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Guerra /

Nella notte tra domenica 17 e lunedì 18 novembre l’esercito israeliano ha bombardato la cittadina di Beit Lahia, nella zona settentrionale della Striscia di Gaza, causando 50 morti, di cui 3 bambini. Tra gli altri 47 identificati c’erano anche Ramzi Al-Safadi, portiere dell’Al Shams Club, e suo fratello Hassan. Al-Safadi dovrebbe essere il 539° atleta palestinese ucciso dall’inizio della guerra, ma questi numeri sono ovviamente difficili da conteggiare con sicurezza. Ad ogni modo, su 539 sportivi morti nel conflitto, 342 erano calciatori e 91 di essi minorenni, secondo quanto segnala Aboubaker Abed, giovane giornalista di Deir al-Balah, nella zona centrale della Striscia.

Nel mezzo della tragedia in corso da oltre un anno in Palestina, questo può sembrare un aspetto marginale, ma racconta bene come il mondo del calcio non sia estraneo a ciò che sta avvenendo. Diverse strutture e anche la maggior parte degli stadi della zona di Gaza sono stati distrutti dai bombardamenti, e tra di essi si conta anche il Palestine Stadium di Al-Rimal, che era stato ricostruito nel 2019 – dopo i danneggiamenti causati dagli attacchi israeliani del 2012 – grazie ai fondi della FIFA. La morte di Al-Safadi è avvenuta quasi in contemporanea con la partita che Israele stava giocando sul campo neutro di Budapest contro il Belgio, valevole per la UEFA Nations League, e due giorni prima che la Palestina scendesse in campo in Cisgiordania contro la Corea del Sud nelle qualificazioni mondiali.

Da un lato il calcio va avanti (quasi) come se niente fosse, ma dall’altro i calciatori sono vittime della guerra come tutte le persone comuni. Fare un elenco esaustivo di questi morti è impossibile, ma pochi esempi rendono bene l’idea della situazione. Hani Al-Masdar, allenatore della squadra olimpica, è stato ucciso a gennaio nel villaggio di Al-Musaddar, vicino Deir al-Balah. Mohammed Barakat, icona del Khan Younis Youth Club e tre volte nazionale palestinese, è stato ucciso con tutta la sua famiglia a marzo, nel bombardamento della loro casa a Khan Younis. L’arbitro internazionale Hani Mesmeh è morto a giugno, e poco dopo è toccato ad Ahmad Abu al-Atta, difensore dell’Ahly Gaza, ucciso insieme alla moglie e ai due figli a Gaza City. Lo scorso mese, due giovani calciatori sono rimasti vittime di un bombardamento sul campo profughi di Al-Nusairat.

Le morti dei giocatori sotto gli attacchi israeliani sono parte del dossier che la scorsa primavera la Federcalcio palestinese PFA ha presentato alla FIFA per sostenere la richiesta di una sospensione di Israele dal calcio internazionale. L’accusa della PFA vuole mettere in evidenza come la guerra in corso non sia solamente un problema di politica globale, ma che riguardi anche il mondo del pallone. Fino a questo momento la FIFA ha tergiversato, rimandando continuamente la decisione, ma ci si aspetta che una risposta definitiva possa essere data al prossimo congresso straordinario dell’associazione, che si svolgerà l’11 dicembre.

Rinviare ancora la decisione sulle sanzioni verso la Federcalcio di Tel Aviv per la FIFA appare sempre più difficile, anche alla luce delle ultime notizie. L’uccisione degli atleti non è più limitata ormai alla sola Striscia di Gaza, ma si è estesa anche al Libano. Negli scorsi giorni è circolata ampiamente anche in Italia la notizia del ferimento della calciatrice Celine Haidar, rimasta vittima di un bombardamento a Shiyah, nella zona meridionale di Beirut. Sebbene inizialmente sia stata diffusa la voce della sua morte, la famiglia e la Federcalcio libanese hanno chiarito che Haidar è stata trasportata all’ospedale in gravi condizioni, ma l’operazione è avvenuta con successo ed è ancora viva, sebbene in coma farmacologico. Assile Toufaily, ex-calciatrice del Libano femminile e oggi ricercatrice in Sociologia dello Sport in Francia, ha redatto su X un elenco di almeno 15 figure dello sport del suo Paese uccise da Israele, la maggior parte dei quali provenienti dal mondo del calcio.

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