Sul New York Times sostengono che Vladimir Putin si stia comportando “come se il tempo fosse dalla sua parte”, ricordando il vecchio mantra dei guerriglieri afghani che all’epoca dei conflitti che infestavano quella che si sarebbe rivelata la tomba degli imperi sostenevano “voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”.
Putin sembra trattare la guerra in Ucraina come una sfortunata vicissitudine tutto sommato necessaria e tuttavia distante, proseguendo nella sua “operazione militare speciale” per la teorica denazificazione che si è tramutata a tutti gli effetti in una guerra convenzionale nell’Ucraina, sempre più vicina all’Alleanza Atlantica in fatto di appoggio logistico/militare quanto di posizionamento nell’assetto mondiale, dando ragione a tutti coloro sostengono che Mosca è rimasta nel Ventesimo secolo per il suo modo arcaico di gestire le questioni belliche. E ignorando, apparentemente, a torto o ragione, lo scandalo dei combattenti russi filo-ucraini subito ribattezzati “partigiani” che hanno avuto tanta risonanza mediatica in Occidente e invece sono ovviamente distanti dall’informazione controllata, o per peggio dire “propaganda” interna che viene diffusa nella Federazione russa.
Non si mostra preoccupato da loro, né sembrano preoccuparlo i primi raid sul territorio russo che, dopo 15 mesi di guerra, viene colpito da terra e dall’aria. Mettendo la stessa Mosca nel mirino e suggerendo ai vertici del Cremlino un rafforzamento o quando meno un rischiaramento di contromisure e sistemi anti-aerei che si mostrino più efficienti nel comporre la “bolla di difesa” che dovrebbe mostrare un obiettivo sensibile come la capitale della seconda (o terza) potenza militare del mondo.

Generali e mercenari sotto il suo controllo
Mentre il capo della Wagner rilascia interviste con informazioni sensibili, spesso in contraddizione con Putin quanto con i traguardi e i fallimenti prontamente catalogati dalla stampa estera, lui, lo Zar dell’unica Russia che è rimasta, distribuisce medaglie ad eroi e feriti con la pacatezza del Kaiser Guglielmo che non presagiva la disfatta del suo grande esercito. O almeno questo è quanto predicono i bookmaker. La realtà è che la guerra va avanti, rischia di allargarsi e di non finire in tempi brevi, e nessuna delle due tifoserie forse ci ha capito qualcosa.
Se gli analisti occidentali continuano a ripetere – sollevando a fasi alterne dubbi e contraddizioni – che la Russia di Putin possiede il potenziale militare per continuare a combattere una guerra convenzionale, a dispetto di uno spazio di manovra militare, risorse economiche e consenso politico limitati dal tempo, gli analisti di Mosca, forse inebriati dal patriottismo e dalle necessità della propaganda, forse no, continuano a ribadire che i detrattori occidentali della Federazione russa non devono “farsi illusioni”: Putin avrebbe “gettato le basi interne” per sostenere una guerra per “lungo, lungo , lungo lungo tempo”. Un’affermazione che fa tornare alla mente la guerra di logoramento nelle trincee del fronte orientale, rapportandola alle vere trincee scavate nel Donbass.
Finiranno i nemici prima che finisca la guerra, sembra pensare lo Zar Putin. Ma il dubbio più profondo e frequente, riguarda la società russa e il suo livello di sopportazioni di una guerra che si sta esprimendo attraverso le privazioni, le perdite umane e la devastazione di un conflitto da primi del Novecento: tra coscrizione obbligatoria e ritorsioni sull’economia e sul modo di vivere dei civili.
“Putin sembra sempre più un comandante in capo in contumacia”, scrivono gli americani: in pubblico, non accenna minimamente alle battute d’arresto, alle ritirate strategiche, ai bisticci con il comandante della sua milizia privata Wagner, Yevgeny Prigozhin, che sta svolgendo il compito di “apristrada” per un esercito regolare che ha sacrificato gli uomini migliori e ora si affida ai giovani coscritti degli oblast più remoti. Ma ancora una volta potremmo dire che nessuno conosce la vera verità, e tutto potrebbe essere strategia, anche se i fatti parlano chiaro: la supremazia aerea non è mai stata ottenuta, i missili di ultima generazione “impossibili” da intercettare sono stati intercettati, e abbattuti, dai sistemi di difesa aerea forniti dagli americani, le formazioni d’élite decimate nella battaglie che hanno conquistato città ridotte ad un cumulo di macerie: Bakhmut come Stalingrado.
Dal cessate il fuoco alla guerra dei cent’anni
La distanza nella valutazione dello stato attuale delle cose e delle opzioni sul tavolo del Cremlino è abissale nell’interpretazione occidentale e nella proiezione dei russi. Se da una parte un’oligarca fonte anonima ma riportato come vicino alla cerchia ristretta del neo-Zar, ndr) ha dichiarato: ”Lo spettro di opzioni di Putin è piuttosto ampio: dal cessate il fuoco oggi alla guerra dei cent’anni”; dall’altra il signor Max Bergmann, ex funzionario del dipartimento di Stato ora a capo di un think tank di studi strategici alle dipendenza di Washington, apre al quesito sulle capacità militari attualmente detenute delle armate russa: ”La domanda è se possono ancora combatterlo con qualsiasi tipo di intensità”.
Se Putin entra raramente nei dettagli riguardanti il corso del conflitto, citando i successi ma glissando sulle criticità, il signor Prigozhin ha lanciato più di un’accusa nei confronti di Putin – come la terribile mancanza di munizioni – e della presupposta strategia del Cremlino che sembra voler aspettare le mosse degli alleati esterni al conflitto, definendo uno ”scenario ottimista” quello in cui: “l’Europa e l’America si stancano del conflitto ucraino, la Cina fa sedere tutti al tavolo dei negoziati, siamo d’accordo che tutto ciò che abbiamo già afferrato è nostro”.
Secondo Prigozhin, protagonista di una lunga intervista tradotta e divulgata in tutto il mondo, lo scenario più probabile è quello in cui: “l’Ucraina respinga le truppe russe alle linee prebelliche e minaccia la penisola di Crimea, il gioiello della corona tra gli espropri di terre ucraine di Putin”. Trovando ancora una volta il disaccordo di molti analisti e funzionari occidentali, i quali dubitano che l’imminente controffensiva dell’Ucraina possa sferrare un colpo decisivo. Anche con le nuove armi fornite dagli amici della Nato, che è stato sottolineando dallo stesso Pentagono: “Non sono armi magiche“, riferendosi ai caccia F-16 e ai carri armati Abrams M1 pronti per i corsi di addestramento all’impiego in battaglia.
Affermando, allo stesso tempo: “La capacità della Russia di condurre la guerra sta costantemente diminuendo, come evidenziato da decine di migliaia di vittime a Bakhmut e dal forte calo del numero di proiettili che le forze russe sparano al giorno nell’Ucraina orientale rispetto al culmine della battaglia l’anno scorso”.
Dal Cremlino alla Casa Bianca
Secondo l’analisi condotta sulle fonti incrociate del Ny Times, le “crescenti crepe nella leadership militare” e il “disagio tra l’élite russa e segnali preoccupanti per l’economia” russa potrebbero far vacillare il capo del Cremlino, benché questa ipotesi, paventata fin dai primi insuccessi di Mosca, sembra essere annuncia e smentita di settimana in settimana da oltre un anno.
La preoccupazione per un fallimento irreversibile della campagna militare voluta da Putin che conduca il Cremlino verso la remota possibilità di ricorrere alle armi nucleari non è mai veramente svanita; ma come succitato l’invio dall’Occidente di sistemi d’arma sempre più efficaci e letali – dal sistema anti-aereo Patriot ai missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow inglesi, ai caccia, ai tank – ha sempre provocato minacce, ma nessuna vera escalation o reazione concreta. Riducendo il Cremlino alle invettive dei suoi emissari politici e di vertici militari di secondo o terzo livello.
L’economia russa si è dimostrata abbastanza flessibile da adattarsi alle sanzioni occidentali, mentre le riserve e strategie di contingenza del governo si sono dimostrate sufficienti a sostenere le spese militari e il welfare che sostiene la Federazione russa. Come ricordano gli americani: “Più a lungo la guerra si trascina, soprattutto se i prezzi del petrolio scendono, più è probabile che il Cremlino sia costretto a scelte difficili per tagliare la spesa pubblica o lasciare che l’inflazione aumenti”.
Esperti economisti e funzionari governativi americani ritengono che le crepe nel sentimento a favore della guerra abbiano già iniziato a manifestarsi a causa delle pesanti perdite e privazioni. “Le élite russe possono vedere il disfattismo nell’inerzia” e per questa ragione “Putin si sta impegnando a spiegare esattamente cosa sta aspettando” dall’Occidente.
Tra le aspettative dei funzionari del Cremlino, ci sarebbe anche l’esito delle prossime elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Essi suggeriscono che una ipotetica vittoria repubblicana potrebbe “invertire la tendenza” e riaprire le negoziazioni che Kiev nega e Mosca, a questo punto, dissimulerebbe di non desiderare. Questa ipotesi si tradurrebbe tuttavia nell’attesa di almeno due anni nei quali assisteremmo alla prosecuzione di questa sporca guerra. Due anni che ci dividono de elezione, insediamento di una nuova amministrazione a Washington, e costruzione dell’imprevedibile volontà da parte del nuovo futuro inquilino della Casa Bianca di aprire un nuovo canale diplomatico che vada a premiare la strategia di Putin. Una ulteriore proiezione piena d’incertezze, aperta a dubbi, variabili e contraddizioni. Come asseriva il grande stratega von Clausewitz del resto: “Tutto si configura diversamente quando passiamo dal regno delle astrazioni a quello della realtà”.


