Nel silenzio delle bombe, parole scritte sulla terra: ad Aviano la poesia sfida il nucleare

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C’è un’Italia che tace, mentre i motori degli F-16 rombano nei cieli del Friuli e gli elicotteri HH-60 simulano scenari di guerra sul litorale adriatico. Un’Italia che osserva distrattamente il ripetersi di esercitazioni militari, come se fossero parte del paesaggio, come se la base statunitense di Aviano fosse un’infrastruttura logistica qualunque, e non un nodo strategico della guerra globale in corso. Ma c’è anche un’altra Italia, silenziosa e tenace, che prova a dire no. Non con i megafoni o con le barricate, ma con la poesia. Scritta nella terra. Con lettere fatte di carta. Visibili solo dall’alto, come a voler parlare agli occhi di chi sorveglia e sorvola.

Domenica 29 giugno, in un’area rurale del Comune di Pordenone, a pochi chilometri dalla base USAF di Aviano, un collettivo indipendente di attivisti guidato dal poeta di strada Mathias PdS – Poeta della Sera, darà vita a un nuovo intervento di land poetry, una forma di protesta pacifica e simbolica che unisce arte, dissenso e consapevolezza.

Il messaggio sarà semplice, potente, e come sempre carico di ironia amara: “Fabbricanti di Tombe”, scritta gigante costruita con pagine di giornale, giocata sulla sostituzione di una sola lettera nella formula “Fabbricanti di Bombe”. Una trasformazione semantica e morale, che rovescia la retorica della sicurezza in una cruda verità: chi fabbrica bombe, fabbrica tombe. Di civili, di soldati, di intere generazioni.

È la quarta azione pubblica del genere portata avanti da Mathias insieme al musicista Fabrizio Citossi (Rive no Tocje), al videomaker Enrico Folisi e a un gruppo di attivisti locali. Tutti volontari, tutti senza bandiere né sponsor, accomunati da una preoccupazione crescente per il silenzio che circonda una realtà esplosiva: la presenza di decine di testate nucleari nella base di Aviano, in una regione che non ha mai votato per ospitarle e di cui si parla ancora troppo poco nei media nazionali.

La dissidenza poetica

Non si tratta di parole in libertà. Nei mesi scorsi il collettivo ha promosso una piccola inchiesta informale tra Pordenone, Udine, Gorizia e i comuni limitrofi, raccogliendo pareri e testimonianze di cittadini ignari o angosciati dalla crescente militarizzazione del territorio. Un territorio dove il perimetro della guerra si è fatto invisibile ma pervasivo, e dove la “deterrenza nucleare” non è più un’ipotesi, ma una normalità operativa.

Le precedenti azioni del gruppo – la scritta “Amiamoci” nei campi friulani, la maxi poesia per Gaza nel cuore di Udine, la parola “ITALY” tracciata nel Parco Ardito Desio avevano già attratto l’attenzione della stampa locale. Ma è questa nuova installazione, nel cuore di una regione in allerta, a porre una domanda cruciale: che spazio resta, oggi, per la dissidenza poetica in un Paese che delega la sua sicurezza ai jet stranieri e accetta in silenzio la logica della guerra preventiva?

Il contesto è più che mai teso. Le tensioni in Medio Oriente tra Israele e Iran, le missioni militari USA, l’impiego crescente di basi europee per operazioni offensive, fanno della base di Aviano uno snodo cruciale della geopolitica atlantica. Negli stessi giorni in cui il collettivo costruisce la sua scritta nel silenzio dei campi, la Prefettura di Pordenone dispone un aumento della sorveglianza nei comuni limitrofi, coinvolge i sindaci in riunioni straordinarie, mobilita Carabinieri e Guardia di Finanza, temendo azioni dimostrative contro “interessi americani”.

Eppure, come sempre, la protesta pacifica è l’unica a pagare il prezzo dell’allarme. Nessuna minaccia concreta, nessun attacco imminente, eppure una tensione generalizzata che rende ogni gesto di dissenso un problema di ordine pubblico. Ma qual è il vero ordine da tutelare, se non quello costituzionale che garantisce la libertà di espressione, la pace come valore fondativo e la sovranità come diritto popolare?

Il gesto di Mathias PdS e compagni non è folclore, non è performance. È una forma di resistenza civile che trova nella terra, nella poesia, nell’arte effimera e silenziosa, lo spazio per ridare voce a chi non ha voce. È un messaggio diretto non solo ai militari, ma soprattutto ai cittadini, ai giornalisti, agli amministratori, ai ragazzi delle scuole: la guerra non è mai astratta. Ha sempre un luogo, un orizzonte, un bersaglio.

E quando il luogo sei tu, la tua terra, il tuo cielo, il tuo silenzio, allora la poesia smette di essere decorazione e diventa ciò che è sempre stata nelle sue forme più alte: un atto politico.

In un’Italia che ha smarrito il coraggio della parola e che preferisce i droni agli sguardi, i radar alle domande, le basi straniere alla responsabilità collettiva, la scritta “Fabbricanti di Tombe” risuona come un monito. Non per accusare, ma per risvegliare. Perché la pace non si difende con il silenzio, ma con la consapevolezza. E la consapevolezza, a volte, nasce proprio nei campi.

Sotto lo sguardo cieco dei satelliti, c’è ancora chi scrive sulla terra.