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Sul monumento ai caduti italiani in Afghanistan sfregiato e dimenticato resistono solo queste parole: «Siete sempre con noi». Tutt’attorno abbandono, devastazione e saccheggio. É un colpo al cuore entrare a Camp Arena deserto, la Little Italy militare che per quasi vent’anni è stata la nostra base più importante a Herat. Il comandante talebano Mohammed Esrael, armato di radio portatile e turbante nero, ci scorta verso il quartier generale italiano attivo fino a giugno. Poi abbiamo consegnato la grande base all’esercito afghano, che si è sciolto come neve al sole in pochi giorni di combattimenti.

“Sono state le truppe governative a devastare e saccheggiare prima di darsi alla fuga. Non abbiamo sparato nemmeno un colpo per conquistare Camp Arena” giura il veterano del primo emirato islamico. Il sospetto è che pure i talebani una volta occupata Herat, poco più di un mese dopo il ritiro dei soldati italiani, abbiano fatto man bassa dentro la base. Per di più alla mattina all’aeroporto sono arrivati degli ufficiali dell’esercito afghano in divisa immacolata ed uno ci ha accolto con un «buongiorno» in perfetto italiano. Il salto del fosso è una pratica affinata in 40 anni di guerre.

Il comando del settore Ovest dell’Afghanistan, dove per 20 anni abbiamo sputato sangue e sudore, è il simbolo della disfatta. Le porte blindate con i codici sono spalancate e il lungo corridoio è pieno di materiale sparso a terra. Tutte le cose di valore sono state razziate. La sala riunione del generale che comandava i soldati italiani, fino a 4mila nei momenti più duri, è trasformata in un caravanserraglio.

Davanti al monumento ai caduti il comandante Esrael ricorda “che gli italiani hanno bombardato e ucciso il nostro popolo, ma sappiamo che avete anche aiutato con progetti di cooperazione”. E lancia un messaggio sorprendente: “Adesso dobbiamo riconciliarci. Noi non vi odiamo e non vogliamo vendetta. Tornate per ricostruire assieme il Paese”.

Dall’esterno le file di alloggi protetti dai cilindri di sabbia sembrano intatti, ma dentro è il caos del saccheggio. E nella fuga sono stati abbandonati anche gli stivali militari. Camp Arena è deserto e incombe uno spettrale silenzio. Il talebano si infila nei bunker per i razzi che arrivavano sempre più spesso. All’ingresso c’è ancora la scritta in italiano “attenzione alla testa!”. Il comandante ci chiede dove dobbiamo andare: “Ci sarete venuti tante volte. La conoscete bene”.

La piazza d’armi è desolante: sui pennoni delle bandiere della Nato è stata dimenticata quella slovena. I simboli delle nostre gloriose unità dai carristi, ai paracadutisti, fino ai «dimonios» della brigata Sassari sono stati portati via o scarnificati dai nuovi arrivati. Su questa piazza abbandonata i reparti in armi, durante i 20 anni di missione in Afghanistan, sono stati arringati da generali, ministri e premier.

Anche la cappella non è state risparmiata e le parole del Vangelo sulle pareti sono cancellate dalla vernice nera. La scritta Roxi bar rimane sopra lo spaccio spogliato di tutto. «Vogliamo mantenere intatta la base e quello che contiene se tornerete in pace» sostiene Esrael, che si mobilita per rimettere dentro un container depredato del materiale abbandonato. Oltre all’immondizia ci sono anche i resti di documenti evidentemente sensibili tagliati a fettine.

Il comandante passa sotto la targa «Via del Döi» dedicata al secondo alpini. I ricordi dei reportage embedded con gli imbarchi notturni sugli elicotteri dall’aeroporto a fianco di Camp Arena, per raggiungere le zone di operazione, si mescolano al triste panorama della potente base abbandonata al suo destino. Al calare del sole ci lasciamo alle spalle l’ex quartier generale scoprendo che è ancora intatto, di fronte ad una garitta senza soldati, il cartello in italiano del “mercato della domenica aperto dalle 10 alle 16”. All’esterno della base i negozietti sono chiusi o depredati e molti venditori sono stati evacuati in Italia. La cantilena del muezzin chiama all’appello i talebani per la preghiera della vittoria.

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