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Nel grande gioco globale tra Cina e Stati Uniti esistono altri attori regionali che si sono posizionati su fronti opposti e che possono potenzialmente alterare gli equilibri di tutta la regione indo-pacifica. Pakistan e India, i due eterni rivali, guardano con sempre maggiore interesse rispettivamente a Pechino e a Washington, anche in considerazione dell’atavica rivalità che li oppone sin dalla loro nascita.

Abbiamo già avuto modo di vedere come Nuova Delhi stia per portare a compimento un percorso di avvicinamento agli Stati Uniti, cominciato quasi 20 anni fa, che vedrà una maggiore cooperazione militare che comprenderà anche la condivisione delle risorse della ricognizione satellitare, dando così alle Forze Armate indiane quella capacità di analisi tattica che mancava e che è assolutamente fondamentale sul campo di battaglia.

In India, poi, proprio per via della crescente tensione con la Cina per la questione del Ladakh, la regione del Kashmir conteso che è stata al centro di recenti scontri mortali, si torna a guardare con sempre maggiore interesse a Washington come possibile fornitore di armi, anche di ultima generazione come il cacciabombardiere stealth F-35.

Nuova Delhi, poi, prima ancora di guardare al mercato americano, e proprio per via della contingenza “cinese”, si è affidata al suo storico fornitore: la Russia. A luglio, infatti, è stato formalizzato un contratto per l’acquisto di 33 cacciabombardieri (21 Mig-29 e 12 Su-30MKI) che andranno a rinforzare la Iaf (Indian Air Force), che schiera già velivoli di fabbricazione russa, nei prossimi mesi, senza considerare i sistemi da difesa aerea S-400, il cui acquisto è stato stipulato a ottobre del 2018 e che presto saranno consegnati all’India. In totale il portafoglio riservato all’acquisto di armamenti made in Russia discusso a Mosca tra il ministro della Difesa indiano Rajnath Sing ed il suo omologo russo è pari a 14,5 miliardi di dollari.

Senza considerare l’ordine per 36 Dassault Rafale, piazzato nel 2016, che sta entrando in consegna proprio in questo periodo, coi primi cinque velivoli giunti in India a fine luglio.

Ad Islamabad le mosse indiane vengono attentamente osservate e destano preoccupazione: il Pakistan non può farsi trovare impreparato dalla corsa agli armamenti indiana e guarda naturalmente al suo più grande avversario regionale del momento, ovvero alla Cina.

Con Washington ormai defilata per le note questioni legate al supporto (più o meno indiretto) pakistano al terrorismo di matrice islamica e ai talebani, a Islamabad non è restato che guardare a Pechino per cercare di rafforzarsi.

Si sta infatti esplorando la possibilità di acquistare missili e velivoli dal suo alleato più importante, inclusi i cacciabombardieri Chengdu J-10, che sono considerati jet di generazione 4,5 molto simili alla versione avanzata degli F-16 statunitensi, di cui le forze aeree pakistane sono peraltro già dotate.

L’opzione per l’acquisizione dei J-10, in realtà, era sul tavolo già da un po’ di tempo, ma è stata interrotta con la produzione congiunta dei jet da combattimento JF-17.

Secondo le fonti citate dai media indiani, funzionari governativi di alto livello hanno informato che sono riprese nuovamente le trattative tra i funzionari pakistani e quelli cinesi per l’approvvigionamento di J-10C oltre che ha per i missili aria-aria a corto e lungo raggio PL-10 e PL-15.

Il problema di avere una linea di volo eterogenea, soprattutto se mescola velivoli occidentali a quelli orientali (come quella della Pakistan Air Force), è appunto quello di avere munizionamento compatibile. Se si intende acquistare, ad esempio, missili aria-aria o missili aria-terra dalla Russia (o dalla Cina come in questo caso), occorre che il cacciabombardiere che dovrà montarli sia predisposto coi dovuti “attacchi” elettronici che permettono alla sua avionica di “comunicare” col missile per poterlo utilizzare. Avendo quindi bisogno di aumentare il suo arsenale è ovvio che il Pakistan guardi a nuovi fornitori sia per quanto riguarda i missili che per i cacciabombardieri.

In particolare il J-10CE (la versione di esportazione del J-10C) sarebbe in grado di neutralizzare alcune delle minacce indiane e rappresentare un’ulteriore sfida per la Iaf che utilizza principalmente velivoli di vecchia generazione (116 Sepecat Jaguar, 132 Mig-21, 57 Mirage 2000). Come l’F-16, il J-10 possiede una cellula altamente agile che ricorda proprio quella dei francesi Rafale; il miglioramento più significativo è l’inclusione di un radar tipo Aesa (Active electronically scanned array) che ha una risoluzione più elevata e una maggiore discrezione e resistenza ai disturbi elettronici del nemico. Sebbene molto lontani dall’avere capacità di un vero caccia stealth, questi nuovi caccia aiuteranno ancora a ridurre il divario con l’India e l’arrivo dei nuovi Rafale e Su-30, fornendo un futuro deterrente in caso di altri scontri di confine come quelli avvenuti a febbraio del 2019 nei cieli del Kashmir.

Tra Pakistan e Cina va quindi rafforzandosi quel legame politico, nato in tempi recenti, stabilito principalmente in occasione del lancio della Nuova Via della Seta: i rapporti tra Pechino e Islamabad, infatti, sono divenuti molto più stretti negli ultimi anni grazie al deteriorarsi di quelli tra Pakistan e Usa, e prevedono soprattutto finanziamenti, pari a 62 miliardi di dollari, che Pechino investirà nel quadro dell’accordo di cooperazione Cpec, il corridoio economico Cina-Pakistan che parte dalla provincia del Belucistan, corre lungo la costa del Makaran e gira a nord per collegare Lahore e Islamabad, attraversa la regione contesa del Gilgit-Baltistan e poi si imbatte nell’autostrada del Karakoram, terminando a Kashgar nello Xinjiang, che a sua volta rientra nel progetto globale della Belt and Road Initaitive.

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