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Guerra

Netanyahu ha tagliato i rifornimenti a Gaza: rischio di una nuova escalation

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato ieri di dimezzare i trasferimenti di carburante per la striscia di Gaza in risposta agli attacchi missilistici che sono stati lanciati contro lo Stato d’Israele domenica. La decisione di “tagliare” i rifornimenti a...

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato ieri di dimezzare i trasferimenti di carburante per la striscia di Gaza in risposta agli attacchi missilistici che sono stati lanciati contro lo Stato d’Israele domenica. La decisione di “tagliare” i rifornimenti a Gaza – che comporta il lasciare al buio la popolazione residente nella fascia costiera, già a corto di elettricità – non farà che aumentare lo stato di tensione lungo il confine meridionale; rischiando di contribuire ad innalzare la portata di un’escalation già in corso con gli Stati “nemici”, che in queste settimane hanno subito diversi i raid di Tel Aviv. L’obiettivo dei raid era quello di colpire e distruggere come sempre obiettivi iraniani localizzati in Siria, Iraq e Libano.

La misura imposta dal leader israeliano è un’ulteriore dimostrazione della “linea dura” che Tel Aviv intende mantenere dopo il lancio dei tre missili che hanno colpito il suolo israeliano a portata dei vettori dell’enclave palestinese. I missili, tutti partiti dalla Striscia di Gaza, avevano già scatenato un immediato raid dell’Aeronautica israeliana, che nella notte di domenica ha colpito il quartier generale di un comandante di Hamas.

Due dei missili lanciati dalla Striscia sono stati intercettati dai sistemi della difesa aerea israeliana, ma secondo fonti della Difesa  l’attacco avrebbe potuto sortire conseguenze gravissime: dato che le sirene che di norma avvertono la popolazione nel corso di un attacco, sono state udite in ritardo a causa di un festival di musica all’aperto che si teneva proprio nella città israeliana di Sderot – al confine con Gaza. La popolazione, in preda al panico, è corsa a rifugiarsi nei siti predisposti e non ci sono state vittime. Questo ultimo attacco missilistico sferrato dalle cellule di Hamas che operano nella Striscia di Gaza fa parte di una nuova ondata di raid missilistici che segnano la ripresa delle ostilità dopo una lunga tregua, e rischiano di scatenare un nuovo pensante scontro che si consumerebbe proprio al confine tra Gaza-Israele. Secondo Hamas questi attacchi non sono altro che una ritorsione nei confronti di Israele che non intenderebbe alleviare in nessun modo le terribili condizioni di vita patite nell’enclave palestinese. Nel contempo Israele ha lanciato una serie di attacchi indiscriminati violando gli spazi aerei di ben tre Stati per colpire obiettivi di Hezbollah, principale alleato e finanziatore di Hamas. La strategia d’Israele in questi casi è sempre la stessa: “Se qualcuno si alza per ucciderti, uccidilo per primo”.

Il rischio di una nuova escalation

Il continuo impasse che non vede alcuna risoluzione della crisi umanitaria a Gaza, messa in chiara evidenza dallo scoppio della nuova ondata di violenza che si è registrata lo scorso maggio – quando Hamas minacciò tra l’altro di voler colpire l’aeroporto di Ben Gurion e il reattore nucleare israeliano di Dimona dopo aver lanciato oltre 300 razzi sul territorio israeliano –  potrebbe rendersi la miccia di una nuova escalation, che date le tensioni che si sono registrate con l’Iran, rischia di portare il conflitto ad un livello decisamente più alto e preoccupante in un Medio Oriente che sembra letteralmente pronto ad esplodere.

La nuova “fiammata di Gaza”, come cita la rivista militare statunitense Stripes, arriva proprio in un momento complesso, che vede Israele impegnato nell’intensificare la propria offensiva contro la milizia sciita di Hezbollah – presente in tutti i paesi nemici delle Stato ebraico. Nei giorni scorsi, infatti, Israele ha deciso di sferrare una serie di nuovi attacchi nell’area di Damasco per contrastare quella che riteneva essere una minaccia imminente. Secondo l’intelligence di Tel Aviv droni armati dalla milizia erano pronti a colpire. Seguendo questa strategia di bassa intensità, Israele negli ultimi anni ha effettuato più di un centinaio di raid sul suolo siriano, con aerei, droni, e missili guidati che miravano sempre a colpire obiettivi militari iraniani. La maggior parte di questi erano convogli che trasportavano di armi o droni nelle piccole piste aeree controllate dalla milizia di Hezbollah. Nonostante questo uno scontro diretto tra le forze armate di Israele e le forze iraniane non c’è mai stato. Solo rari casi di limitatissima portata. Negli ultimi giorni però Israele ha deciso di colpire la milizia sciita anche al di fuori della Siria, inviando droni armati nello spazio aereo libanese per colpire una base palestinese nel Libano orientale, mentre funzionari statunitensi hanno affermato di essere a conoscenza di obiettivi iraniani colpiti anche in Iraq. Questo ampliamento di portata degli attacchi israeliani nei confronti dell’Iran – nemico giurato dello Stato Ebraico – non può rendere ancora più “pericolosa” una situazione più che complessa. Un Iran troppo sotto pressione, fomentato dalla frangia libanese sciita, potrebbe arrivare al punto di rottura, e decidere di colpire obiettivi alla sua portata in Medio Oriente; azione che potrebbe tramutare una piccola rappresaglia in una guerra di incalcolabile portata.





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