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La Nato torna a parlare di Siria e lo fa per confermare le notizie sull’arrivo di almeno una decina di navi della flotta russa davanti alle coste siriane. La battaglia di Idlib è alle porte, a meno che non si trovi una soluzione definitiva prima dell’inizio dell’assedio, e ora l’Alleanza atlantica lancia l’allarme e chiede a tutti gli attori coinvolti di “contenersi”. 

L’allarme sulla flotta russa

“La marina russa ha inviato importanti forze navali nel Mediterraneo, tra cui diverse navi equipaggiate con moderni missili da crociera”, ha affermato la portavoce Nato, Oana Lungescu, al quotidiano israeliano Haaretz. “Molti alleati della Nato confinano con il Mediterraneo e le nostre flotte operano costantemente lì, quindi monitoriamo l’attività navale nella regione, compresa quella della Russia”. “Non speculeremo sulle intenzioni della flotta russa – ha continuato la portavoce – ma è importante che tutti gli attori della regione esercitino moderazione e si astengano dal peggiorare una situazione umanitaria già disastrosa in Siria”.

Le parole della portavoce dell’Alleanza atlantica non sono di secondaria importanza. Innanzitutto perché la Nato difficilmente ha parlato di Siria in questi termini. La Nato è sempre apparsa un attore non gradito nel conflitto e i Paesi coinvolti non hanno mai chiesto l’intervento del sistema atlantico, lasciando che la guerra si risolvesse fra di loro.

L’idea degli Stati della Nato è che quella guerra non dovesse avere il coinvolgimento di tutti, ma solo di poche potenze scelte. Ed è apparso da subito chiaro quando la coalizione internazionale a guida Usa è entrata in Siria senza coinvolgere formalmente nessun sistema collettivo.

Ma la Nato, anche se non è presente in Siria con proprie forze, lo è da un punto di vista politico: perché tra gli Stati coinvolti nella guerra ci sono partner Nato e un avversario fondamentale: la Russia E anzi, proprio questo conflitto ha rischiato per molti mesi di rompere gli equilibri dell’alleanza, soprattutto a causa dello scontro fra Turchia e Stati Uniti. Un rischio che Bruxelles non sente di aver scampato. Ed è anche per questo che è arrivata la richiesta di moderazione a tutti i Paesi coinvolti. Perché la Nato, pure assente, subisce le conseguenze di questo conflitto.

La Nato, la Siria e la Russia

La Nato ad oggi ha un solo obiettivo: quello di aumentare la propria orbita strappandola alla Russia. Basta osserva una carta geografica dell’Europa orientale per comprendere che gli obiettivi dell’Alleanza atlantica siano quelli di togliere a Mosca partner strategici fondamentali. Se questo avviene in Europa orientale, nei Balcani e nel Caucaso, per il Medio Oriente è un altro discorso.

La guerra in Siria non ha solo confermato la centralità politica della Russia nello scacchiere regionale, ma ha anche consolidato la sua presenza militare. Questa guerra ha di fatto consegnato alla Russia la possibilità di uscire dal suo immenso guscio terrestre portando uomini, aerei, missili e navi nel Mediterraneo orientale, scavalcando l’assedio della Nato.

Per l’Alleanza atlantica, questo è un problema molto serio. Non solo perché Vladimir Putin sta ottenendo una vittoria dopo l’altra nel conflitto (o probabilmente nel post-conflitto), ma anche perché con Donald Trump disinteressato alla Siria, la Nato rischia di vedere la Russia vincere la guerra e ottenere il pieno controllo del Mediterraneo orientale. Mentre lì, fino a pochi anni fa, la questione era fra Nato e suoi partner.

La Nato e il nodo Turchia

La guerra in Siria ha rappresentato (e continua a rappresentare ancora oggi) un punto di frizione enorme fra Nato e Turchia, in particolare per l’asse fra Stati Uniti e curdi. In questi anni, Recep Tayyip Erdogan è stato una mina vagante durante tutto il conflitto, passando dal sostengo pieno alla colazione a guida Usa fino all’asse con la Russia e l’Iran in funziona anti curda.

La contemporanea presenza degli americani e dei francesi con le forze curde e le operazioni militari di Ankara contro gli stessi curdi è stato un segnale chiarissimo dei rischi di frattura del Patto atlantico. Ma Erdogan, che è un calcolatore, sa benissimo che rompere con Washington non ha senso. E Trump lo ha dimostrato con la guerra dei dazi.

La Turchia non ha mai voluto coinvolgere la Nato in guerra, anche quando lo avrebbe potuto fare. Erdogan non ha mai richiesto l’applicazione dell’art. 5 del Trattato anche quando il territorio turco è stato minacciato. E questo perché per i turchi non c’era motivo di coinvolgere nessuno nella catena di comando. Gli interessi di Ankara non erano quelli di Bruxelles e i militari volevano avere il pieno controllo delle proprie operazione, in totale autonomia.

Idlib e la Nato

La Nato ha sostanzialmente ringraziato. Essere coinvolta in questa guerra non era prioritario. Ma adesso c’è Idlib, e i nodi, prima a poi, verranno al pettine. In queste ultime settimane, le forze turche hanno rafforzato led loro postazioni militari nel governatorato in mano agli jihadisti. Ed Erdogan non vuole che la Russia e la Siria attacchino la regione controllata de facto da Ankara.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non sostengono più formalmente le frange ribelli di Idlib, ma, insieme alla Francia, hanno già fatto sapere che sono pronte a colpire se ci saranno attacchi chimici. Una storia antica come la guerra in Siria: ogni volta che Bashar al Assad si prepara a una battaglia decisiva, si parla di un attacco con armi chimiche. E nel frattempo, la Russia, per evitare che le forze occidentali si muovano, ha posizionato la sua flotta al largo di Tartus.

Una situazione incandescente in cui partner Nato e nemici storici sono pronti a scontrarsi. E l’Alleanza atlantica, per evitare problemi, chiede a tutti di contenersi. In ballo c’è un sistema internazionale già fragile che rischia di scomparire.

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