Israele ha colpito postazioni di Hezbollah nell’Est e nel Sud del Libano il 20 marzo, in violazione del cessate il fuoco siglato lo scorso novembre. L’esercito israeliano ha giustificato l’operazione come una “risposta mirata a infrastrutture terroristiche”, mentre fonti libanesi parlano di quattro missili su Nabatiyeh e attacchi aerei su Janta e Taraya, nella valle della Bekaa.
Il raid arriva in un momento delicato, in cui si parla sempre più apertamente di una possibile normalizzazione dei rapporti tra Libano e Israele. Una prospettiva fino a pochi mesi fa impensabile, ma oggi ventilata da settori della politica libanese, come la deputata Paula Yacoubian, che ha parlato pubblicamente della necessità di “considerare la pace con Israele”.
Ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia: da mesi, lo Stato ebraico mantiene cinque postazioni strategiche in territorio libanese – in violazione dell’accordo – mentre Hezbollah non si è ritirato completamente a Nord del Litani, come previsto. La “tregua” dunque è di fatto un equilibrio armato, fragile e instabile.
Parigi torna protagonista a Beirut
Dietro le quinte, la Francia gioca una partita silenziosa ma strategica. Forte del suo legame storico con il Libano e della sua presenza nella missione ONU (FINUL), Parigi è tra i principali sponsor del nuovo presidente Joseph Aoun, ex comandante dell’esercito, e figura considerata pragmatica e gradita sia a Washington che a Riyadh.
Fonti diplomatiche francesi lavorano da mesi a un progetto ambizioso: rafforzare l’esercito libanese affinché possa assumere un ruolo di garanzia al confine Sud, sottraendo progressivamente spazio e legittimità a Hezbollah. La Francia punta a un “equilibrio nuovo”, dove il controllo del territorio non sia affidato a milizie, ma a forze regolari sostenute dall’Occidente.
Un piano difficile da attuare, vista la profonda penetrazione del Partito di Dio nella società libanese. Eppure, il recente reclutamento di 4.500 nuovi soldati libanesi è un segnale: esiste una volontà – almeno parziale – di ricostruire uno Stato che abbia autorità su tutto il territorio.
Ma Hezbollah non disarma
Hezbollah, dal canto suo, non ha intenzione di disarmare. Il movimento un tempo guidato da Hassan Nasrallah non cerca uno scontro frontale con Israele, ma nemmeno una pace che implichi la rinuncia al proprio arsenale. La sua strategia è quella dell’asimmetria armata: mantenere una forza sufficiente a scoraggiare l’aggressione israeliana, pur senza pretendere la parità tecnologica.
L’organizzazione dispone oggi di oltre 100.000 razzi, di droni esplosivi, missili anticarro e unità d’élite. La sua forza non sta solo nell’arsenale, ma nella struttura sociale e logistica che la sostiene: scuole, ospedali, reti assistenziali. Hezbollah è un attore ibrido, che unisce milizia, partito, ONG e intelligence. Ed è proprio questa natura ibrida a renderlo difficile da disinnescare senza destabilizzare il Libano intero. Israele lo sa. Ogni attacco, come quello del 20 marzo, è calibrato per essere chirurgico ma simbolico: un messaggio diretto, spesso più politico che militare. Colpire Hezbollah senza innescare una guerra totale è l’obiettivo. Ma la soglia tra deterrenza e escalation è sottile.
Tra pace e deterrenza, Beirut al bivio
La possibilità di una normalizzazione tra Libano e Israele, per quanto evocata, resta remota. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha ribadito la sua totale opposizione a qualsiasi dialogo con Israele. Il presidente Aoun, più sfumato, parla invece di “rapporti di sicurezza” da riformulare, senza però usare la parola “pace”.
Sul tavolo resta anche l’attivismo saudita. Mohammed bin Salman, pur avendo congelato i propri progetti di normalizzazione con Israele a causa della crisi di Gaza, guarda con interesse al dossier libanese. Per Riad, un Libano più stabile – e meno dipendente da Hezbollah – è funzionale al contenimento dell’Iran e a un futuro ordine regionale più favorevole.
Nel frattempo, Stati Uniti e Francia continuano a lavorare a colloqui indiretti tra funzionari israeliani e libanesi. Si incontrano in stanze separate, parlano attraverso intermediari. È la diplomazia delle linee rosse, dei gesti misurati, dei messaggi codificati.
Il raid israeliano del 20 marzo è solo l’ultimo tassello di una guerra che continua sotto la superficie. Il confine tra Libano e Israele non è solo una linea geografica: è un crocevia strategico dove si incrociano deterrenza, diplomazia, influenza iraniana, ambizioni saudite e paure europee. In questo contesto la Francia gioco ruolo rilevante.
La Francia cerca di giocare un ruolo da garante. Hezbollah insiste nel presentarsi come baluardo della resistenza. Israele difende la propria sicurezza con la logica della superiorità preventiva. E il Libano, fragile, diviso, attraversato da spinte contraddittorie, si trova ancora una volta a dover scegliere tra la sovranità piena e la dipendenza funzionale da un attore armato non statale.
Il futuro del Sud del Libano, e forse della stabilità dell’intero Levante, si gioca qui: tra i raid, i colloqui segreti e la volontà – ancora tutta da dimostrare – di tornare a essere uno Stato prima che un campo di battaglia.

