L’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas sembrava rappresentare inizialmente un punto di svolta nella strategia offensiva della Repubblica Islamica dell’Iran, suggerendo un possibile rafforzamento del suo ruolo nella regione. Tuttavia, nel corso degli ultimi 14 mesi, tale percezione è stata radicalmente ribaltata. La mezzaluna sciita, già devastata dagli attacchi israeliani, ha infine subito il colpo di grazia per mano delle milizie ribelli di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e del Syrian National Army (SNA) in Siria, costringendo Teheran a riconsiderare i propri piani e a confrontarsi con una serie di errori strategici che hanno portato a risultati opposti a quelli auspicati.
Per comprendere gli errori di calcolo di Teheran e analizzare le opzioni che ora si trova ad affrontare, è utile ripercorrere gli eventi dell’ultimo anno. Per decenni l’Iran ha investito sulla creazione di una rete di milizie e alleanze con l’obiettivo di limitare l’influenza dei Paesi rivali e, soprattutto, per scongiurare i piani di accerchiamento e contenimento statunitensi e israeliani. Gli sforzi per contrastare gli Accordi di Abramo e per indebolire Israele, erano quindi una priorità per Teheran. Tuttavia, l’attacco del 7 ottobre e la successiva risposta israeliana hanno messo a nudo le debolezze di questa strategia.
L’Iran, probabilmente, si aspettava che la ritorsione di Israele contro Hamas a Gaza avrebbe provocato un’insurrezione di buona parte delle popolazioni arabe, contribuendo a frenare l’azione israeliana. In realtà, non solo l’Iran, ma anche molti altri Paesi confidavano nel fatto che, a seguito del prevedibile spargimento di sangue a Gaza, la pressione internazionale sarebbe riuscita a limitare la reazione di Tel Aviv. Tuttavia, questo scenario non si è verificato. Nonostante le proteste iniziali, i Paesi della regione, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Giordania, si sono dimostrate riluttanti a compromettere i rapporti con Israele e gli Stati Uniti per difendere il popolo palestinese. Ciò ha lasciato Hamas e i suoi sostenitori senza il supporto che Teheran aveva sperato di ottenere. Allo stesso modo, Tel Aviv ha reso chiaro a tutti di non curarsi delle condanne e delle pressioni internazionali, forte anche del fatto che l’unico sostegno a lui necessario era quello che non gli è stato, dopotutto, mai negato: quello statunitense.
Ma Teheran ha commesso altri errori di valutazione, strategicamente più rilevanti. Da un punto di vista più generale, quindi meno evidente, vi è la questione della crisi della deterrenza americana. Aspetto, questo, che ha condizionato la decisione russa di invadere l’Ucraina, appena sette mesi dopo il ritiro degli Usa dall’Afghanistan, le cui modalità hanno fatto sì che i rivali degli Stati Uniti vedessero in tale evento il segnale di un indebolimento generale degli americani e di un loro interesse a disimpegnarsi progressivamente da alcuni teatri per dedicarsi alla minaccia principale: la Cina. Del resto, soprattutto in Medio Oriente, gli indizi in tal senso erano evidenti.
Vista la reazione Usa in Ucraina dove, nonostante il sostegno finanziario e in armamenti, gli Usa hanno evitato il coinvolgimento diretto, probabilmente l’Iran ha valutato che, allo stesso modo, Washington si sarebbe limitato al sostegno “da remoto” a Israele, ancor più perché impegnato proprio sul fronte europeo. Al contrario di quanto alcuni si aspettavano, però, il supporto Usa a Israele non è mancato, anzi, quello diretto a proteggere il territorio israeliano è stato anche maggiore (dalla fornitura del sistema antimissili THAAD, alla presenza di due portaerei nella regione, per citare solo alcuni esempi), tanto da provocare frustrazione nello stesso Zelensky.
Oltre che dal un punto di vista strategico generale, le aspettative iraniane sono state smentite anche sul piano militare. L’obiettivo dichiarato di Israele di “distruggere Hamas” cozzava con la realtà dei fatti, con l’idea cioè che fosse impossibile distruggere con mezzi convenzionali un’organizzazione paramilitare che utilizza tattiche di guerra non convenzionali. Da tale assunto derivava anche il monito di Biden rivolto a Netanyahu quando, pochi giorni dopo l’attacco di Hamas, avvertì il primo ministro israeliano di non commettere i loro stessi errori, riferendosi alle scelte dell’amministrazione Bush Jr. compiute all’indomani dell’11 settembre 2001.
Il principio rimane corretto. Dopo più di un anno di guerra e distruzione a Gaza, Hamas ha sicuramente subito un colpo devastante e i vertici dell’organizzazione sono stati decapitati. Ma il fatto che, ad oggi, Hamas sia annichilita, non significa che sia distrutta. Essa nasce dal sentimento di resistenza contro il nemico israeliano e finché ci saranno palestinesi che abiteranno quelle terre, nuove organizzazioni saranno destinate a riapparire.
Tuttavia, se l’obiettivo di distruggere totalmente le organizzazioni di resistenza palestinese è impossibile da raggiungere e da mantenere, la modalità con cui è stata condotta la guerra a Gaza ha permesso a Israele di ottenere risultati importanti in altri teatri, i quali colpiscono più direttamente l’Iran. Quest’ultimo, infatti, sperava nella guerra simultanea contro Tel Aviv delle diverse organizzazioni da lei appoggiate, e di fatti così è accaduto. Hezbollah, dal Libano, si è unito subito ad Hamas nella lotta contro Israele. Nel giro di poche settimana è stata la volta degli Huthi dello Yemen. Dopo un mese, quindi, Israele si è trovata con tre fronti aperti. Teheran forse immaginava che una simile pressione, unita ad altri fattori politico-diplomatici, portasse Tel Aviv a fare un passo indietro. Gli eventi però sono andati diversamente.
Israele ha dimostrato che una risposta convenzionale, violenta e ben organizzata può, in determinate circostanze, contrastare efficacemente la guerra asimmetrica orchestrata da Teheran e dai suoi alleati. L’efficacia di una tattica, tuttavia, va valutata in relazione agli obiettivi prefissati. Se l’intento è la totale distruzione di un’organizzazione paramilitare, il rischio di fallire è elevato. Al contrario, se l’obiettivo è colpire lo Stato che sostiene tali organizzazioni, spezzando il legame che fornisce loro risorse e supporto vitale, allora si può affermare che la strategia israeliana abbia avuto successo.
La tattica israeliana si è basata sull’affrontare i fronti di battaglia uno alla volta. Inizialmente, ha concentrato i suoi sforzi su Hamas e sulle aree di Gaza e Cisgiordania, neutralizzando gran parte della capacità operativa del gruppo palestinese. Contemporaneamente, ha mantenuto una posizione difensiva nei confronti di Hezbollah, evitando un’escalation immediata sul fronte libanese. Solo dopo aver reso quasi del tutto inoffensivo Hamas, a settembre 2024, ha rivolto la sua attenzione verso Hezbollah. Ha eliminato i vertici dell’organizzazione, colpito numerosi depositi di armi e infine avviato un’operazione di terra nel sud del Libano. Tutto ciò ha portato all’accordo sul “cessate il fuoco”, entrato in vigore il 27 novembre – tregua in verità già infranta da ambo le parti.
Con Hamas reso inoffensivo, Hezbollah fortemente indebolito e costretto alla tregua, anche a seguito dell’intensificazione dei bombardamenti israeliani alle linee di rifornimento in Siria, e gli Huthi focalizzati principalmente sui flussi nel Mar Rosso, Israele è riuscito a spezzare l’accerchiamento delle milizie filoiraniane, infliggendo un duro colpo a Teheran – da qui anche l’origine dello scambio di attacchi diretti tra Israele e Iran, intercorsi tra i mesi di settembre e ottobre.
La variabile temporale si è rivelata una delle più determinanti nel definire gli equilibri del conflitto. È probabile che Teheran si aspettasse una crisi più breve, simile ad altre operazioni israeliane caratterizzate da alta intensità e durata limitata. Tuttavia, il conflitto si è protratto molto più a lungo, mettendo a dura prova la capacità iraniana di sostenere contemporaneamente sia le proprie esigenze interne sia il rifornimento delle milizie alleate. Israele, al contrario, ha potuto contare su un flusso continuo di risorse e forniture militari, tecnologie avanzate e supporto dall’Occidente, con gli Stati Uniti in prima linea. Questo squilibrio tra le capacità di approvvigionamento delle due parti ha avuto un impatto significativo nell’indebolimento degli alleati dell’Iran.
All’alba del 7 ottobre, l’Iran godeva di una notevole influenza in Asia Occidentale. Questa si estendeva all’Iraq, Siria, Libano e Yemen. Il cosiddeto “corridoio imperiale”, che collega Teheran al Libano attraversando Iraq e Siria, rappresentava il pilastro strategico della proiezione iraniana verso il Mediterraneo. Tuttavia, dopo oltre un anno di conflitto, le ambizioni di Teheran si sono frantumate, evidenziando i limiti concreti delle scelte alla base della sua strategia di espansione nella regione. Il logoramento di Hezbollah e delle forze iraniane in Siria, combinato con l’indebolimento della presenza russa nella regione, ha accelerato il collasso del regime di Damasco di fronte all’avanzata dei ribelli siriani, supportati dalla Turchia.
La caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria segna un duro colpo per la Repubblica Islamica dell’Iran. Non si tratta solo della perdita di un alleato strategico, ma soprattutto del collasso dell’essenziale corridoio che collegava Teheran al Libano. Questo evento mina profondamente la capacità dell’Iran di proiettare la propria influenza oltre i confini. Teheran, ora, sarà costretta a ripiegare in Iraq, ultimo baluardo strategico lungo il suo confine occidentale.
Di fronte a questa nuova realtà, le opzioni strategiche a disposizione dell’Iran si restringono drasticamente. Se fino a poche settimane fa un ritiro tattico poteva essere utilizzato come leva negoziale, ora questa possibilità gli è stata tolta con la forza. Con il collegamento vitale tra Siria e Libano spezzato, Teheran si ritrova a puntare quasi esclusivamente sulla carta nucleare, ormai l’unico strumento rimasto per mantenere una significativa capacità di deterrenza e influenza regionale.
Tutto ciò influisce anche sul rapporto con le milizie filo-iraniane nella regione, come Hezbollah e le fazioni palestinesi. Senza il corridoio siriano, il sostegno materiale e logistico a questi alleati diventa estremamente complicato. L’Iran è ora obbligato a ridimensionare il proprio ruolo di sostenitore diretto, affidandosi sempre più a strategie indirette e simboliche. Tuttavia, questa riduzione della capacità di proiezione di potenza mette ulteriormente a rischio la credibilità del regime, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.
All’interno del Paese, da tempo attraversato da profonde divisioni tra le varie fazioni, i recenti eventi non fanno che amplificare i conflitti, ponendo la questione nucleare al centro del dibattito. I principalisti, eredi diretti della rivoluzione islamica, data la gravità della situazione, potrebbero essere inclini a promuovere un approccio pragmatico. La loro tradizionale “pazienza strategica” potrebbe portarli a considerare l’idea di limitare il programma nucleare in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche, nella speranza di salvaguardare la stabilità del regime. Per loro, la sopravvivenza della Repubblica Islamica viene prima di qualsiasi ambizione espansionistica.
Di tutt’altro avviso sono gli ultraconservatori, per i quali il programma nucleare è un simbolo irrinunciabile di sovranità e potenza. Per questa fazione, storicamente promotrice di un interventismo più deciso nel teatro mediorientale e rappresentata principalmente dai Pasdaran e dalle milizie Basij, il possesso di un arsenale atomico rimane l’unica garanzia di sicurezza contro le pressioni esterne.
Infine la terza generazione, composta dai giovani cresciuti dopo il 2000, il cui ruolo rimane marginale nelle dinamiche decisionali ma che rappresentano una parte significativa della popolazione.
Segnati dalla crisi economica e dall’isolamento internazionale, i giovani iraniani chiedono una riduzione delle ostilità con l’Occidente al fine di migliorare le condizioni economiche interne. Sebbene il loro peso politico diretto sia limitato, la pressione che esercitano sul regime potrebbe costringere i leader a rivedere le priorità nazionali.
In un simile contesto di contrapposizioni si inserisce la presidenza di Masoud Pezeshkian, riformista moderato, che ha costruito la propria legittimità politica sulla promessa di risolvere i problemi economici interni e dichiaratamente a favore della ripresa del dialogo sul nucleare con gli Usa e la comunità internazionale.
Pezeshkian si trova oggi in una posizione di estrema difficoltà. Il suo margine di manovra è ridotto dall’opposizione degli ultraconservatori, che controllano settori chiave delle istituzioni e dell’industria e ostacolano qualsiasi tentativo di apertura al dialogo con l’Occidente.
Impegnato a coniugare le richieste di riforma sociale con una strategia di riduzione delle tensioni, Pezeshkian cercherà probabilmente di sfruttare le crescenti divisioni all’interno dei conservatori della prima generazione. Tra questi, è possibile che, alla luce delle recenti sconfitte, alcuni ritengano che l’Iran non sia più nelle condizioni di mantenere un atteggiamento di scontro frontale con i suoi rivali senza rischiare di aggravare ulteriormente una situazione interna già fragile e innescare una crisi potenzialmente devastante.
In questo scenario, sia l’ala riformista-moderata sia quella ultraconservatrice si trovano ad affrontare serie difficoltà. I primi, alla luce dei duri colpi subiti dalla Repubblica Islamica, potrebbero incontrare diversi ostacoli nell’opporsi alla soluzione nucleare, proposta da tempo dai pasdaran. Gli ultraconservatori, dal canto loro, rischiano di essere oggetto di pesanti critiche interne per gli esiti negativi delle recenti scelte strategiche. Essendo stati i principali promotori di una politica estera aggressiva e dell’espansione dell’influenza regionale attraverso il sostegno diretto alle milizie filoiraniane, le sconfitte subite potrebbero essere interpretate come il fallimento della loro strategia. Questo potrebbe spingere parte del regime a mettere in discussione tale approccio, aprendo la strada a un ripensamento delle priorità e alla ricerca di opzioni alternative.
Ma il futuro dell’Iran è reso ancora più incerto dall’età avanzata della Guida Suprema, l’ottantacinquenne Ali Khamenei. La sua eventuale scomparsa potrebbe innescare una lotta di potere senza precedenti, esacerbando le divisioni interne. I Pasdaran potrebbero tentare di consolidare la propria influenza decisionale a scapito dei principalisti della prima generazione, attraverso una riduzione dei poteri della Guida Suprema, così come già avvenuto nel 1989 alla morte di Khomeini.
Infine, da non sottovalutare è il ruolo che potrà svolgere ora l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare.
Se, forti dei colpi subiti dall’Iran, cercheranno di tendere una mano al regime per portarlo al tavolo delle trattative sul nucleare, offriranno all’ala riformista iraniana un assist per arginare le pretese degli ultraconservatori. Al contrario, se perseguiranno la linea della “massima pressione”, il margine di manovra dei moderati sarà ridotto in favore dei pasdaran.
In ogni caso, qualsiasi scelta venga presa, il rischio che le sconfitte esterne si riversino con forza sul fronte interno è altamente probabile e apre a scenari ancor più imprevedibili.

