Altro che cessate il fuoco. Il terremoto che ha colpito il Myanmar ha alimentato una nuova fase della guerra civile tra la giunta militare al potere e i vari gruppi ribelli che vorrebbero rovesciarla. A farne le spese: i civili. Persone comuni, bambini e bambine, che niente hanno a che fare con gli equilibri di potere che da ormai quattro anni scuotono questo martoriato Paese del Sud-Est asiatico.
L’ultimo episodio di sangue è coinciso con un attacco aereo andato in scena il 12 maggio 2025. Un jet militare ha bombardato una scuola nel villaggio di Oe Htein Kwin, nella regione di Sagaing. Le fonti locali e gruppi di resistenza sostengono che il raid, perpetrato dal Governo, avrebbe causato la morte di almeno 22 persone, tra cui 20 studenti e 2 insegnanti, e il ferimento di altre 100. Impossibile verificare i numeri esatti. È possibilissimo, invece, constatare il risultato del raid attraverso numerosi filmati diffusi sui social network: macerie, urla, lacrime, orrore.
L’esplosione ha avuto luogo mentre si stavano tenendo le lezioni mattutine, quando cioè l’istituto scolastico era pieno di bambini. Le vittime, non a caso, avevano un’età compresa tra i 7 e i 14 anni. Ma per quale motivo la giunta incarnata dal generalissimo Min Aung Hlaing avrebbe colpito una scuola? Il Governo sostiene che l’area fosse un bastione della resistenza, e quindi un sito di ribelli, e cioè di nemici. Le autorità locali riferiscono invece che nel momento dell’attacco non vi fossero combattimenti in corso. I militari negano ogni responsabilità e parlano di fake news.

Inferno Myanmar
Nelle settimane successive al sisma il Governo militare ha intensificato i suoi attacchi contro i ribelli uccidendo, secondo le Nazioni Unite, centinaia di civili. Secondo l’Acled (Armed Conflict Location and Event Data), che raccoglie dati sui conflitti in tutto il mondo, dal 2021 ad oggi sarebbero morte almeno 81.000 persone. I dati raccolti dalle Ong stimano che almeno 6.600 vittime fossero civili. In questo lasso di tempo almeno 174 istituti scolastici sarebbero stati danneggiati o distrutti, con 64 morti e oltre 100 feriti. Molti di questi attacchi sono stati effettuati durante le lezioni, colpendo bambini e insegnanti.
Matt Lawrence, direttore del progetto Myanmar Witness del Centre for Information Resilience (Cir), ha così sintetizzato la situazione: non è sempre possibile identificare i responsabili esatti dei raid, ma soltanto l’esercito regolare del Myanmar ha accesso agli aerei usati per effettuare gli attacchi. “L’arma chiave della giunta in questo conflitto sono i raid aerei. Bombardano villaggi e scuole”, ha aggiunto Lawrence.
Secondo i dati forniti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, basati sui resoconti ricevuti, tra il 28 marzo e il 24 aprile l’esercito regolare ha lanciato almeno 207 attacchi, tra cui 140 raid aerei e 24 sbarramenti di artiglieria. Dopo il cessate il teorico fuoco post terremoto si sarebbero verificati più di 172 attacchi, 73 dei quali nelle zone devastate dal disastro naturale.

A che punto è la guerra civile
La giunta, come detto, respinge ogni responsabilità e afferma che i siti colpiti coincidono con strutture nemiche o rifugi dei ribelli. Già, i ribelli: termine fin troppo vago, soprattutto quando parliamo di Myanmar. Nel 2023 un insieme di movimenti anti giunta ha lanciato l’offensiva sotto la bandiera della Three Brotherhood Alliance, una coalizione militare ribelle attiva principalmente nello Stato Shan e nelle regioni nordorientali.
Al suo interno troviamo tre potenti gruppi armati etnici: la Mndaa (Myanmar National Democratic Alliance Army, etnia Kokang); l’Aa (Arakan Army, etnia Rakhine); e il Tnla (Ta’ang National Liberation Army, etnia Palaung). Ci sono poi da considerare altri gruppi armati etnici attivi e decine di Forze di Difesa Popolare riunitesi nel Governo di Unità Nazionale.
La giunta militare continua a mantenere il controllo delle principali città, tra cui Naypyidaw e Yangon, ma ha subito significative perdite territoriali nelle regioni periferiche. Il braccio di ferro continua. A rimetterci sono sempre loro: i civili.
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