“Oscurità eterna”: le autorità israeliane non potevano scegliere un nome più precipuo per l’operazione lanciata ieri contro il Libano, che i jet dell’IDF hanno flagellato con un bombardamento intensivo che in soli dieci minuti ha provocato 254 morti e 1156 feriti (bilancio provvisorio).
Con questo appellativo hanno voluto dare un tocco di colore, ovviamente tenebroso, alle “guerre infinite” avviate nel post 11 settembre che l’aggressione di ieri intendeva rilanciare straziando, oltre che i libanesi, il cessate il fuoco appena annunciato da Trump.
E ciò sia perché violava uno dei fondamenti del cessate il fuoco concordato tra Iran e Usa e accettato da Tel Aviv, cioè che la tregua fosse estesa a tutta la regione, Libano compreso (Hezbollah che vi aveva aderito annullando propri attacchi), ma anche per la portata dell’aggressione, che non era di carattere militare, piuttosto mirata a consumare stragi indiscriminate, così da urgere una scomposta reazione iraniana.
Così ieri il Libano ha conosciuto una Pasqua di sangue, dal momento che l’attacco ha avuto luogo nell’Ottava di Pasqua. Un attacco in cui, per restare in tema di religione, le autorità israeliane hanno infine disvelato la vera natura della loro religiosità.
Se in precedenza Netanyahu aveva scelto di evocare tematiche bibliche per le sue operazioni belliche, secondo un’interpretazione alquanto sanguinaria del sacro libro, stavolta ha optato per un esplicito satanismo, peraltro in tema con il propiziatorio sacrificio umano di massa consumato nel Paese dei cedri.
Possibile che quanto accennato susciti perplessità nei nostri lettori, ché la geopolitica, di cui la guerra è nefasta ramificazione, vive e si muove per interessi. Vero, ma il conflitto che sta incendiando il Medio oriente è innervato da una variabile religiosa che lo rende più folle di altri; e se non si tiene presente tale variabile poco o nulla si comprende di quel che realmente vi accade.
Una variabile che ha un peso ponderale sia in Israele che nel suo alleato d’oltreoceano e che ha fatto impazzire le dinamiche proprie della geopolitica, turbando con la sua pazzia il mondo intero che ieri notte, prima della tregua annunciata da Trump, poteva sprofondare nelle tenebre, eterne, secondo la declinazione proposta da Tel Aviv, di un conflitto termonucleare.
Una situazione che riecheggia quanto tratteggiato nell’Apocalisse di Giovanni, con il falso profeta che, “alleato dell’Anticristo, rappresenta una forza ingannatrice che spinge ad adorare la prima bestia (il potere politico anticristico)”, come da sintesi dell’AI di google.
Non si tratta per noi di indulgere nell’apocalittico, non siamo certo così presuntuosi da pensare di aver contezza di tempi e modi della fine dei tempi (che lasciamo volentieri a chi di dovere), piuttosto di descrivere la religiosità impazzita che permea la conflittualità attuale, che miscela con stolida leggerezza derive apocalittiche a pulsioni sataniche, caduta inevitabile di una declinazione perversa di ebraismo e cristianesimo.
Comunque, al netto dell’eclatante escalation di ieri e delle dichiarazioni di alcuni alti dirigenti iraniani, secondo i quali il bombardamento poneva fine alla tregua e rendeva inutili i negoziati (diffidenza legittima), il fragile cessate il fuoco, o come si voglia chiamare questo momento di sospensione, ha tenuto.
Nessuno scambio significativo di colpi tra Usa e Iran e i negoziati previsti per questo fine settimana non sono stati dichiarati decaduti, anzi. E Islamabad attende la delegazione iraniana per i colloqui a porte chiuse con quella americana guidata dal vicepresidente J.D. Vance.
L’unica misura intrapresa per ora da Teheran a seguito degli attacchi al Libano è stata una rinnovata chiusura dello Stretto di Hormuz, che ieri aveva aperto al libero transito. Decisione inevitabile: dopo che l’Iran è stato ingannato per ben due volte, venendo attaccato da Washington nel corso di trattative promettenti, ha inteso chiarire che non ci sarà una terza volta brandendo la leva più forte di cui si può avvalere nei confronti della controparte.
L’inevitabilità di tale decisione discende più che dall’operazione israeliana in sé – che pure ha il suo peso – dall’ambiguità di Washington. Trump, infatti, si è piegato per l’ennesima volta a Netanyahu dichiarando che il Libano era escluso dalla tregua e che Teheran deve accettare di non arricchire affatto il suo uranio, privandola della possibilità di sviluppare un programma nucleare per uso civile, in contrasto la proposta iraniana che pure aveva accolto.
Proprio la proposta iraniana, dettagliata in 10 punti, è al centro della controversia attuale, con Vance che ha ribadito quanto affermato dal suo presidente, spiegando che c’era stato un malinteso sulla proposta di Teheran accolta da Washington, dal momento che l’Iran avrebbe inviato tre diverse proposte e quella recepita da Trump non prevedeva la tregua in Libano (esplicitamente citata, invece, dalle autorità pakistane, che hanno mediato tra le parti, quando hanno annunciato ufficialmente la sospensione delle ostilità).
La prosecuzione dell’aggressione israeliana al Libano, più di altre criticità oggetto di controversia, può vanificare sul nascere il negoziato. Così gli appelli a porvi fine, che stanno giungendo da diverse nazioni, significativi quelli di Francia e Gran Bretagna, sono più che benvenuti, anche se servirà ben altro per far deporre le armi a Tel Aviv.
Trump e Vance appaiono incapaci di mettere la mordacchia a Netanyahu & soci, anche per le pressioni che stanno subendo in patria dal partito della guerra globale. Per ora si limitano a minimizzare il peso dell’aggressività israeliana, anche se sembra che sottotraccia stiano lavorando per porvi fine.
Infatti, Trump ha definito quanto avvenuto ieri nel Paese dei cedri “scaramucce” e Vance gli ha fatto eco affermando che Israele gli ha assicurato che avrebbe “limitato” gli attacchi in Libano durante i colloqui. Allo stesso tempo, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha comunicato che “Trump è in contatto con Netanyahu” sul Libano. Tante ambiguità, tante spinte incendiarie, nessuna certezza, il destino del mondo resta in sospeso.
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