Premessa: vista la natura altamente imprevedibile dell’amministrazione Trump – e del suo presidente, in particolare – nonché il livello, profondo forse senza precedenti, di connessione tra lo stesso presidente Usa e la lobby israeliana negli Stati Uniti, è doveroso farsi non troppe illusioni sui negoziati in corso con Teheran. Tuttavia, è indubbio che qualcosa, negli ultimi giorni, sembra essere cambiato. La guerra tra Stati Uniti (Israele) e Iran, potrebbe infatti aver generato il suo paradosso più clamoroso: una spinta verso la normalizzazione dei rapporti che, fino a poche settimane fa, sembrava impensabile. A raccontarlo, in un’intervista esclusiva a bordo di Air Force Two rilasciata a Sohrab Ahmari per UnHerd, è il vicepresidente americano J.D. Vance, reduce dal vertice di pace di Lucerna.
“Canale di comunicazione diretto”
Il fulcro dell’intesa, e il vero fiore all’occhiello per Vance, è l’istituzione di un canale di comunicazione militare diretto tra Stati Uniti e Iran. Un meccanismo che vede seduti allo stesso tavolo, a Doha, i vertici del Centcom americano e i Guardiani della Rivoluzione (irgc), quest’ultimi ancora designati come organizzazione terroristica da Washington. «Una delle cose che volevamo ottenere», ha spiegato Vance, «era un canale dalla parte iraniana per ridurre il conflitto. E ci siamo riusciti. Ci hanno detto: “Ok, bene, manderemo qualcuno dell’Irgc a stare a Doha con qualcuno del Centcom», ed è così che risolveremo molte di queste controversie». Un’ammissione che, come notato da molti osservatori, segna un cambio di passo di non poco conto: solitamente sono le agenzie di intelligence a gestire i canali con i nemici, non i vertici militari operativi.
La posta in gioco, per Vance, è altissima: questo canale rappresenta la sua personale ancora di salvezza politica dopo aver dovuto difendere una guerra che, per sua stessa ammissione, mal si conciliava con la sua fama di «restrainer», di isolazionista, insomma di scettico verso gli interventi militari all’estero.
La strategia di Vance
Ma il canale militare è solo la punta dell’iceberg di un negoziato che mira a ridefinire completamente i rapporti tra i due Paesi. Secondo Vance, la controparte iraniana sta offrendo concessioni sul nucleare ben più ampie rispetto al vecchio Jcpoa del 2015. Il memorandum d’intesa (MoU) attualmente in discussione, descritto come un «documento fondativo», getterebbe le basi per un accordo che prevede un regime di ispezioni molto più rigoroso e addirittura l’«eliminazione» dell’attuale scorta di uranio arricchito da parte di Teheran.
«Ci sono molte cose che non mi piacciono del paragone con il Jcpoa», ha precisato Vance, «ma una di queste è che il MoU è un documento molto più generico. È davvero un documento fondativo: riapriamo lo Stretto, smettiamo di spararci addosso e vediamo se riusciamo a fare un accordo sul nucleare». Dall’altra parte, gli iraniani chiedono la fine del blocco e un alleggerimento delle sanzioni, premessa per quella che Teheran definisce una «relazione fondamentalmente trasformata» con gli Stati Uniti.
Un segnale di questo nuovo corso arriva anche dal mondo arabo del Golfo. In una mossa che Vance definisce storica, gli Emirati Arabi Uniti – descritti come «di gran lunga il paese più falco e più filo-israeliano del Golfo» – starebbero già intrattenendo colloqui inediti con l’Irgc. L’obiettivo? Discutere di «incentivi economici» e di cosa serva per rendere l’Iran «investibile». Una normalizzazione delle relazioni commerciali che, per Vance, rende il nuovo accordo molto più appetibile per le monarchie del Golfo rispetto al passato.
Un cammino ricco di ostacoli
Tuttavia, il cammino verso questa nuova era è disseminato di mine. La prima, e forse la più insidiosa, è Israele. Il governo di Benjamin Netanyahu, che sognava un cambio di regime a Teheran, si trova ora di fronte a un accordo che accetta l’Iran come «elemento permanente» della regione. La grande partita, ora, è il Libano: Israele vuole separare il fronte libanese da quello iraniano per poter agire contro Hezbollah, mentre il memorandum li lega inscindibilmente, come richiesto da Teheran.
Vance, da parte sua, ha cercato di rassicurare, affermando che i progressi sul Libano sono «molto buoni» e che il cessate il fuoco «ha effettivamente retto» per 48 ore. Ma la tensione è palpabile, e la stampa e i politici americani vicini a Israele stanno già lavorando per far fallire l’intesa, bollando Vance come uno strumento della Repubblica Islamica, vedasi Mark Levin ma non solo. I neocon sono pronti a fare la guerra al vicepresidente Usa, cercando di rafforzare la figura del loro interlocutore privilegiato, il Segretario di Stato Marco Rubio. Tuttavia, in questa complessa partita a scacchi che si gioca all’Interno dell’élite trumpiana, è sempre più chiaro che i «falchi» abbiano commesso il grave errore di sottovalutare Vance.
Tuttavia, c’è un altro ostacolo di cui tenere conto, ed è è rappresentato dalle frange più dure del regime iraniano. Lo stesso vertice di Lucerna è stato teatro di un balletto diplomatico surreale, con il ministro degli Esteri Araghchi che ha evitato per ore la stretta di mano con Vance, in un tripudio di nervosismo e calcoli politici interni. «La prima volta che ci siamo seduti con loro, a Istanbul, sembrava quasi una recita», ha raccontato Vance, «dovevano dire certe cose, attaccarci, ed era piuttosto difficile. Ma poi siamo arrivati a un buon punto».
Nonostante le difficoltà e gli scetticismi, Vance si è detto cautamente ottimista. «Stanno certamente parlando in modo diverso rispetto al passato», ha concluso. La vera domanda, che aleggia come un’ombra su tutto il processo, è se a questa «flessibilità retorica» seguiranno i fatti. Per il vicepresidente, che ha scommesso la sua carriera politica su questa partita, le prossime settimane saranno decisive. Il mondo, e il Medio Oriente, trattengono il fiato.
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