La Corte Penale Internazionale ha segnato “un punto molto forte” e preso una decisione “giustificata” promuovendo un mandato d’arresto contro un importante leader globale accusato di crimini di guerra e contro l’umanità. Anzi no, è stata “scandalosa”, ha messo uno Stato legittimo al pari di un gruppo terroristico. Non è schizofrenia: sono le prese di posizione dell’amministrazione Usa di Joe Biden sui due procedimenti più importanti mai promossi dall’Icc nell’ultimo biennio, ovvero rispettivamente il mandato d’arresto contro Vladimir Putin e quello contro Benjamin Netanyahu per i crimini di cui sono accusati, rispettivamente, in Ucraina e Gaza.
Leggere le dichiarazioni del governo Usa nel primo (18 marzo 2023) e nel secondo caso (ieri, 21 novembre 2024) dice molto del doppio standard del diritto internazionale. Un diritto che ormai si è chiamati a rispettare solo quando è conforme ai propri desiderata. E che la guerra di Netanyahu a Gaza, combattuta senza regole e capace di produrre oltre 120mila morti tra vittime dirette e indirette imputabili al conflitto, sta contribuendo a demolire. Del resto, parliamo delle posizioni di un Paese, gli Usa, che quella corte chiamata a indagare sui crimini di guerra non la riconoscono, così come i leader dei Paesi chiamati alla sbarra. Insomma, abbiamo un’asimmetria tra l’universalità della giurisdizione rivendicata dalla Corte e quella che di fatto le è concesso applicare. Il nodo resta tutto politico, ovvero legato a se e quanto i governi vogliano dare empowerment alla giurisdizione di un tribunale che afferma un dato grave, sottolineando che leader alla ribalta sulla scena mondiale si sono macchiati di violazioni di diritti umani ritenuti invalicabili.
C’è la percezione del fatto che il diritto internazionale non sia mai stato, in fin dei conti, tale. Ma la sua asserita sovranità è stata la cristallizzazione dei rapporti di forza post-Guerra Fredda. Il diritto internazionale, la punizione dei crimini di guerra e l’oggettività delle sentenze andavano benissimo quando si trattava di punire…gli sconfitti! Pensiamo, ad esempio, al Tribunale per la Ex Jugoslavia o a quello per il genocidio in Ruanda. Ma un diritto costruito a uso e consumo della proiezione occidentale e soprattutto della leadership americana non può vivere senza un consenso diffuso. Col senno di poi, notiamo che proprio la scelta Usa di non ratificare lo Statuto di Roma e la Cpi nel 2002 abbiano dato il là alla disapplicazione di questi principi. L’anno dopo ci fu l’invasione dell’Iraq, senza mandato Onu, poi si aprì una lunga fase, che dura tuttora, di guerre coperte, ibride e asimmetriche. Di rivalità conclamate. Il diritto non si applica ai forti, siano essi nemici (Russia) o amici (Israele), e il doppio standard è palese.
Forse appare meno incoerente Viktor Orban, che ha rifiutato la sovranità della Cpi e sfidato L’Aja invitando Netanyahu a Budapest, parlando esplicitamente contro l’internazionalismo che contrasta esplicitamente dell’amministrazione Usa progressista, diritto-umanista e, a parole, multilaterale. Mesi a parlare del rischio per la comunità internazionale del ritorno del “sovranista” Trump e due mesi prima del suo insediamento gli Usa tornano a delegittimare un’istituzione che hanno minato alle fondamenta non aderendovi salvo poi sostenerne a corrente alternata le decisioni basate su prove. Un simbolo di quanto problematico sia l’approccio che la guerra a Gaza sta facendo emergere circa l’interpretabilità del diritto internazionale. Calpestato da Israele, ignorato dai suoi alleati e diretto, forse, al tramonto in un mondo alla Hobbes dove vige, ormai, l’antico principio dell’homo homini lupus.

