il fuoco”.
“In queste circostanze, il compito della delegazione israeliana è quello di trovare quante più falle possibili nella risposta di Hamas, così da consegnare a Netanyahu una scusa per non accettare l’accordo. Gli americani e gli egiziani sono determinati a negare a Netanyahu questa scusa”.
Così il dilemma di Netanyahu: se le trattative salteranno, ordinerà l’attacco, ma ciò portarà a una rottura più o meno drastica con gli Usa; se, invece, al Cairo si riuscirà a trovare una quadra, annota Pfeffer, “Netanyahu dovrà cercare di vendere l’accordo ai suoi partner di estrema destra e alla sua base. Un compito quasi impossibile”.
“[…] Questo è il dilemma che Netanyahu ha cercato di rimandare – conclude Pfeffer – scegliere tra Biden e Ben-Gvir [leader di uno dei partiti ultraortodossi al governo ndr]. Farà qualsiasi cosa per evitare di dover prendere una decisione in proposito. Ecco perché c’è da aspettarsi che i colloqui del Cairo proseguano il più a lungo possibile, mentre Netanyahu cerca di rimandare l’inevitabile”.
Fin qui l’analisi di Pfeffer, alla quale, per dovere di cronaca (nera), occorre aggiungere che l’invio dei carri armati al valico di Rafah è stato accompagnato da un’intensificazione dei bombardamenti sulla parte orientale della città. Ancora non siamo al bombardamento a tappeto, ma anche le bombe più o meno mirate mietono vittime, e tante. Intanto, migliaia di palestinesi stanno scappando come possono da Rafah. Altro esodo, altra disumana sofferenza (al Jazeera).

