Netanyahu ha provato di nuovo a rilanciare la guerra all’Iran

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Netanyahu ha riprovato a rilanciare la guerra all’Iran. Già a inizio ottobre aveva tentato di lanciare un attacco, venendo fermato da Trump. Per nulla intimorito, lunedì ci ha provato nuovamente, inviando contro Teheran decine di jet da combattimento e aerei cisterna. “I velivoli hanno seguito una traiettoria di volo compatibile con un potenziale attacco contro l’Iran, attraversando lo spazio aereo siriano e iracheno”, riferisce Axios, che aggiunge come alcuni funzionari statunitensi abbiano “affermato che gli israeliani sapevano che i sistemi di difesa aerea iraniani avrebbero rilevato la sortita”.

All’America era stato comunicato in via preventiva che si trattava di un’esercitazione, “una dimostrazione di potenza” volta a dissuadere Teheran dal tentare attacchi contro Israele.

In realtà, “alcune fonti statunitensi hanno affermato di avere l’impressione che Israele sperasse che gli iraniani avrebbero aperto il fuoco contro gli aerei, fornendo così una giustificazione per lanciare attacchi contro l’Iran”.

Nonostante Axios abbia usato il fioretto per descrivere il vero motivo dell’iniziativa di Bibi, resta che lo ha riferito. E per un media consegnato alla propaganda israeliana – Barak Ravid, il suo nume tutelare, proviene dall’intelligence israeliana, l’Unità 8200 – è alquanto inusuale.

Va ricordato che lunedì il Segretario per la Guerra statunitense Pete Hegseth si trovava in Israele per una visita a sorpresa nella quale ha incontrato Netanyahu. Se l’Iran avesse intercettato gli aerei israeliani o lanciato missili contro il Paese attaccante, avrebbe unito la sua voce a quella del premier israeliano per lanciare la jihad contro Teheran (Hegseth è prono ai neoconservatori).

Pericolo scampato. Evidentemente qualcuno, dall’America, ha chiamato Tel Aviv sollecitando l’alleato a evitare scherzi – come il lancio accidentale di un missile – e qualcuno, sempre dall’America, o magari dalla Russia – domenica il ministro degli Esteri Sergej Lavrov era a Teheran – ha rassicurato gli iraniani, che hanno evitato la trappola.

Pericolo scampato e va bene così. Bizzarro che una notizia di tale portata non abbia la giusta rilevanza, dal momento che poteva cambiare il mondo. Una nuova guerra contro l’Iran chiuderebbe completamente Hormuz e incendierebbe la regione tanto da ostacolare in maniera molto più massiva di ora, se non totalmente, il flusso di petrolio e gas del Golfo verso il mondo.

E arrecato danni non indifferenti alla rete internet globale, come da avvertimento degli iraniani, i quali hanno minacciato di tagliare i cavi internet che scorrono sui fondali di Hormuz.

L’economia del pianeta ne uscirebbe uscita falcidiata, essendo peraltro Hormuz fondamentale per l’approvvigionamento dei fertilizzanti, e le conseguenze di tale devastazione si sarebbero protratte per anni, con ulteriori afflizioni innescate dall’impoverimento globale. Tutto ciò sempre se le cose fossero andate bene, cioè se il conflitto fosse stato limitato alle armi convenzionali, escludendo cioè un attacco nucleare.

Per questo le notizie che oggi sono rimbalzate sui media sul fatto che Israele e Stati Uniti stanno elaborando piani per attaccare l’Iran dopo le Midterm americane sono alquanto stridenti con la realtà. Ad oggi si registra che per la seconda volta in meno di un mese che gli Stati Uniti hanno fermato Netanyahu.

Ciò induce a pensare che i piani elaborati tra Tel Aviv e il Pentagono hanno un peso aleatorio. Tutto sta a come vanno le elezioni israeliane: se vince Netanyahu, tutto precipiterà, perché avrebbe trionfato contro il mondo intero e nessuno potrebbe più fermarlo (almeno a breve).

Se vinceranno le opposizioni, nei modi e nelle forme da vedere, l’ipotesi di una guerra all’Iran dovrebbe perdere di consistenza. Il nuovo governo avrebbe tanti e tali problemi di gestione del potere, dovendo prendere le redini di un Paese ferocemente polarizzato e a rischio guerra civile – incrementato da tale esito elettorale – che difficilmente vorrà riprendere una guerra su larga scala contro Teheran.

Peraltro, Trump è succube di Netanyahu, da cui la sua impossibilità di chiudere il conflitto, ma non sarebbe succube di una Tel Aviv in mano alle opposizioni. Non che Israele perderebbe del tutto la sua influenza sulla Casa Bianca, ma un conto è l’influenza, un altro la peste.

Infine, è di oggi la notizia che Peter Thiel, il Cavaliere nero dello stato profondo americano essendo Ceo di Palantir, l’azienda leader delle Big tech che prospera all’ombra del Pentagono e dell’intelligence Usa, ha espresso scetticismo nei confronti del conflitto iraniano, affermando che è stato un errore. Opinione di peso, peraltro non certo isolata. Si unisce alle tante voci che potrebbero aiutare il presidente a uscire dall’impasse.

Certo, la conflittualità Iran-Israele è destinata a durare e magari Trump vorrà un ultimo giro di fuochi artificiali per chiudere il conflitto, ma la castrofe dovrebbe essere evitata (condizionale d’obbligo).

Sempre se la situazione tiene, sempre che Netanyahu non riesca da qui alle elezioni a scatenare l’inferno o a scatenarlo subito dopo per tentare di forzare la nascita di un governo di unità nazionale da lui presieduto (et similia).

Un cenno un po’ rassicurante viene dall’articolo di Axos citato: “Un funzionario israeliano ha dichiarato che il tenente generale Eyal Zamir [il Capo di Stato Maggiore dell’IDF ndr.] non permetterà nessuna attività militare ingiustificata che possa compromettere le elezioni del 27 ottobre”.

Cenno che fa il paio con quanto scritto da Haaretz: “I vertici delle Forze di Difesa Israeliane hanno espresso dubbi sull’opportunità di lanciare un attacco in questo momento, nel timore che possa influenzare le elezioni della Knesset all’ultimo minuto e persino rinviarle”.