La tensione continua a salire in Siria, mentre l’estate volge al termine. Il mese di agosto si era aperto con la roboante dichiarazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di un nuovo, imminente attacco contro la Siria del nord-est, controllata dai curdi. Una minaccia che, oltre ad allarmare l’Amministrazione autonoma del Rojava, ha anche trovato l’opposizione degli Stati Uniti, alleati dei curdi sul terreno nella lotta contro lo Stato islamico e con circa 2 mila soldati stanziati su quello stesso territorio che la Turchia minaccia di attaccare.
Protagonisti quindi di questo nuovo momento di tensione sono Turchia, Stati Uniti e forze curde, ma a trarre il beneficio dalla situazione attuale è in realtà un quarto attore: la Russia. Alleata del regime di Damasco, Mosca ha tutto da guadagnare dallo scenario che si delinea attualmente sul territorio siriano.
I curdi tra Russia e Stati Uniti
La Turchia nelle ultime settimane ha continuato ad ammassare le proprio truppe lungo il confine siriano, dimostrando di essere pronta a lanciare la nuova offensiva ad est dell’Eufrate con o senza il beneplacito degli Stati Uniti. L’unico modo per evitare l’invasione turca è che Washington si pieghi al volere di Ankara dando vita a una safe-zone al confine tra i due Paesi, garantendo anche l’allontanamento dall’area in questione delle Sdf curde, nemico giurato del Governo turco. I negoziati per la creazione della zona di sicurezza tra Turchia e Stati Uniti sono attualmente in corso, ma l’accordo finora raggiunto è ancora molto vago e lascia quindi ancora aperta la possibilità per il Governo turco di optare per un intervento diretto. Una scelta che la Russia vede di buon occhio e a cui sarebbe disposta a dare il suo tacito beneplacito, pronta poi a riscuoterne i vantaggi. Un attacco della Turchia in territorio curdo costringerebbe infatti gli Stati Uniti a ritirarsi dalla Siria, non potendo scontrarsi direttamente con uno alleato della Nato, e a sacrificare così l’alleanza tattica con i curdi per interessi superiori. In un simile scenario l’Amministrazione autonoma del Rojava avrebbe solo un’opzione: cercare protezione presso la Russia, che potrebbe approfittarne per proseguire il suo progetto di riunificazione della Siria. Prendere i curdi sotto la propria ala darebbe infatti a Mosca una posizione di ancora maggior forza nell’ambito dei negoziati di pace, da cui tra l’altro l’Amministrazione autonoma continua ad essere esclusa.
Idlib in cambio del Rojava
Una nuova offensiva della Turchia contro la Siria del nord-est potrebbe avere degli importanti risvolti anche sul fronte di Idlib, ultima roccaforte dell’opposizione al presidente Bashar al Assad, nonché dei gruppi supportati da Ankara e dei jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham. A settembre del 2018 Russia e Turchia avevano raggiunto un accordo per il cessate il fuoco nell’area contesa, ma la pace è stata breve: Mosca e Damasco ad aprile hanno lanciato una pesante offensiva contro Idlib e il 20 agosto hanno conquistato Khan Sheikhoun, traguardo importante verso la riconquista definitiva dell’area. Le forze presenti nella roccaforte continuano però ad essere foraggiate dalla Turchia, rallentando così l’avanzata delle truppe governative. Il nodo di Idlib quindi, più che manu militari, sembra possa essere sciolto solo tramite un accordo tra Russia e Turchia, accordo che stando a quanto riportato da The Levant news sarebbe stato trovato. Mosca infatti si sarebbe impegnata a non opporsi all’avanzata di Ankara in territorio curdo in cambio di Idlib, permettendo tra l’altro a Erdogan di allontanare dalla zona le milizie a lui fedeli, utili in una nuova offensiva contro il Rojava.
Resta da vedere se la Turchia deciderà di entrare effettivamente in territorio siriano, dando vita alla tanto annunciata operazione militare contro le forze curde, o se preferirà accordarsi con gli Stati Uniti sulla creazione di una safe-zone. In ogni caso, in questo ormai nono anno di guerra, la Russia si staglia sempre di più da una posizione di forza.