Myanmar, il monaco che predica l’odio contro i Rohingya

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La crisi dei Rohingya, che stanno abbandonando in lunghe carovane il Myanmar, si fa sempre più drammatica. I numeri sono impressionanti: almeno 11mila cittadini birmani di religione musulmana abbandonano la Birmania ogni giorno. Dal 25 agosto agosto, quando è iniziata la repressione delle truppe governative, si sono rifugiati in Bangladesh 536mila persone. 

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Ed è in questa situazione di crisi che interviene, per gettare benzina sul fuoco, il Venerabile Wirathu, monaco buddhista e braccio destro di Aung San Suu Kyi. Nella città di Yangon, il santone ha usato parole violentissime nei confronti dei Rohingya: “Il Myanmar ha un problema di musulmani. Che razza di persone sono questi musulmani? Che razza di persone sono questi musulmani?”.

Wirathu non è nuovo a queste uscite, pensate soprattutto per giustificare le pesanti purghe del premio Nobel per la pace (sic) San Suu Kyi. Il santone buddhista ha passato nove anni in carcere (anche se la condanna sarebbe stata da 25) per aver usato parole cariche d’odio durante la sua predicazione. Ma, una volta uscito, Wirathu ha ripreso a predicare.

Ma chi è davvero Wirathu? Chi lo conosce, scrive il Wall Street Journal, lo descrive come una persona dall’infanzia travagliata, causata dalla morte del padre, e finita sotto l’influenza del corpo militare. Win Khaing Oo, questo il suo nome prima di diventare monaco, nasce a Kyaukse, una città polverosa a pochi chilometri da Mandalay, da un padre alcolizzato e da una madre costretta a lavare i panni delle famiglie del vicinato per racimolare qualche soldo. 

Ama giocare a calcio con i suoi amici e, in particolare, con il compagno di classe Ko Than Mani, che racconterà: “Eravamo molto intimi, facevamo tutto insieme”. All’improvviso, il padre di Wirathu muore e sua madre si risposa con un negoziante musulmano. Win Khaing Oo entra in monastero a poco più di 14 anni. È l’anno della frattura: qualcosa, nel suo animo, cambia per sempre. Si incupisce. E inizia a nutrire un vero sentimento di odio nei confronti degli islamici.

Nel 2003 Wirathu distribuisce volantini in cui accusa i musulmani locali di voler conquistare la città e di abusare delle donne buddhiste. Nessuno riesce a farlo ragionare, nemmeno il suo amico d’infanzia Ko Than Mani: “Ho provato a farlo ragionare e a ritirare gli opuscoli ma non ha voluto saperne”.

Poco dopo un piccolo gruppo di buddhisti brucia due moschee, uccidendo due persone. Wirathu viene arrestato e condannato a 25 anni di carcere. Nella prigione di Mandalay, il monaco racconta ai suoi compagni di cella di appartenere “all’intelligence militare” e che per arrestarlo si sono “serviti del suo background familiare e del suo risentimento contro i musulmani”, spiega Mg Hmaing Lwin, ex prigioniero politico.

Con lui, Wirathu condivide pasti speciali che nessun altro poteva ricevere: “Il cibo era ottimo. Ricordo soprattutto il riso e il pesce fresco cucinato a casa. E – spiega Mg Hmaing Lwin – una volta a settimana potevamo avere un uovo bollito o della cartilagine di maiale. Era del tutto diverso dalle pietanze ordinarie che venivano servite ai detenuti”.

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Nel 2012, poco prima dell’ingresso in parlamento di Aung San Suu Kyi e dei membri del suo partito, il venerabile Wirathu viene liberato e scortato dalle autorità fino al suo monastero a Mandalay. Lo accoglie un centinaio di persone, tra cui un ex generale militare in ritiro, Than Shwe, e l’ex capo dell’intelligence militare ed ex primo ministro, Khin Nyunt.

Wirathu riprende subito i suoi sermoni. Nel settembre dello stesso anno, dopo una rivolta scoppiata nello Stato di Rakhine – lo stesso degli scontri dello scorso agosto – Wirathu guida una marcia di monaci a Mandalay, appoggiata dai miliari, per chiedere che i musulmani vengano spediti in un altro Paese perché, sostiene il Venerabile, “è impossibile dormire vicino a un cane rabbioso”.

Il 2012 rappresenta la ripresa delle violenze contro i Rohingya. Violenze che continuano ancora oggi.