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Tutto il mondo fa a gara per capire in che misura il nuovo corso siriano di Abu Mohammad al-Jolani sia sincero e capace di prospettare una nuova era per Damasco, ma nel frattempo nessuna apertura occidentale e nessuna visita di delegati esteri cambia una realtà sul campo: Israele continua a occupare un pezzo di Siria, e non ci riferiamo solo alle Alture del Golan conquistate con la Guerra dei Sei Giorni nel lontano 1967 e da allora disputate, ma anche alla zona cuscinetto occupata da Tel Aviv nei giorni della caduta di Bashar al-Assad.

Perché Tel Aviv occupa un pezzo di Siria

Per la precisione, nelle giornate di inizio dicembre l’Israel Defense Force ha, oltre che demilitarizzato il Paese limitrofo eliminando con precisi raid aerei e missilistici le difese antiaeree, i depositi balistici e diversi centri logistici dopo la caduta del Rais, invaso l’area indicata nel 1974 come zona demilitarizzata dalle Nazioni Unite e a lungo teatro dell’attività della United Nations Disengagement Observer Force (Undof), la missione di peacekeeping e osservazione messa in stand-by dalla guerra civile siriana.

Il 9 dicembre 2024 il ministro della Difesa Israel Katz ha, su istruzione del primo ministro Benjamin Netanyahu, dato ordine all’Idf di conseguire il completo controllo sulla zona-cuscinetto, creando un margine di sicurezza finalizzato, secondo Tel Aviv, a tagliare la rotta al contrabbando di armi verso il Libano, proteggere le comunità druse e evitare infiltrazioni terroristiche ai confini. La 210a Divisione “Bashan” responsabile del fronte Nord catturando i centri di Quneitra, Madinat al-Salam , Khan Arnabah , Ma’ariya, il versante del monte Hermon rimasto in mani siriane dal 1967 e la strategica diga di al-Wehda posta sul fiume Yarmouk che segna il confine tra Siria e Giordania.

Il doppio standard su Siria e Israele

In quest’ottica Tel Aviv ha un’arma politica con cui fare pressione su Qatar e Turchia, patroni di al-Jolani e rispettivamente Paese negoziatore per la tregua di Gaza e Stato ambiguo nei rapporti con Tel Aviv; può evitare un riposizionamento delle forze del nuovo esercito di Damasco in senso anti-israeliano mantenendo un controllo privilegiato sulle aree geografiche maggiormente a rischio; rafforza la sua presa sulle sorgenti idriche mediorientali, obiettivo geopolitico importante per condizionare a favore dello Stato Ebraico gli equilibri con i vicini. E qui il riferimento va non solo alla Siria ma anche alla Giordania, al centro in queste settimane delle pressioni per il “piano esodo” di Netanyahu e Donald Trump su Gaza.

Curioso notare come, al di là di una timida protesta della Commissione Europea che il 9 dicembre ha sostenuto “l’integrità territoriale della Siria” nessun Paese alleato dello Stato Ebraico abbia mai messo a tema la fine dell’occupazione israeliana nel Paese limitrofo. I nuovi leader dello Stato levantino, a partire dal neo-presidente al-Jolani, proclamano da tempo la necessità che Israele si ritiri: è emblematico pensare che vengono ascoltati dalla comunità internazionale in tutto, meno che su questo. C’è occupazione e occupazione. Su quelle israeliane, da tempo, un occhio si può chiudere, in Palestina e, anzi, a volte (Trump docet) anche due. Perché, in fin dei conti, non fare lo stesso in Siria, in una nuova manifestazione di doppio standard tutto occidentale?

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