“Nessun Stato curdo in Siria”: Erdogan avverte gli Stati Uniti

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Comprendere il risiko siriano in queste ore non è fatto semplice. Qui, come altrove, sembrano essersi dati appuntamento i principali attori mondiali per regolare – anche in questo angolo di Medio Oriente – i propri conti. Recep Erdogan, da circa una settimana non dorme sogni tranquilli. Aleppo pare caduta, ormai, e questo pompa la sua hybris in un’area che non ha solo un significato geopolitico ma anche storico e simbolico per la Turchia.

Dal 2011 il sultano di Ankara ha rotto i rapporti con il regime di Bashar al-Assad, accogliendo milioni di rifugiati in fuga dalla guerra e lanciando tre operazioni militari oltre confine contro le forze curde dell’YPG. Gli ultimi scontri, che hanno visto il ritorno dei ribelli di Hayat Tahrir al-Sham, hanno allarmato a tal punto la Turchia che il 30 novembre scorso il ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha annunciato che tutte le misure precauzionali erano state attivate lungo la frontiera. Le preoccupazioni di Erdogan riguardano sì l’eventualità di un’escalation che potrebbe incendiare ulteriormente l’intera area. Ma il rischio maggiore, per lui, è che l’YPG approfitti del ritiro delle forze di Damasco, alimentando nuove ondate migratorie verso il confine turco. Ankara teme che la situazione possa degenerare sia a Nord-Ovest, nella provincia di Idlib, dove si rischia una crisi umanitaria, sia a Nord-Est, dove sono presenti le milizie curde siriane dell’YPG, ritenute dalla Turchia affiliate al PKK.

Circa un mese fa, Erdogan aveva ammesso che, in occasione, di una telefonata con Donald Trump subito dopo la sua rielezione, aveva sottolineato la necessità di porre fine al sostegno degli Stati Uniti allo YPG, la fazione più numerosa all’interno delle Forze democratiche siriane, affermando che la Turchia non scenderà mai a compromessi sulla sicurezza dei propri confini. In un discorso ai giornalisti al suo ritorno da Budapest, aveva ribadito che la Turchia avrebbe proseguito le discussioni con Washington affrontando la questione degli sviluppi regionali, “incluso il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria“. Il presidente turco ha sottolineato l’impegno del suo Paese a istituire una zona di sicurezza di 30-40 chilometri lungo il confine meridionale per neutralizzare le minacce terroristiche del PKK e dello YPG. La storia ha fatto il resto.

Riuscire a vaticinare come Trump sceglierà di agire in questo quadrante della politica estera è impresa assai ardua. Il ricordo più memorabile dei siriani legato al presidente neoeletto è il suo attacco militare contro le forze del regime e il riferimento ad Assad come a un “animale” a causa dell’uso di armi chimiche da parte del regime contro i civili a Khan Sheikhoun, nel Sud di Idlib, nell’aprile 2018. Quel poco che possiamo dedurre sul probabile atteggiamento futuro di Trump lo si può dedurre dai nomi annunciati come componenti del suo team, la maggior parte dei quali ha posizioni molto rigide contro il regime di Assad e l’Iran.

Per gli Stati Uniti, il dossier primario è principalmente correlato a Israele e a come fermare la linea di rifornimento che passa attraverso la Siria per raggiungere Hezbollah. Il secondo è senza dubbio il ritiro dalla zona di confine tra Siria e Turchia, argomento di cui Trump e il suo team stanno ancora discutendo. Last, but not least, l’altro dossier importante è quello delle sanzioni, poiché la Siria assisterà a un rafforzamento dell’attuazione dei programmi di sanzioni, in particolare del Caesar Act.

Sostenendo la sortita dei ribelli, Ankara vuole ricordare ad Assad la sua debolezza, e quanto la mollezza del regime siriano abbia permesso alla Turchia di far divergere le ali ribelli dell’Esercito nazionale siriano verso Tel Rifaat, all’incrocio tra Aleppo e l’area di pertinenza curda.
Erdogan ora ambisce alla ciliegina sulla torta: privare i curdi di Manbij, l’ultima area della Siria nordoccidentale ancora controllata dalle Forze democratiche siriane a guida curda, sulla riva Ovest dell’Eufrate. Nel 2016, proprio Manbij fu il centro nevralgico del fallito tentativo delle YPG di collegare le zone sotto controllo curdo a est dell’Eufrate all’area di Afrin a Ovest.

Lo scorso 1 dicembre, Fidan è stato molto chiaro: “La Siria è sensibile per gli Usa ma lo è a maggior ragione per noi. Gli americani conoscono molto bene la nostra posizione. In Siria c’è una organizzazione terroristica (i curdi di Ypg) legata agli Usa, se questi sospendessero il sostegno non durerebbero più di tre giorni. In questo contesto non è possibile la formazione di un nuovo Stato in Siria. Esiste uno stato curdo in Iraq, autonomo e federato e con l’Ypg non è in buoni rapporti. Il nostro obiettivo primario è mantenere l’integrità territoriale della Siria“. Una riposta lapidaria, per conto di Erdogan, a chi si chiedesse quanto margine di trattativa esiste con Ankara: sulla questione curda, lo 0%.