Le visite di Netanyahu e Zelensky alla Casa Bianca nelle intenzioni dei visitatori avrebbero dovuto imprimere una svolta alle rispettive guerre, convincendo Trump a impegnarsi più a fondo. Non sembra sia andata così.
Per quanto riguarda l’Ucraina, Zelensky si era peritato di farla precedere dall’usuale escalation, che gli consente di affermare che l’Ucraina sta vincendo la guerra e che gli servono altre armi per chiudere definitivamente la partita, cioè costringere Putin alla resa (la percezione di una sconfitta renderebbe vana la questua: sarebbe solo un inutile spreco di risorse per i donatori).
Un’escalation che non ha interessato solo la Russia, ma anche l’Iran, con Zelensky che ha rivendicato personalmente l’attacco a un mercantile iraniano colto in fragrante mentre trasportava armi ai russi. E di avere prove dell’aiuto di Teheran a Mosca.
L’idea era quella di collegare direttamente le due guerre così da trascinare gli Stati Uniti a un ingaggio diretto con la Russia analogamente a quanto accade per il conflitto iraniano. Sarebbe l’opzione apocalisse, da tempo agognata da neocon e soci.
Un’opzione respinta al mittente da Washington, il cui establishment ha sempre avuto cura di evitare un coinvolgimento diretto, sia manovrando perché della guerra ucraina se ne occupasse la Ue (alla quale dare il dovuto supporto), sia, nel caso di Trump e degli ambiti che rappresenta, perché interessato invece a chiudere il conflitto per poter concentrare tutta la potenza di fuoco dell’Impero contro la Cina.
Ma, a quanto pare, a tale sviluppo si è opposto anche Netanyahu, come sembra indicare il rifiuto di un incontro formale con Zelensky, col quale si è intrattenuto solo per una fugace chiacchierata al funerale del senatore Lindsey Graham, al quale hanno partecipato entrambi (di fatto una celebrazione della guerra, di cui Graham è stato alfiere instancabile). Netanyahu in questo momento vuole che l’America si concentri sul Medio oriente, l’Ucraina sarebbe solo una distrazione di attenzione e risorse.

Così al povero ex comico è andata male e quando ha tentato la mossa del collegamento iraniano si scontrato sul muro eretto da Trump, il quale ha liquidato la questione con un laconico “lo chiederò a Putin“. In tal modo non ha solo rifiutato di coinvolgersi, ma ha anche colto l’occasione per tentare un nuovo contatto con lo zar, cosa che irrita non poco gli sponsor del conflitto ucraino.

Così, nel colloquio con Trump, Zelensky ha spuntato solo la promessa che questi avrebbe accelerato le procedure per poter avviare la produzione dei Patriot in Ucraina, iniziativa che Trump aveva annunciato un mese fa senza mai provvedere a concretizzarla.
Resta che se anche Trump facesse quanto promesso, la produzione di Patriot non potrà iniziare che tra uno o due anni, né darà a Kiev quanto necessario a rendere i cieli meno permeabili dai missili russi. Basti pensare che la potente e rodata macchina da guerra americana ne produce qualche decina al mese.
Conscio di essere menato per il naso, l’ex comico ha chiesto che gli sia assicurata una fornitura per il prossimo inverno di almeno 300 testate, ottenendo una risposta favorevole. Ma, alla luce verde, Trump ha aggiunto che, ottemperare gli sarà “difficile a causa della necessità di tali intercettori per la guerra con l’Iran”.
Insomma, per Zelensky un viaggio a vuoto, tanto che ha dovuto accettare che Witkoff e Kushner, che Trump usa per le mediazioni, sbarchino a Kiev, notizia confermata dagli interessati.
Così, Kiev ha dovuto ripiegare su tutta la linea, con il ministro degli Esteri Andriy Sybiha che di fatto ha dovuto chiedere scusa al suo omologo iraniano Abbas Araghchi, spiegando che l’attacco al mercantile non era stato intenzionale (smentita secca del proclama di Zelensky). Questione chiusa, con l’Iran che, dopo aver minacciato ritorsioni, ha accettato le scuse.

Miglior fortuna ha avuto Netanyahu, anche lui accompagnato dall’usuale escalation, stavolta nella forma di un attacco tramite droni contro i sauditi con ritorsione immediata degli States contro le milizie fino-iraniane irachene, accusate dell’aggressione. Da cui la reazione rapida di Teheran per i raid contro i suoi alleati regionali: attaccate le basi americane in Giordania. E, stanotte, i rinnovati raid americani contro l’Iran.
Tutto secondo copione? Netanyahu ha nuovamente convinto Trump a riprendere la guerra? Sembra di sì: sulla regione sono ripresi a spirare venti di guerra, con l’Iran che ha risposto ai raid americani rivendicando, tra altre cose, la distruzione di tre F-35 di stanza in Giordania (se fosse vero, sarebbe un disastro per gli States).
Restano le domande sull’attacco Usa-Arabia saudita all’Iraq che ha scatenato tutto questo. Le milizie attaccate hanno negato la responsabilità dell’aggressione contro Riad che l’ha innescato. E le autorità irachene hanno protestato per la violazione della sovranità – smentendo Trump che aveva parlato di un coordinamento con le stesse – e perché era ancora in corso un’inchiesta per appurare la veridicità delle accuse saudite. E ieri hanno chiesto “prove concrete” della responsabilità delle milizie irachene (non arriveranno).
Strano attacco quello contro Riad, che fa il paio con quello contro il porto egiziano di Damietta, incendiate due navi. L’Iran non ha alcun interesse a colpire l’Egitto, che sta lavorando per la stabilità regionale. Il Cairo ha appurato che l’attacco è stato portato da droni, ma ha evitato di accusare Teheran. L’impressione è che qualcuno stia giocando sporco. Non sarebbe una novità.


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