C’è un punto in cui la geopolitica diventa cinismo, e la diplomazia si trasforma in un’arma al servizio della sopravvivenza personale. Benjamin Netanyahu ha superato da tempo questa soglia. Il conflitto in corso a Gaza non è più soltanto una guerra contro Hamas: è diventato il prolungamento della sua agenda personale, il bastone con cui tenere in scacco una società divisa, un Parlamento ostile, una Giustizia che non smette di indagare. E intanto, a pagare sono i civili. Sempre e soltanto loro.
Una guerra utile, un massacro calcolato
In una recente dichiarazione video pubblicata sul suo canale Telegram, Netanyahu si è mostrato sicuro e risoluto: “I combattimenti sono intensi e stiamo avanzando. Controlleremo tutta la Striscia”. Parole che suonano come un annuncio di conquista coloniale più che una strategia antiterrorismo. Parole scollegate da qualsiasi considerazione umanitaria, pronunciate mentre a Gaza si contano 22 morti in un solo giorno e l’aiuto umanitario arriva con il contagocce, in un contesto che somiglia sempre più a un accerchiamento da assedio medievale.
Questa guerra, iniziata nell’ottobre 2023 dopo l’attacco di Hamas nel Sud di Israele, non è più una reazione militare. È diventata una necessità politica. Netanyahu ha bisogno del conflitto. Gli serve per oscurare le sue inchieste giudiziarie, per stringere le fila della destra radicale, per ritardare l’implosione del suo Governo. E in questo gioco disperato, i morti di Gaza non sono un incidente, ma il prezzo calcolato dell’autoconservazione.
Il doppio gioco israeliano
Il Governo israeliano si muove secondo una logica cinica: intensificare le operazioni militari sul campo mentre apre canali negoziali con Hamas in Qatar ed Egitto. Bombardare da un lato e parlare dall’altro. Un doppio gioco ben noto nei conflitti asimmetrici, ma qui spinto all’estremo. Lo dimostra il fatto che Tel Aviv abbia annunciato la ripresa “limitata” dell’assistenza umanitaria proprio poche ore dopo l’avvio di una nuova offensiva di terra.
Netanyahu non teme il disastro umanitario. Teme la sua rappresentazione mediatica. Non ha bloccato la fame a Gaza per pietà, ma per evitare immagini troppo crude da mostrare ai suoi alleati occidentali. Lo ha detto chiaramente: “Evitiamo la carestia per motivi diplomatici”. Come dire: meglio lasciarli morire lentamente, nell’ombra, piuttosto che dover affrontare la pressione di opinioni pubbliche scosse dalla vista dei bambini denutriti.
Gaza, il cimitero della diplomazia occidentale
Gaza non è solo la tomba di migliaia di palestinesi. È anche il fallimento di una comunità internazionale che preferisce “preoccuparsi” piuttosto che agire. I Governi occidentali, che si stracciano le vesti per ogni violazione dei diritti in Russia o in Cina, non trovano il coraggio di porre condizioni vincolanti a Israele. I media mainstream si aggrappano alla narrazione delle “frappes chirurgicales” mentre gli ospedali di Gaza collassano e le bare bianche dei bambini si moltiplicano.
A ogni concessione umanitaria corrisponde un’escalation militare. A ogni dichiarazione pubblica moderata, corrisponde una realtà sempre più spietata. Non è un caso, è un metodo. Netanyahu governa la guerra con la stessa logica con cui gestisce la crisi politica interna: esasperare le tensioni, delegittimare i nemici, costringere tutti a seguirlo per non affrontare il peggio.
L’ipocrisia dei nostri alleati
E intanto in Europa e negli Stati Uniti si continua a difendere l’“equilibrio” della diplomazia. Come se fosse normale che l’accesso all’acqua, al cibo, ai farmaci – diritti fondamentali – venga trattato come un’arma negoziale. Come se fosse tollerabile che un Governo usi la fame per ottenere margini di manovra.
Chi sostiene questa guerra con i silenzi, con gli armamenti o con le mezze parole, è complice. Non si può parlare di pace mentre si firma la fornitura di armi. Non si può invocare la difesa dei diritti umani se si tace quando quei diritti vengono calpestati ogni giorno, da mesi, davanti agli occhi del mondo.
La sopravvivenza di Netanyahu contro la dignità di Gaza
Netanyahu non sta conducendo una guerra contro il terrorismo. Sta conducendo una guerra per la propria sopravvivenza politica, e lo fa con strumenti spietati: bombe, embargo, propaganda. E come ogni leader debole, cerca di mascherare il fallimento interno con il fuoco esterno.
Ma il vero pericolo non è solo la permanenza di Netanyahu. È l’assuefazione collettiva a questa logica della guerra infinita, in cui i civili sono pedine, le leggi carta straccia, la giustizia un dettaglio scomodo. Gaza è diventata il simbolo di questo abisso morale. E il nostro silenzio ne è il rumore più assordante.