Ai negoziati di Istanbul dell’aprile 2022 Russia e Ucraina avevano concordato la pace, poi la Nato spinse Kiev a proseguire la guerra. A quanto avvenne allora abbiano dedicato varie note, ma il nuovo libro di Richard Sakwa, The Russo-Ukrainian War: Follies of Empire” pone un sigillo irrevocabile a tale realtà denegata. Ted Snider, su The American Conservative, riporta ampi brani del volume, che riprendiamo di seguito.
Sakwa osserva che “‘sette degli otto membri della delegazione [ucraina] confermano che a Istanbul era stato raggiunto un accordo di pace dettagliato’. L’ottavo non lo confermò perché non poté: Denis Kireev fu assassinato dai servizi segreti ucraini al suo ritorno a Kiev dai colloqui in Bielorussia”.
“David Arakhamia, leader del partito Servi del Popolo di Zelensky al parlamento ucraino, era uno dei due capi della delegazione negoziale ucraina. Arakhamia ha confermato l’esistenza di una sorta di accordo, che a suo dire avrebbe firmato personalmente. Ha aggiunto che la Russia era ‘disposta a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità e ci fossimo impegnati a non aderire alla NATO’. Secondo Arakhamia i colloqui furono un successo, attribuendo loro un punteggio di ‘8 su 10’ riguardo la soddisfazione degli obiettivi prefissati”.
“Alexey Arestovych, all’epoca consigliere dell’ufficio del presidente dell’Ucraina e membro della squadra negoziale ucraina a Istanbul, afferma che i colloqui di Istanbul furono un successo […]. E li valuta in modo ancora più ottimistico di Arakhamia, affermando che l’accordo di Istanbul era pronto al 90% e che ciò che restava da definire era ‘la questione del numero di forze armate ucraine in tempo di pace’, aggiungendo che, al ritorno da Istanbul, la squadra negoziale ucraina ‘stappò lo champagne'”.
“Oleksandr Chalyi, ex viceministro degli Esteri e membro del team negoziale, afferma che le delegazioni ‘hanno redatto il cosiddetto Comunicato di Istanbul. Eravamo molto vicini, tra metà e fine aprile, a far finire la guerra con una soluzione pacifica’. Aggiunge che Putin ‘ha dimostrato un sincero impegno per trovare un compromesso realistico e raggiungere la pace’. Putin, afferma, ‘ha fatto tutto il possibile per raggiungere un’intesa con l’Ucraina’ e ‘voleva veramente trovare una soluzione pacifica’. Chalyi afferma che i due team negoziali ‘erano riusciti a trovare un compromesso molto concreto’ e che Putin aveva ‘deciso personalmente di accettare il testo di quel comunicato'”.
Quanti hanno rivelato tale denegata realtà concordano sul fatto che a mandare in fumo l’accordo fu il premier britannico Boris Johnson, inviato a Kiev dalla Nato a tale scopo.
Sawka ricorda come Ukrainska Pravda abbia “riportato che il 9 aprile 2022 Johnson si recò a Kiev per dire a Zelensky che con Putin ‘era necessario continuare a fare pressione, non negoziare’ e che, sebbene l’Ucraina fosse pronta a firmare un’intesa con la Russia, ‘l’Occidente non era altrettanto pronto’. Arakhamia ha confermato la notizia, affermando: ‘Al nostro ritorno da Istanbul, Boris Johnson giunse a Kiev e disse che non avremmo firmato assolutamente niente e che dovevamo semplicemente combattere'”.
“Meno nota del viaggio di Johnson a Kiev è la precedente telefonata, durante la quale Johnson, scrive Sakwa, disse a Zelensky che il Regno Unito ‘non si sarebbe fatto garante [dell’intesa] e lo esortò a rifiutare l’accordo’. Lungi dall’essere una posizione isolata, secondo Sakwa, l’opposizione all’accordo con l’Ucraina ‘era stata decisa dai leader occidentali (Johnson, Biden, Scholz, Macron e il primo ministro italiano Mario Draghi) in una telefonata collettiva [tenuta] il 29 marzo, il giorno dei colloqui di Istanbul'”.
“L’ostacolo posto dall’Occidente a una soluzione negoziata è stato testimoniato praticamente da tutte le parti coinvolte. L’allora premier israeliano Naftali Bennett, su invito di Zelensky, mediò tra le parti. Bennett afferma che ‘c’era una buona possibilità di raggiungere un cessate il fuoco’, ma l’Occidente ‘bloccò’ [le trattative]. Secondo Bennett, ‘un cessate il fuoco era a portata di mano in quel momento, con entrambe le parti disposte a fare concessioni significative. Tuttavia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, in particolare, interruppero il processo, optando per la continuazione della guerra’”.
“Anche l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder fu incaricato da Zelensky di fare da mediatore. Egli conferma la versione di Bennett: ‘Gli ucraini non accettarono la pace perché non gli era permesso. Dovevano prima chiedere il permesso agli americani per ogni cosa… Tutto veniva deciso a Washington. Questo fu fatale'”.
“La Turchia ospitò i colloqui e i funzionari turchi confermano questa versione. Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu afferma che i colloqui erano instradati verso la soluzione del conflitto, ma ‘c’erano persone all’interno degli Stati della NATO che volevano che la guerra continuasse […] per indebolire la Russia’. Il vicepresidente del partito di governo turco, Numan Kurtulmus, ha dichiarato che ‘gli Stati Uniti ritenevano che fosse di loro interesse che la prosecuzione della guerra […] Putin e Zelensky stavano per firmare, ma qualcuno non volle'”.
“Jean-Daniel Ruch, ambasciatore svizzero in Turchia durante i colloqui, stava lavorando sull’ipotesi della neutralità ucraina. Anche lui afferma: ‘L’Occidente ha interrotto i negoziati che stavano per produrre un cessate il fuoco… La tregua era a portata di mano, a dire di no sono stati gli americani e i loro alleati britannici'”.
“Persino Victoria Nuland, ex sottosegretaria di Stato americana per gli affari politici e referente per l’Ucraina nell’amministrazione Obama, ha affermato che i negoziati di Istanbul sono falliti quando delle ‘persone al di fuori dell’Ucraina’ hanno messo in discussione l’accordo”.
Da ultimo, ricorda Snider, tutto ciò è stato confermato da Yulia Mendel, al tempo addetta stampa di Zelensky, nell’intervista rilasciata a Tucker Carlson agli inizi di maggio. Senza il sabotaggio della Nato, l’Ucraina sarebbe rimasta integra e sovrana e le vittime sarebbero state contenute. Non è andata così e c’è da chiedersi se, a breve o medio termine, resterà ancora sulle cartine geografiche.
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