“Le vite umane, di donne, bambini e uomini senza distinzione alcuna, non avevano importanza. Potevi uccidere, anzi: ti incoraggiavano a farlo. Abbiamo finito per uccidere anche la nostra umanità”. Sono le parole di un soldato israeliano che ha “servito” a Gaza. Ma non nell’attuale genocidio in corso, nella guerra del 1967, la cosiddetta Guerra dei sei giorni.
Ce ne sono tantissime, tutte cruente allo stesso modo. Duecento ore di registrazioni in parte raccolte nel libro The Seventh Day: Soldiers’ Talk about the Six-Day War, curato da Avraham Shapira. Il libro è stato pubblicato nel 1970, eppure il suo contenuto non ha mai trovato spazio nella coscienza nazionale israeliana. C’è la storia e poi c’è la memoria collettiva di Israele, che “ha totalmente riscritto quanto accadde nel ’67”, si legge nell’articolo di Haaretz che riprende il voume.
Ebbene, la storia racconta che in quell’anno Israele ha “espulso e cacciato oltre 300mila arabi dalla Cisgiordania, da Gaza e dalle Alture del Golan”. Un vero e proprio secondo atto della Nakba, avvenuta diciannove anni prima. L’espulsione, infatti, ha ricalcato appieno il modus operandi del 1948 (ne abbiamo parlato qui), dal momento che per attuarla Israele usò “l’uccisione di civili, la propagazione del terrore nelle comunità arabe, il saccheggio e la distruzione”.
Le testimonianze dei soldati
“All’inizio non ero propenso a uccidere i civili arabi. Poi però siamo giunti alla conclusione che dovevamo uccidere. Abbiamo smesso di vederli come esseri umani”, racconta uno dei soldati israeliani che ha combattuto a Gaza nel ’67. Più specifico ilricordo di un altro soldato: “Abbiamo catturato 15 ragazzi, li abbiamo allineati e li abbiamo uccisi. Col senno di poi, sembra un omicidio”.
E ancora: “Abbiamo vagato per i campi profughi di Gaza, abbiamo fatto delle purghe. Ogni soldato che era lì ha creato un proprio campo di concentramento”.
Testimonianze di un lontano passato che suonano drammaticamente attuali. Come annota Antiwar, si tratta di “un vivido promemoria di ciò che Israele sta facendo durante l’attuale distruzione di Gaza”. Uccidere decine di migliaia di civili, radere al suolo case, affamare la popolazione “fa parte di un modus operandi decennale dell’esercito israeliano”. Le differenze sono la scala e la durata. E il fatto che da tre anni a questa parte è tutto (o quasi) in presa diretta, visibile a chiunque lo voglia vedere.
La linea gialla del ’67
Oggi a Gaza c’è la cosiddetta “linea gialla”, un confine arbitrario stabilito dall’esercito israeliano che si sposta sempre più avanti e sempre a discapito dei palestinesi, ormai ammassati nel 30% della Striscia. Chiunque valichi quel confine, anche solo alla ricerca di cibo o di qualche oggetto di fortuna, viene ucciso. Sono gli ordini dell’IDF.
Una strategia niente affatto nuova. Nel 1967 un confine naturale svolgeva una funzione analoga: il fiume Giordano. Nelle settimane successive alla guerra, migliaia di rifugiati palestinesi cercarono di tornare in Cisgiordania dopo aver trovato rifugio a est del fiume. Uri Avnery, giornalista e membro della Knesset, cinquant’anni dopo i fatti, rese nota la testimonianza di un soldato: “Ogni notte, gli arabi attraversavano il Giordano dalla Giordania orientale alla Cisgiordania. Abbiamo bloccato questi passaggi e ricevuto l’ordine di uccidere chiunque tentasse di tornare”.
Si sparava soprattutto di notte, perché era con il favore del buio che i palestinesi tentavano di rientrare nelle loro case. La testimonianza continua e riporta il dubbio dello stesso soldato. “Chiesi al mio comandante cosa fare con i bambini che sentivo piangere. Mi rispose: ‘non fare la femminuccia’. Uccidevamo tutti, uomini, donne e bambini. Al mattino uscivamo per perlustrare l’area e uccidevamo chi era sopravvissuto, cioè i feriti o chi si era nascosto”. A fine massacro “coprivamo i corpi con la terra fino all’arrivo di un trattore”.
I corpi dei civili uccisi a Gaza vengono tuttora seppelliti dall’esercito israeliano, che tenta di sotterrare i propri crimini insieme ai cadaveri: come quando l’IDF ha giustiziato 15 operatori sanitari nel marzo 2025, tentando di occultarne i corpi.
“Il Sinai era un campo di sterminio”
Non tutti gli omicidi erano finalizzati all’espulsione dei palestinesi. Altre testimonianze, infatti, raccontano di uccisioni efferate eseguite per il gusto di farlo, in modo non dissimile da quanto emerge oggi da alcune testimonianze provenienti da Gaza.
Nel ’67 sul lago Bardawil, nel Sinai, un gruppo di soldati israeliani scorse sette arabi a bordo di una piccola imbarcazione. Un’infermiera che li accompagnava, con un “certo grado di eccitazione”, propose di sparargli da lontano. “Quella barchetta diventò un vero e proprio poligono di tiro”, si legge nei documenti.
Così agiva l’esercito israeliano nella penisola del Sinai, conquistata proprio nel 1967. “Abbiamo trasformato il Sinai in un campo di sterminio”, scrisse un soldato in una lettera indirizzata alla sua fidanzata. “Ho visto troppi omicidi per piangere”, concludeva.
Quanto riportato “non era un’aberrazione” di alcuni squilibrati, scrive Haaretz. I massacri, il più delle volte, venivano esplicitamente ordinati dagli ufficiali di grado più alto. Come l’ordine impartito da Moshe Levy, ufficiale di Stato Maggiore dei paracadutisti e futuro capo di Stato Maggiore dell’esercito, di uccidere a sangue freddo alcuni prigionieri a Rafah.
Non se ne conoscono i dettagli, ma un documento ottenuto da Haaretz mostra che nel 2008, quattro decenni dopo, l’archivista di Stato Yehoshua Freundlich raccomandò di mantenere il fascicolo “riguardante un incidente avvenuto a Rafah” ancora riservato in quanto “la sua publicizzazione potrebbe causare gravi danni alle relazioni estere di Israele”.
Curioso, o forse no, che la stessa identica motivazione fu usata nel 2010 dall’Alta corte di giustizia israeliana per i documenti e le immagini relative al massacro di Deir Yassin del 1948: anche allora la corte decise per la segretezza perché la diffusione di quelle immagini avrebbe potuto “danneggiare la politica estera del Paese”.
Gaza è l’ultimo capitolo di una lunga pulizia etnica
Alla luce di questo contesto storico, troppo spesso omesso o marginalizzato nelle narrazioni occidentali, il genocidio di Gaza appare per quello che è: “la continuazione della campagna israeliana di pulizia etnica che dura da ottant’anni. La sua ultima puntata. Il suo epilogo”, scrive Jonathan Cook su Middle East Eye.
Se questo contesto fosse realmente compreso – un modello duraturo di espulsione, occupazione e uccisione dei palestinesi – “l’opinione pubblica occidentale potrebbe rendersi conto che la loro classe politica e mediatica non sta difendendo i valori di una civiltà superiore. Né tutela il diritto internazionale e l’ordine liberal democratico”.
Quella stessa classe politica e mediatica opera invece “all’interno di strutture di potere economico e finanziario che rendono impossibile raccontare verità, quanto incapace di mettere in discussione un sistema che arricchisce una ristretta élite attraverso una redditizia macchina da guerra il cui scopo è anzitutto proteggere enormi interessi strategici ed energetici”.
È lo stesso sistema di potere che ha spinto, e continua a spingere, “migliaia di palestinesi in una tomba precoce e milioni di altri in un campo di concentramento”.
Nel frattempo, però, quel sistema imprigiona anche l’Occidente. Non dietro sbarre visibili, ma dentro “prigioni di ignoranza e complicità, oppure di conoscenza e impotenza”. E tanta indifferenza si potrebbe aggiungere, ricordando l’ultima opera di Rogers Waters che mette a tema questa accidia spirituale.