“Negoziati Ucraina, passo indietro. Cavo Dragone? Parole inopportune per un militare”: l’analisi del generale Boni

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Nessuno sviluppo positivo nei negoziati tra Stati Uniti e Russia sull’Ucraina dopo il colloquio di ieri, a Mosca, tra la delegazione Usa guidata da Witkoff e Kushner il presidente russo, Vladimir Putin. Secondo il Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito, Maurizio Boni, si tratta a tutti gli effetti di un deciso passo indietro, testimoniato anche dall’assenza pesante di Lavrov.

Militare con una carriera di spicco alle spalle – Vicecomandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida della Nato a Innsworth (Regno Unito), Capo di Stato Maggiore dello stesso Corpo a guida italiana a Solbiate Olona (Varese) e Capo Reparto Pianificazione e Politica Militare dell’Allied Joint Force Command di Lisbona – il generale Boni è un fine analista geopolitico e militare e autore di due opere di riferimento: L’Esercito russo che non abbiamo studiato (2023) e La Guerra Russo-Ucraina. Strategie e percezioni di un conflitto intraeuropeo, entrambi pubblicati da Il Cerchio. Lo abbiamo raggiunto per porgli alcune domande.

Generale, ieri si sono svolti i colloqui tra la delegazione americana, alla presenza di Steve Witkoff e Jared Kushner, e la controparte russa. Dopo 5 ore di colloquio, si è parlato di un incontro “costruttivo” ma c’è ancora molto da fare per raggiungere un accordo. Secondo lei a che punto siamo con i negoziati?

Siamo tornati indietro. È molto indicativo il fatto che ai colloqui di ieri non fosse presente il ministro degli esteri  Sergey Lavrov, impegnato a incontrare l’omologo cinese, Wang Yi. Di fatto, non si si è andati da nessuna parte. Secondo alcune fonti citate dalla Cnn – e quindi persiste questo problema della divulgazione, da parte statunitense, di informazioni relative ai negoziati, decisamente poco professionale – i punti cardine sono sempre gli stessi. Innanzitutto l’adesione dell’Ucraina alla NATO, tema che nella versione a 28 punti era posto in maniera chiarissima e molto dura, con Kiev che avrebbe dovuto stabilire, nella propria Costituzione, che non sarebbe mai entrata nell’Alleanza, così come la NATO avrebbe dovuto includere nel proprio statuto la medesima clausola di non adesione.

La versione di 19 punti concordata da Usa, Unione Europea e Ucraina ha demolito questo punto, rimandando il discorso a negoziati che dovrebbero avvenire tra Trump e Zelensky. Ora c’è una versione successiva, secondo cui all’Ucraina verrebbe impedito di unirsi alla NATO tramite però accordi negoziati direttamente tra Stati membri della NATO e Mosca, il che non solo allunga moltissimo la prospettiva temporale ma di fatto nega esattamente la condizione che la Russia ha posto e che è tra le cause della guerra. Condizione che era stata riconosciuta nell’accordo a 28 punti.

Poi cos’è successo?

Successivamente sono intervenuti gli europei e anche parti stesse dell’amministrazione Usa poiché la versione 28 punti aveva tenuto da parte, in qualche modo, il Dipartimento di Stato di Marco Rubio, che sembra non aver avuto alcun ruolo nel definire quei punti che erano stati sviluppati per tenere in disparte i neoconservatori e il “partito della guerra”. Ora è chiaro che con questa versione a 19 punti si è smontato punto per punto quello che era l’impianto strutturale dell’accordo iniziale. I russi hanno detto chiaramente che sulla questione della NATO non ci si muove di un passo, così come sulla questione territoriale di riconoscimento del Donbass. Sono le condizioni principali da parte russa. Anche da parte occidentale non si molla, dunque questi territori se li prenderanno militarmente i russi. Insomma, siamo tornati al punto di partenza. 

Sul piano militare, il segretario del Pentagono, Dan Driscoll, avrebbe recentemente riportato ai partner europei, secondo il New York Times, che Mosca sarebbe in grado di produrre più missili di quanti non ne impieghi sul campo di battaglia, di fatto costruendosi una scorta per il futuro. Cosa ne pensa, è così? 

È così ma non riguarda solo i missili, questo fatto era già stato commentato anche dalla stampa internazionale e anglosassone almeno sei mesi fa. Riguarda, in generale, un discorso di equilibrio tra la produzione industriale e quello viene speso sul campo di battaglia. I russi hanno raggiunto un equilibrio che è assolutamente inesistente in Europa; non abbiamo un decimo delle capacità della Russia di sostenere un ritmo operativo come quello del campo di battaglia ucraino. È un equilibrio industriale che assicura alla Russia proprio questo; a fronte delle risorse impiegate, in tutti i settori degli armamenti e anche oggi nel Manpower, l’industria bellica è in grado di sostenere e fare scorte, e questo riguarda anche i droni di ultima generazione.

E questo cosa comporta?

La capacità produttiva oggi si assesta sui 6 mila droni l’anno, più le scorte. Questo consente ai russi di mantenere elevatissima su tutti gli obiettivi in territorio ucraino. Questo discorso, come dicevamo, non riguarda solo i missili ma tutti i sistemi d’arma, i droni, l’artiglieria, i corazzati per il trasporto delle truppe, i carri armati, i sistemi di guerra elettronica e quant’altro. C’è da prendere atto e iniziare a cambiare rotta. Dobbiamo riflettere sulla sicurezza del nostro continente al termine della guerra. 

Che idea si è fatto sulle recenti dichiarazioni dell’Ammiraglio Cavo Dragone, segretario del Comitato militare della NATO? 

Mi ha sorpreso che questo messaggio molto grave e molto duro nei confronti della Russia sia avvenuto per bocca di un militare. Questa linea di indirizzo, così drastica, deve far capo alla politica, non ai militari. È un precedente grave, poiché sono valutazioni squisitamente politiche. È evidente che gli hanno detto di farsi portavoce di determinate linee d’azione, secondo una consuetudine che, innanzitutto, non è affatto italiana, ma che segue le dichiarazioni dei suoi predecessori, che si sono sempre espressi duramente nei confronti della guerra russo-ucraina.

C’è un allineamento tra il segretario generale e il presidente del comitato militare. Tuttavia, è fuori luogo e fuori contesto per motivi che ho detto. Questo tipo di considerazioni non spettano ai militari, che devono assicurare la prontezza dello strumento operativo. Sono dichiarazioni politiche che dovrebbe fare il segretario generale. Quanto riflettono le posizioni dei Paesi membri? E se parliamo dell’Italia, noi sottoscriviamo pienamente ciò che ha detto, visto che peraltro è un Ammiraglio italiano? Dovremmo porci quest’interrogativo. 

Nel frattempo, mentre parliamo di negoziati, sul campo di battaglia si continua a combattere. Quanto può resistere, secondo lei, l’esercito ucraino? 

Difficile predire esattamente dei tempi. Quello che è innegabile è la costante metodica pressione esercita sulle forze di Kiev; ogni giorni cadono in mano russa sempre più villaggi che rientravano in quel sistema difensivo che gli ucraini avevano realizzato e che viene smantellato. Inoltre, Kiev fa i conti con tassi di diserzione elevatissimi e problemi di reclutamento. Senza contare che non più in grado di sostenere questo conflitto, nemmeno economicamente.

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