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Negli ultimi mesi la giunta militare del Myanmar ha riconquistato diversi territori precedentemente perduti e finiti nelle mani della resistenza. La guerra civile che sta lacerando la nazione dal 2021 non si ferma. Al contrario, si sta trasformando in una preoccupante guerra di logoramento mentre il Paese e i suoi abitanti sono costretti a sopportare un angosciante pantano geopolitico.

Le forze governative, guidate dal generalissimo Min Aung Hlaing, hanno ripreso a martellare le aree controllate dai ribelli, termine ormai generico e sfumato che include sia le Forze di difesa popolare (Pdf), filo democratiche, sia le varie minoranze etniche locali organizzate in molteplici gruppi armati.

In realtà non c’è mai stata una reale tregua, al netto di sporadici momenti di “cessate il fuoco”, e le ostilità tra le parti sono proseguite a ondate. L’ultimo episodio di sangue è avvenuto pochi giorni fa nella cittadina di Chang-U, nella regione centrale di Sagaing, dove circa 100 persone si erano radunate per celebrare Thadingyut, la Festa della Luna Piena.

Alcuni dei presenti tenevano in mano delle candele accese, durante un evento che fungeva tanto da celebrazione quanto da protesta contro l’esercito. Ebbene, la folla è stata colpita da un attacco aereo governativo. Due bombe lanciate dall’alto hanno provocato decine e decine di vittime: 25 secondo alcune fonti, 43 secondo altre.

L’avanzata della giunta militare

I militari hanno accusato i “cosiddetti gruppi terroristici Pdf” di aver costretto le persone a partecipare a una protesta antigovernativa e di averle usate come “scudi umani”. La giunta ha definito l’attacco un’ “operazione antiterrorismo” che ha cercato in tutti i modi di “ridurre al minimo i danni ai civili innocenti”. Nel raid sarebbero stati uccisi quattro “terroristi Pdf”.

Si tratta di uno dei tanti attacchi aerei condotti nel 2025 dall’esercito regolare del Myanmar per sconfiggere i gruppi di resistenza armata. Se fino a poco tempo fa il Tatmadaw, ossia l’esercito birmano, aveva perso terreno, risorse economiche, e appoggio civile a beneficio della debole coalizione di forze di opposizione, adesso la situazione sembrerebbe essersi riequilibrata.

Le innumerevoli previsioni relative a un fantomatico crollo della giunta non si sono verificate. Nonostante i suoi numerosi problemi, le defezioni, i territori perduti, i militari al potere si sono dimostrati resilienti e in grado di reagire alle difficoltà. Nel momento in cui scriviamo controllano circa il 20% del territorio nazionale, contro il 40% dei ribelli – e il restante in stato di far west – ma hanno le mani sul cuore economico del Myanmar, sulle principali città, sulla maggior parte della popolazione. Per di più dominano lo spazio aereo e dispongono di armamenti più sofisticati, grazie anche alle armi di fabbricazione cinese.

Tra stallo e logoramento

Non esiste un bilancio ufficiale delle vittime della guerra in Myanmar e le stime variano da fonte a fonte. Il gruppo di monitoraggio Armed Conflict Location & Data parla di più di 85.000 morti complessivi, di cui circa 3.400 civili uccisi dalle forze statali in attacchi aerei o con droni. Numeri impressionanti che potrebbero aumentare ancora, visto che il conflitto assomiglia sempre di più a un logoramento continuo.

La giunta ha infatti completato due importanti conquiste in vista delle elezioni generali annunciate tra dicembre e gennaio: la città di Kyaukme, incastonata in una posizione strategica che collega il Myanmar centrale alla Cina, e quella di Nawnghkio, considerata la porta d’accesso al cuore del Paese, situata all’incrocio tra le colline orientali e le pianure centrali.

Le suddette elezioni difficilmente saranno libere, ma gli esiti serviranno al governo per legittimare la propria strategia anti ribelli. Nel frattempo il Myanmar è uno Stato fallito: circa metà della popolazione vive in povertà e il kyat, la valuta nazionale, ha perso il 70% del suo valore.

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