Il mare davanti al porto di Alessandria è calmo: gli echi della guerra sembrerebbero lontani se non fosse per le motovedette della Royal Navy che ne pattugliano l’imboccatura. Nella città vige l’oscuramento, e quella sera di dicembre del 1941 sembrava scorrere pigramente come le precedenti: gli inglesi si sentivano al sicuro nella loro base più importante del Mediterraneo insieme al munitissimo porto di Gibilterra.

Se le acque in superficie apparivano quiete, nelle profondità si muoveva qualcosa, uomini si agitavano intorno a un sommergibile che era giunto, furtivo, nelle vicinanze dell’ingresso del porto. Alle 20:47 del 18 dicembre dallo Sciré, comandato dal capitano di fregata Junio Valerio Borghese, tre “maiali” – così erano chiamati i mezzi speciali della Regia Marina – vengono messi in mare dai loro equipaggi. I loro nomi sono entrati nella storia: De La Penne, Bianchi, Marceglia, Schergat, Martellotta, Marino. I sei uomini penetrano silenziosamente nella base navale superando le ostruzioni in immersione, sollevando le reti di protezione, faticosamente, nel freddo delle profondità. Si avvicinano ai loro obiettivi: le corazzate inglesi.

La coppia De La Penne/Bianchi si avvicina alla Hms Valiant, Marceglia e Schergat alla Hms Queen Elizabeth, mentre Martellotta e Marino, non trovando il loro obiettivo principale (una portaerei non meglio identificata) si avvicinano alla petroliera Sagona. I sei uomini, temprati da mesi di duro addestramento, si portano sotto le chiglie delle navi ormeggiate, e, non senza difficoltà, piazzano le cariche esplosive. Qualcosa va storto durante la fase di rientro e due vengono catturati immediatamente (De La Penne e Bianchi) e imprigionati proprio nel ventre d’acciaio del loro obiettivo: gli inglesi avendoli riconosciuti per incursori pensano così di costringerli a indicare dove fossero le cariche. Ma i due tacciono.

Alle 6 del mattino una potente esplosione sconquassa la Queen Elizabeth, dopo quindici minuti un’altra apre un’enorme falla nella chiglia della Valiant, poco dopo una terza esplosione fa saltare in aria la Sagona che nella sua tremenda esplosione danneggia gravemente il cacciatorpedinere Jarvis.

Le corazzate vanno a picco, e se il fondale del porto fosse stato più profondo sarebbero state perse per sempre. Sei uomini misero in ginocchio la Royal Navy nel Mediterraneo. Gli inglesi seppero camuffare questa versa e propria disfatta facendo sembrare le due imponenti navi molto meno danneggiate di quanto in realtà fossero, e la nostra Regia Marina, pertanto, non seppe sfruttare il vantaggio tattico che ne derivò, ma questa è un’altra storia.

Oggi gli eredi degli “uomini gamma” autori di quell’impresa storica sono gli incursori del Comsubin, il Comando Subacquei e Incursori, una delle Forze Speciali delle nostre Forze Armate, che ha sede presso il promontorio del Varignano, a La Spezia.

Il comando è costituito essenzialmente dal Goi, il Gruppo Operativo Incursori, e dal Gos, il Gruppo Operativo Subacquei, che hanno trasmesso la fiaccola di una tradizione che appartiene alla nostra Marina Militare sin dalla Prima Guerra Mondiale, quando i primissimi rudimentali mezzi d’assalto compirono incursioni nelle basi navali austriache.

Entrare al Varignano significa, infatti, ripercorrere la storia non solo del reparto ma anche quella d’Italia: mezzi storici, come i “maiali”, ufficialmente denominati Siluri a Lenta Corsa (Slc) si possono vedere nella base dove si addestrano i nostri incursori insieme ad altri frutto del genio dei nostri ingegneri navali. Perché proprio il Comsubin è un reparto d’élite tra i più eccellenti al mondo, e forse il più eccellente, anche grazie all’inventiva dei progettisti che ha sfornato, nel corso degli anni, mezzi d’assalto che definire all’avanguardia è limitante. Tali mezzi sono coperti dal più stretto riserbo, ma alcuni di essi sono stati osservati dalla stampa in qualche rara occasione e se ne trova traccia nel web anche oggi.

Si ricorda, ad esempio, un mezzo semi-sommergibile, con scafo a idroplano e wave-piercing, visto durante la visita del presidente Ciampi nel 2000 e accreditato di una velocità di 30 nodi anche in immersione, oppure quello che è stato definito “Nessie” (dal nomignolo dello sfuggente “mostro di Lochness”) negli anni ’70 e che si ritiene essere stato un altro tipo di mezzo sommergibile.

Oggi, tra i vari mezzi a disposizione dei singoli operatori si annoverano quelli chiamati Sdv (Single Delivery Vehicle), ovvero di “microsommergibili” utilizzati per la propulsione sottomarina degli operatori che si ritiene siano di caratteristiche superiori rispetto a quelli dei Navy Seals. Tali sistemi sono in grado di operare dai sottomarini classe Sauro IV o U-212A, compresa la nuova versione Nfs, e sembra che siano capaci di elevate capacità di infiltrazione occulta.

Non vanno dimenticati poi gommoni e altre imbarcazioni veloci come i nuovissimi Unpav, concepiti appositamente per essere utilizzati dal Goi.

Nuovi mezzi per nuove missioni. Perché nel panorama globale, caratterizzato da diversi tipi di minaccia che vanno oltre quella convenzionale data dalle entità statuali avversarie, è necessario considerare ogni tipo di scenario possibile: dai barchini kamikaze, alle mine improvvisate sino al contrasto ai droni sottomarini (chiamati Uuv) che sempre più sono diventati protagonisti della tattica dei conflitti asimmetrici.

Senza dimenticare le missioni “classiche” di intervento proprie di quasi tutte le Forze Speciali, come la liberazione di ostaggi, la ricognizione in territorio ostile, il sabotaggio dei sistemi avversari, con in più un’unica e straordinaria capacità di proiezione dal mare. L’incursore di Marina moderno, rispetto al suo “antenato” entrato in azione nei due conflitti mondiali, deve avere, infatti, una capacità di avvicinarsi e infiltrarsi furtivamente che richiede l’acquisizione di diverse tecniche che non solo sono prettamente marittime: un uomo del Goi, ad esempio, deve conseguire il brevetto di paracadutista ed essere in grado di scalare una parete rocciosa, oltre che avere dimestichezza con le tattiche di combattimento a terra.

L’addestramento, forse quello più intenso e difficile al mondo, è pertanto onnicomprensivo pur sempre prediligendo la “fase acqua” che è la caratteristica peculiare del Comsubin, una caratteristica che ci invidiano le altre Forze Armate del mondo (alleate o no), tanto che i nostri incursori spesso si ritrovano negli Stati Uniti per programmi di scambio con la loro controparte della Us Navy, i Seal.

Su questi uomini, e su quello che fanno, vige il più alto livello di segretezza, ma sappiamo che nella loro specialità sono tra i migliori al mondo, anzi, ci sentiamo di dire che siano i migliori al mondo senza timori di peccare di superbia.

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